Di testamenti e di trasfigurazioni. Intervista alla poeta Silvia Righi
La giovane poeta Silvia Righi è l’autrice di una nuova raccolta che intreccia sacro ed erotico, corpo e miracolo, con l’accompagnamento illustrativo di Mattia Barbieri. L’abbiamo intervistata per saperne di più
Mi chiedo quanto a lungo dovrò
aspettare. Mi chiedo se il tuo atto sia casuale o se
esista una ragione per la scelta di me come
soggetto. O forse non è castigo ma grazia. Ho le
tue lettere incise sulla schiena e non posso
voltarmi a guardare.
Uno dei temi più interessanti della poesia, nonché dei più diffusi, è probabilmente il discorso che gira intorno alle cose rovinate; nonché a ciò che è inevitabilmente perduto, corrotto, troppo grande o troppo piccolo, sudicio o – viceversa – patologicamente pulito. Crea inoltre un bel contrasto il fatto che a trattarne siano, spesso, poete e poeti molto giovani. Come se l’essere freschi di conio non bastasse per sentirsi davvero in salvo e, anzi, amplificasse quasi la sensazione di vicinanza con la fine. La raccolta di cui parleremo oggi, recentemente uscita nell’ambito di una collana curata da Tommaso Di Dio, fornisce un buon esempio di questa connessione stridente e al tempo stesso portatrice di insolita grazia. Silvia Righi (Correggio, 1995) vive a Milano ed è presente nelle antologie Chiamami col mio nome. Antologia poetica di donne vol.2 (La vita felice, 2022), Poesie dall’Italia contemporanea 1971-2023 (il Saggiatore, 2023), Non era amore (Guida, 2023), Orme di luce. Ricognizione della giovane poesia italiana (Macabor, 2025). Nel 2020 ha pubblicato per la casa editrice NEM la sua opera prima, Demi-monde(Premio Pordenonelegge “Poeti di vent’anni”, Premio speciale del presidente di giuria “Bologna in Lettere”, finalista al “Premio Mauro Maconi”). Ex voto suscepto (Pungitopo, 2025) è il suo ultimo libro ed è anche tutto un mondo di cui generosamente ci ha reso partecipi. Buona lettura.

Intervista a Silvia Righi
Silvia, è uscita per la casa editrice Pungitopo questa tua nuova raccolta, Ex voto suscepto. Ci racconti come ci sei arrivata?
Maria Luce Cacciaguerra e Tommaso Di Dio mi hanno contattata proponendomi di partecipare a questa nuova collana, Remedia, che puntava a combinare uno sguardo sulla poesia e uno sull’arte. Avevo una serie di testi nati da un racconto che parlava dell’arrivo della figlia di Dio sulla terra e ho deciso di partire da quel materiale per costruire il libro. In parallelo, l’artista Mattia Barbieri ha lavorato per creare delle tavole a china che rispecchiassero l’immaginario del libro.
In questo tuo ultimo testo è spesso il corpo ad avere una centralità – ma il corpo repellente, quello che marcisce e si deteriora. La poeta Letizia Polini ci aveva detto “quando il corpo si ferisce diventa più visibile“. È così anche con la marcescenza? Cosa succede, in termini filosofici, al corpo che si altera e corrompe?
Hai scelto un verso bellissimo di Letizia Polini, a cui mi sento vicina come immaginario. Siamo abituati a una narrazione edulcorata e bulimica del corpo, vediamo ovunque fisici patinati e che combattono con qualsiasi mezzo il decadimento. Raccontare un corpo che si altera ci dimostra come il potere non sia nostro e, soprattutto, è un processo che rimanda alla possibilità della trasfigurazione: che è la chiave per accede all’altro, al desiderio e alla tensione gnoseologica che permette di decifrare il mondo.
Tra un componimento e l’altro salta all’occhio il fatto che l’io lirico cambi, che caoticamente si passi da un parlante maschile a uno femminile e capita che perfino la prima e la terza persona si scambino in modo imprevedibile. Chi sono le anime di questo racconto, chi vedi come voce dei tuoi versi?
L’io è una grande illusione, nonché un’isteria collettiva su cui i poeti dibattono continuamente, ma non è sempre necessario chiedersi chi sei in quel momento perché la tua scrittura risponda. I personaggi che metto in scena, a volte, sono più me stessa di quando non dico io, intendendolo davvero. Nella prima sezione, la prospettiva è quella di un padre che assiste all’arrivo della figlia di Dio sulla terra, e il suo sguardo si mischia a quello della figlia morta e alla divinità stessa, nell’ottica proprio di questa trascendenza del personale. Nella seconda sezione la persona che parla ha il mio nome, e in quei versi è tutto contemporaneamente vero e falso. Cambio pelle con la volontà anche di scardinare la mia stessa identità di genere. Sono due forme di testamento: uno divino e l’altro umano.
Il volume contiene in sé, come si diceva, un contributo dal mondo delle arti visive: quattro illustrazioni – in apertura e chiusura a rispettare la struttura palindroma che caratterizza l’intero testo – di Mattia Barbieri. In che modo le immagini dialogano con le parole, in questo caso?
Mattia ha creato trentatré tavole per questo libro, per necessità di spazio ovviamente abbiamo dovuto sceglierne solo quattro, ma è stato difficile. Come artista ha lavorato su queste figure di divinità androgine, con attributi maschili e femminili, corredandole di parole e numeri incomprensibili per rispondere al concetto di sacro che volevo portare in scena. C’è erotismo, magia, identità fluide. È come se avesse costruito un’iconografia pagana per le storie, personali e mitologiche, che ho scritto e che sono legate dal filo rosso della spiritualità
Nonostante la giovane età sei tra le poete più attive della nuova scena italiana, da diverso tempo. In che stato di salute versa la suddetta scena, secondo te, e dove può arrivare nei prossimi anni?
La scena poetica italiana è fatta di luci e ombre, quello che posso dire è che c’è una scena giovane, spesso femminile e queer, che cerca di prendersi gli spazi e di costruire un dialogo profondo, aderente al contemporaneo. Dall’altra parte si può sicuramente notare una tendenza all’individualismo, al gioco di potere e alla difesa dei propri domini, caratteristiche che rendono l’ambiente talvolta asfittico e iper-competitivo. Non so dirti come ma di certo la scena evolverà e credo che molto dipenderà da come sceglieranno di porsi le nuove generazioni nei confronti di maestri che si sono mangiati tutto lo spazio, più spesso per una questione di strapotere che non di merito. Vedremo.
Maria Oppo
Ciò che è morto in eterno tinge in maniera
indelebile ciò che è eternamente vivo.
L’acqua mi bagna il seno, spingo via la donna,
chiudi le finestre, chiudile. Il liquido mi arriva alla
gola ed è nero come una brace morta. Non serve
che mi volti, ti sento.
Hai aperto gli occhi.
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