A Roma c’è un collettivo artistico che guarda al passato per smuovere il presente. Intervista ai protagonisti
Collettivo Novecento riunisce il curatore e storico dell’arte Giovanni Argan e gli artisti Elia Novecento e Leonardo Crudi. I loro interventi di street art si muovono tra storia dell’arte, della poesia e del cinema per creare nuove forme di “propaganda culturale”
Nato nel 2016, Collettivo Novecento è formato dal curatore e storico dell’arte Giovanni Argan (Roma, 1991) e dagli artisti Elia Novecento (Roma, 1989) e Leonardo Crudi (Roma, 1988). Il collettivo unisce pratica artistica e ricerca curatoriale in un lavoro che attraversa pittura, poesia e interventi nello spazio pubblico. Si tratta di un’attività di “propaganda di agitazione culturale” attraverso manifesti dipinti a mano e affissi sui muri di Roma. Abbiamo intervistato i tre membri di Collettivo Novecento per farci raccontare la loro pratica tra influenze, visioni del mondo artistico contemporaneo e progetti futuri.

La politica nelle ricerche di Elia Novecento e Leonardo Crudi
Le ricerche artistiche di Leonardo ed Elia hanno in comune la medesima pratica, e il Collettivo Novecento parte, infatti, dall’idea di riproporre in chiave contemporanea l’agit-prop, ossia la propaganda di agitazione sovietica. È da qui che nasce il progetto dei manifesti per strada. Ma il loro lavoro non è un esercizio di nostalgia politica. L’intervento nello spazio pubblico è politico, ma non politicizzato: non sostiene partiti o movimenti, bensì assume una politicità che si manifesta, appunto, nella proposta di una “propaganda culturale”. Attraverso le loro opere recuperano la cultura non ufficiale e dimenticata. I loro manifesti – che non sono riproduzioni seriali, ma opere uniche realizzate a mano – occupano lo spazio urbano per sollecitare i passanti a informarsi sulla storia di un personaggio o sulle genealogie formali dei linguaggi astratti. In un momento storico in cui la cartellonistica tradizionale ha perso la propria efficacia a favore di una comunicazione digitale, questi manifesti artigianali riattivano la dimensione comunicativa dello spazio pubblico per propagandare una cultura “diversa”.
L’interesse per la poesia
Un ulteriore elemento di convergenza nelle ricerche di Leonardo ed Elia è la passione per la poesia italiana – da Valentino Zeichen ad Adriano Spatola, fino a Sandro Penna (per citarne solo alcuni). Entrambi compongono versi. La parola per loro è importante tanto quanto l’immagine. In particolare, nel lavoro di Elia, la scrittura poetica si configura spesso come un dispositivo complementare alle opere visive, estendendone il campo semantico e interpretativo.

Intervista a Collettivo Novecento
Collettivo Novecento: cosa vuole raccontare questo nome, cosa vuole esprimere?
Elia Novecento e Leonardo Crudi: Il nome collettivo Novecento nasce dal nostro rapporto con il Novecento storico e artistico. Ci siamo formati guardando alle grandi esperienze di quel periodo, che ci hanno spinto a cambiare approccio e a iniziare a dipingere in un altro modo. Facciamo riferimento soprattutto alle ricerche del primo Novecento: dalla letteratura alla poesia, dalla pittura al cinema. È un immaginario molto ampio, un terreno comune da cui prendiamo stimoli e suggestioni per il nostro lavoro.
Giovanni Argan: Siamo nati tutti e tre sul finire del Novecento, un secolo che ha rappresentato una frattura radicale nei canoni dell’arte, aprendo il campo a sperimentazioni formali e concettuali senza precedenti e mettendo in crisi l’idea stessa di una storia dell’arte unitaria e lineare.
Ci dica di più su questa crisi e sul suo rapporto con il vostro lavoro…
GA: La globalizzazione ha reso evidente la natura plurale, ibrida e transnazionale dei processi artistici, trasformando la “storia dell’arte” in una costellazione di storie dell’arte, tra le quali ci interessano in particolare quelle che hanno mostrato forme di resistenza ai processi di standardizzazione culturale, mantenendo un rapporto critico con lo spirito del luogo e con il proprio tempo storico circoscritto. Vivendo ormai nel terzo millennio, il nome del collettivo è per noi un tributo a quel secolo di svolta, del quale, da un punto di vista generazionale, ci sentiamo gli eredi più giovani. Il nostro lavoro si fonda sullo studio delle storie – soprattutto quelle meno note e marginali – come strumento per intervenire nel campo dell’arte contemporanea con una mentalità da outsiders – anche se outsiders non possiamo definirci -, ciascuno attraverso i propri strumenti, che siano il pennello, il martello o la penna. Nella sua essenza, il Collettivo Novecento è una retroguardia che ha nostalgia solo del futuro.
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Quali sono le peculiarità del vostro collettivo e come definiscono quel che perseguite?
EN e LC: Il nostro lavoro si muove sempre tra estetica e divulgazione. È una cosa che facciamo da tempo, anche con il lavoro in strada attraverso i poster: ci interessa rendere visibile e accessibile un certo immaginario, riportare alla luce personaggi, storie e riferimenti che rischiano di essere dimenticati, ma farlo con un linguaggio visivo diretto e contemporaneo.
GA: La peculiarità del nostro collettivo, nato nel 2016, è quella di fondere la componente artistica con quella curatoriale. Ognuno di noi conduce le proprie ricerche in autonomia, ma il confronto è costante: gli interessi culturali di Leonardo ed Elia diventano anche i miei, e viceversa, in un processo di influenza reciproca. Personalmente, in quanto studioso e curatore, lavorare insieme a Leonardo ed Elia e seguire da vicino i loro percorsi mi ha fornito una formazione che non avrei potuto acquisire esclusivamente attraverso i libri. Ho potuto comprendere come pensano gli artisti, quali problemi affrontano nelle diverse fasi del lavoro e, soprattutto, ho avuto la possibilità di assistere, passo dopo passo, alla nascita delle opere. Allo stesso tempo, credo di aver contribuito ad accompagnare il loro lavoro in una direzione più consapevole dal punto di vista curatoriale, aiutandoli a pensarlo come una forma di ricerca che prende forma in progetti coerenti.
Come si integrano le ricerche artistiche di Elia Novecento e Leonardo Crudi?
EN e LC: Le nostre ricerche artistiche si intrecciano grazie a un’amicizia che dura da quindici anni. In questo tempo abbiamo condiviso la vita quotidiana e, di conseguenza, anche il percorso artistico: prima i graffiti, poi la pittura. È stato un passaggio naturale, cresciuto insieme al nostro rapporto e al modo di lavorare.
GA: Leonardo ed Elia sono amici da tempo immemore, da quando andavano a dipingere graffiti insieme – la loro crew si chiamava PushStyle. Io ho incontrato Leonardo dieci anni fa, in occasione della sua mostra personale Simil-Prop. Il nostro comune interesse per l’arte russa ci ha fatto legare subito. Abbiamo iniziato a lavorare insieme, poi ho conosciuto Elia e gradualmente il Collettivo Novecento ha preso forma. Nel 2019 il Collettivo ha preso casa in uno studio nel quartiere romano dell’Alberone, in Via Gino Capponi. È diventato il nostro covo. Qui, Leonardo ed Elia dipingono e sfornano le loro opere. Qui una/due volte l’anno siamo soliti organizzare delle mostre-evento.
Come definireste la vostra visione comune, senza perdere le singole identità?
EN e LC: Come succede un po’ in tutti i collettivi, lavoriamo sia individualmente sia insieme. Ognuno porta avanti un proprio percorso personale, poi ci sono momenti in cui si lavora in coppia o in gruppo. In realtà il collettivo è più ampio: ci sono altre persone e ci muoviamo su linguaggi diversi, dalla poesia al cinema, dal video alla musica. A volte i progetti si intrecciano e diventano collettivi, altre volte restano personali, ma vengono comunque sostenuti dagli altri.
Oltre al lavoro in studio, anche il subvertising è parte del vostro linguaggio…
EN e LC: Non userei un inglesismo per raccontare il nostro lavoro. Quello che facciamo nasce in studio e poi viene portato in strada, spesso affisso su muri o su spazi di cartellonistica pubblicitaria, andando a sostituire le pubblicità con le nostre opere. Si tratta sempre di lavori unici, dipinti interamente a mano.

Come decidete a quali progetti dare priorità?
EN e LC: Quello che facciamo nasce da quello che leggiamo e da quello che viviamo in quel momento. Non c’è una priorità data a un lavoro piuttosto che a un altro: se uno sente di approfondire una cosa, lo fa. Magari in un periodo ti stai concentrando sui futuristi e ne esce un lavoro legato a quello, un altro momento stai leggendo Prévert e nasce qualcosa di diverso. Non è qualcosa che decidiamo a tavolino: è quello che vediamo, leggiamo e viviamo.
Quali nuove strade o temi pensate di esplorare nei prossimi due anni?
EN e LC: Continueremo a dipingere e a scrivere poesie, portando il lavoro dallo studio alla strada, come abbiamo sempre fatto.
Come vedete il ruolo del Collettivo Novecento nella scena artistica italiana nel 2026?
EN e LC: Non ci interessa il clima artistico del 2026 che riteniamo assolutamente non interessante soprattutto nel panorama che viviamo, quindi, continueremo a viverlo come sempre da estranei.
GA: Non spetta certo a noi stabilire se il nostro lavoro abbia un ruolo nella scena artistica italiana. Saranno le generazioni più giovani a dirci come ci percepiscono e a giudicare il nostro operato. Noi continueremo a fare la nostra parte. Non è importante se il nostro lavoro verrà apprezzato o contestato; ciò che conta è che non lasci indifferenti.
Intervista a Elia Novecento
La farfalla astratta e stilizzata è un tuo segno distintivo: come è nata questa idea?
La farfalla – o ciò che viene spesso letto come tale – non è una definizione che ho mai sentito il bisogno di fissare. È un’immagine che è emersa attraverso lo sguardo degli altri, così come il riferimento alle macchie di Rorschach. Queste letture esterne hanno finito per sedimentarsi e delineare il filone di lavori che sto attraversando in questo periodo. L’avvicinamento all’astrazione nasce in un momento preciso del mio percorso pittorico, quando la forma figurativa ha iniziato a perdere urgenza, quasi a esaurire la propria funzione all’interno di un contesto già fortemente astratto. Da lì è iniziato un processo di sottrazione, più intuitivo che teorico, che mi ha portato ad abbandonare progressivamente la figura.
Raccontaci di più…
I viaggi in Asia hanno avuto un ruolo determinante in questo passaggio, incidendo profondamente sul mio modo di guardare e di abitare la pittura. In particolare, un ritorno in Thailandia ha segnato una svolta: il gesto si è fatto più libero, il segno più essenziale, e le immagini hanno iniziato a muoversi verso una dimensione più primitiva, quasi rituale. In Indonesia, attraverso lo studio della tecnica del batik, questa trasformazione si è chiarita ulteriormente. Mi sono reso conto che ciò che mi interessava non era più la rappresentazione della figura, ma la costruzione di un linguaggio decorativo e astratto, capace di evocare piuttosto che descrivere. Un immaginario emotivo, introspettivo, che lavora per stratificazioni e risonanze, lasciando spazio a una lettura più intima e sensibile.
L’astrazione ti permette libertà totale o c’è sempre una regola interna che segui?
L’astrazione mi dà più libertà nell’uso del colore e delle forme, ma non dal punto di vista compositivo. Anzi, la trovo spesso più vincolante: costruire un quadro senza appoggiarsi alla figura è complesso, perché le forme non sono immediatamente leggibili e tutto deve reggersi su equilibri molto precisi. Lavoro, quindi, molto sulla struttura, sugli ingombri, sulle relazioni interne. A volte uso la specchiatura dell’immagine come strumento per tenere insieme la composizione e creare una tensione più raccolta. È un modo di lavorare che mi permette di spostare il racconto su un piano più introspettivo, meno narrativo e più emotivo.
Che ruolo giocano le influenze artistiche passate nella tua ricerca? Esistono anche delle influenze contemporanee? Se sì, di che tipo?
Alcune correnti artistiche sono state fondamentali per il mio lavoro. In particolare, la Scuola romana di Piazza del Popolo, con un’attenzione speciale a Tano Festa e Cesare Tacchi, che hanno avuto un peso importante nel mio percorso. Per quanto riguarda il contemporaneo, mi capita di guardare a ciò che oggi viene definito post-graffitismo, che considero una sorta di astrazione dei nostri giorni. Al di là delle correnti, però, sono sempre stato attratto dalle tessiture, dai tappeti, dalle maioliche: elementi decorativi che tornano spesso nel mio modo di pensare l’immagine.
Guardando al 2026, quali sperimentazioni vorresti assolutamente intraprendere?
Vorrei creare un contatto più diretto tra le persone e il mio lavoro. Spesso i miei progetti nascono da poesie che scrivo io, o da testi di altri, e mi piacerebbe aprire questo processo anche all’esterno: chiedere alle persone di raccontarmi sogni, ricordi o piccoli aneddoti, da cui poi sviluppare una serie di poster da affiggere nello spazio pubblico. Nel 2026 tornerò probabilmente in Cina. I viaggi in Asia hanno sempre avuto un ruolo centrale nella mia ricerca, e sono sicuro che anche questa esperienza porterà nuove immagini, nuove idee e nuove direzioni di lavoro.

Intervista a Leonardo Crudi
Da cosa deriva la scelta di usare simboli e personalità italiane o romane in alcuni dei tuoi lavori?
Il mio lavoro nasce da una commistione di linguaggi: dal costruttivismo all’estetica contemporanea, passando per la pop art, il futurismo e altre correnti. È un vero e proprio melting pot. Per quanto riguarda il riferimento agli artisti italiani o ai personaggi, soprattutto romani, ho lavorato molto sulla poesia contemporanea, ma mi sono mosso anche altrove: ad esempio su figure della cultura russa in occasione del centenario della Rivoluzione d’Ottobre, e su molti altri progetti che hanno accompagnato e attraversato tutto il mio percorso.
Il cinema, da Pasolini a Placido, per fare qualche esempio, influenza il tuo linguaggio visivo…
Il cinema è sempre stato presente nel mio linguaggio, sia dal punto di vista estetico sia da quello dei contenuti, come in Casotto di Sergio Citti, che resta comunque legato a un immaginario pasoliniano e a quel tipo di neorealismo. Ho lavorato molto sul cinema, soprattutto su quello sperimentale italiano, spesso poco conosciuto: su figure come Brunatto, Grifi, Leonardi, oppure su progetti come Schegge d’utopia, che è un documentario. In generale ho spaziato su mondi diversi
Lavori anche con smalti e materiali particolari: quanto il mezzo guida la forma e il contenuto?
Negli ultimi tempi mi sto concentrando soprattutto sul legno, che taglio e dipingo interamente a mano, dando vita a quella che potremmo definire una forma di scultura bidimensionale, in un dialogo che, se vogliamo, richiama certe esperienze storiche, come quelle di Depero. Nel corso della mia pratica ho comunque attraversato linguaggi differenti: dal video alla parola scritta, mantenendo sempre un approccio aperto alla sperimentazione, che spero di continuare a portare avanti anche in futuro. Per quanto riguarda il rapporto tra mezzo, forma e contenuto, direi che l’influenza è minima. Il linguaggio può cambiare, ma il nucleo del lavoro resta invariato: il contenuto rimane lo stesso, sia dal punto di vista estetico che concettuale. Non c’è una gerarchia tra mezzo e idea, quanto piuttosto una continuità che attraversa le diverse forme espressive.
In che modo il tuo lavoro si adatta sia allo spazio espositivo sia alla strada?
Mi viene in mente una frase di Bruce Lee: “La nostra natura è come l’acqua”. In base al contenitore cambia forma, ma rimane sempre acqua. È un po’ lo stesso rapporto che ho con i linguaggi che utilizzo: possono cambiare i mezzi, le strutture, le modalità, ma ciò che attraversa il lavoro resta invariato.
Alessia Tommasini
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