Napoli tra overtourism e aura di autenticità. Intervista all’artista e fotografo Fabrizio Vatieri
Artista e fotografo con una formazione da architetto, Vatieri attraversa linguaggi diversi per interrogare i modi in cui l’essere umano interviene nello spazio. L’abbiamo intervistato in occasione della sua ultima performance per parlare (anche) della sua città natale
Fabrizio Vatieri (Napoli, 1982) è una figura ibrida e difficilmente incasellabile: artista e fotografo, con una formazione da architetto, attraversa linguaggi e discipline per interrogare il modo in cui l’essere umano interviene — spesso in maniera invisibile ma decisiva — nello spazio domestico e urbano. La sua ricerca prende forma attraverso performance, fotografia e suono, costruendo narrazioni sospese tra gesto, corpo e ambiente. Oggi di base a Milano, abbiamo visto il suo nuovo lavoro, Undercore, durante la Milano Fashion Week Uomo, a un evento che promuoveva il volume Napoli Infinita curato dallo stilista ed ex direttore creativo di Gucci, Sabato De Sarno. “Il rapporto con lui è nato in modo molto naturale”, dice Vatieri. “Ha visto una mia performance, si è interessato al mio lavoro e mi ha invitato a partecipare al libro. Abbiamo fatto uno studio visit e mi ha lasciato totale libertà, scegliendo insieme le immagini. Anche per la performance mi ha dato carta bianca. È stato un promotore consapevole dell’operazione e del mio lavoro, che procede per capitoli e ruota intorno a questo equilibrio costante tra rappresentazione, utopia e realtà”.
Fabrizio Vatieri tra fotografia, editoria e performance
Negli anni il suo lavoro è approdato in contesti istituzionali e festival internazionali, dalla Biennale di Malta (2024) alla Triennale di Milano, fino alla Photo Biennale di Salonicco (2016). Le sue performance, caratterizzate da una forte tensione concettuale, sono state presentate anche a Documenta Kassel (2022), uno dei palcoscenici più rilevanti della ricerca artistica contemporanea. Tra il 2012 e il 2019 Vatieri è stato co-fondatore di Pelagica, piattaforma di ricerca dedicata al Mediterraneo, con cui ha curato mostre e programmi di residenza, inclusa una partecipazione alla Biennale del Mediterraneo di Tirana (2017). Parallelamente all’attività espositiva, ha sviluppato una pratica editoriale che include titoli come Dominare Spiritualmente il Progresso (2017, Nowhere Gallery), Pensavo Fosse Amore (2022, Volcanic Attitude), nati entrambi in occasione dei due lavori omonimi, e l’album Standards of Living (2023), pubblicato da Union Editions, anch’esso presentato poi con una performance.
Il senso dell’insegnamento per Vatieri
Accanto alla ricerca artistica, Vatieri porta avanti l’insegnamento della fotografia nelle scuole superiori attraverso laboratori. Ma specifica: “Non insegno storia della fotografia in senso accademico. Uso la storia dell’arte e della fotografia per stimolare una sensibilità verso ciò che solitamente non è considerato fotogenico. Credo che l’insegnamento sia uno degli ultimi strumenti politici reali per provare a cambiare le cose, più di tanti progetti che rischiano di restare fine a sé stessi”. E, tra le altre cose, è uno dei fondatori di Palinurobar, un locale milanese dove ascolto, musica e condivisione sono le fondamenta: “Non l’ho mai vissuto come un progetto artistico, ma come un’occasione per riunire persone, organizzare incontri, listening session, presentazioni”. La sua carriera, però, è molto più ampia e la sua pratica artistica tocca anche temi legati all’attualità, come Napoli e l’overtourism. Ne abbiamo parlato con lui per scoprire come tutte queste cose riescono a convivere in una sola persona.

Intervista a Fabrizio Vatieri
Definisciti per chi non ti conosce.
Sono architetto di formazione, artista e fotografo nel campo dell’architettura, del design, dell’arte contemporanea e delle arti performative. La mia formazione in architettura continua a influenzare fortemente il mio lavoro, soprattutto nel modo di guardare, rappresentare e raccontare.
Tanti spunti e altrettante tue letture. È mai stata problematica questa cosa per te?
La convivenza di tutte queste pratiche è spesso un problema più per la percezione esterna che per me. Spesso mi viene chiesto come faccia a tenere insieme cose così diverse, quasi fosse una provocazione. Ma la storia dell’arte e dell’architettura è piena di figure che hanno attraversato linguaggi differenti. Anche il bar, per esempio, può essere letto come un luogo di relazione e incontro, non solo come progetto imprenditoriale. Se pensiamo a esperienze come quelle di Gordon Matta-Clark, anche lo spazio del bar può essere ricondotto a un’idea allargata di pratica artistica.
Com’è iniziato tutto?
Ho sempre avuto un’attitudine molto forte verso le arti figurative. Da bambino e da ragazzo disegnavo continuamente. Il disegno è stato una grande passione. Quando ho finito il liceo scientifico, mi sono iscritto ad architettura non perché volessi progettare edifici, ma perché mi interessava il tema della rappresentazione, del disegno come strumento di pensiero, e anche il rigore che quella disciplina comporta. Durante gli studi mi sono reso conto che non mi interessava progettare città o edifici con un approccio interventista, ma raccontare. Raccontare per innescare una presa di coscienza sulle trasformazioni del paesaggio. Da lì si sono definiti due binari che continuano a correre paralleli: da una parte il lavoro di fotografo di architettura, al servizio di progetti; dall’altra la mia pratica artistica, che utilizza la fotografia per raccontare il paesaggio in modo non sensazionalistico, a volte poetico, a volte concettuale. In questo senso, la tradizione italiana di Viaggio in Italia e la scuola dei New Topographics sono stati riferimenti fondamentali.
Ti cimenti anche nella performance…
Per quanto riguarda la performance, tengo a precisare che non mi considero un artista performativo. Uso il linguaggio della performance in alcuni lavori, spesso legati al suono. Parallelamente a tutto il resto, ho sempre suonato, prima in gruppi punk hardcore, poi con la mia band nata a Napoli e tutt’ora esistente in forma apolide e discontinua: Ne Travaillez Jamais. Un’ esperienza di condivisione non solo musicale ma anche politica, di grande formazione per me, all’interno della quale è nata anche Ammagar, un’etichetta discografica e non solo dedicata alla musica sperimentale e noise, spesso in dialogo con le arti visive e performative. Questo mondo ha influenzato profondamente il mio lavoro. A un certo punto ho sentito che la mia pratica artistica aveva bisogno di uscire dall’immagine. Sentivo che nelle fotografie c’era qualcosa che volevo dire, ma che non riuscivo a esprimere completamente. Nel 2017, grazie all’incontro con Orio Vergani, ho realizzato la mia prima performance, Dominare spiritualmente il progresso. Era un lavoro che rifletteva sull’equilibrio — e sul disequilibrio — tra fotografia commerciale e pratica artistica, utilizzando gesti osservati nel mondo del real estate come una sorta di coreografia.
E poi?
Quel progetto è poi diventato una trilogia. Il secondo capitolo, Buchi nell’acqua – presentata in occasione di Artissima 2018 nell’ambito di Campo17 di Fondazione Sandretto Re Rebaudengo – era una performance di otto ore sul fallimento e sul successo, mettendo in scena una situazione lavorativa tipica per molti fotografi: produrre serie immagini apparentemente inutili. Il terzo capitolo è stato un happening, una finta galleria che vendeva buchi nell’acqua a 20 euro, fino all’epilogo con il disco Standards of Living, concepito come colonna sonora per un negozio di pavimenti in finto legno. Tutto il lavoro ruota intorno ai temi dell’utopia domestica, delle trasformazioni urbane, al rapporto tra spiritualità e lavoro.

Nella tua arte tratti il tema del turismo sregolato. Che cosa ne pensi?
L’overtourism e le dinamiche immobiliari legate a fenomeni di turistificazione sono conseguenze avanzate di processi iniziati molto prima. Il problema non è il turista, ma la gestione delle risorse locali e il displacement che ne consegue. A Napoli, come in molte altre città italiane ed europee, gli affitti brevi hanno espulso residenti storici. Puntare il dito contro il turista è inutile: il problema sta in chi struttura e trae profitto dalle modalità di consumo del territorio. Questo tema mi sta molto a cuore ed è anche il modo più diretto in cui mi riconnetto agli studi di architettura. Non ho la pretesa di dare risposte attraverso il mio lavoro, né mi definisco un attivista. Contribuisco al dibattito con gli strumenti che ho, cercando di sensibilizzare e porre domande.
Infatti, con Napoli dici di avere un rapporto complesso…
Quando me ne sono andato, la città stava per trasformarsi radicalmente. Per anni non ho voluto lavorare su Napoli perché era difficile non cadere nella rappresentazione-cartolina. A partire da La morte è la vostra religione – la cui serie fotografica è stata pubblicata in anteprima proprio su Artribune – ho iniziato a raccontare la città nel suo passaggio da luogo di cronaca a teatro di posa, da città temuta a città consumata. La performance Undercore che segue La morte è la vostra religione (2024) e Vela celeste (2025) parla proprio di questo passaggio, usando elementi simbolici, come il suono e l’immaginario degli anni Novanta, per raccontare un cambiamento più ampio.
Si parla spesso di Napoli come “autentica” dopo l’esposizione mediatica che ha avuto, concordi?
Credo che l’autenticità sia un concetto quasi astratto, che si aggiorna continuamente. Il successo di certe immagini dipende dal fatto che funzionano visivamente: bucano lo schermo. È sempre successo nella storia della fotografia. Napoli incarna perfettamente quell’archetipo di autenticità fatto di stratificazioni, tradizione e segni. Non credo che si possa parlare di un luogo solo se lo si abita. Lo sguardo esterno può essere interessante. Il vero nodo è la distribuzione delle risorse: chi guadagna da queste operazioni? È lì che dovrebbe concentrarsi la critica, non su una difesa territoriale che trovo conservatrice.
Giulio Solfrizzi
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