Perché la parola performance è fondamentale nel mondo in cui viviamo. Ce lo spiega un filosofo

Quali sono stati i momenti chiave nella storia filosofica della performance? Un libro pubblicato recentemente da Castelvecchi lo racconta. Intervista all’autore

Se parliamo di “performance” ci vengono in mente un milione di contesti in cui utilizzarla: l’arte e il teatro ovviamente, ma anche la tecnologia, lo sport, il mondo dell’imprenditoria, persino le neuroscienze. Giacomo Fronzi, musicista e docente di Estetica all’Università di Bari, oltre che conduttore radiofonico, ne ha esplorato le implicazioni dal punto di vista filosofico, con incursioni nel mondo dell’arte, della danza, del teatro, della musica e soffermandosi sui momenti che hanno dato vita ad una svolta performativa, in un saggio entusiasmante (Performance. Itinerario Filosofico Storico-Artistico, Castelvecchi, 2025) che attraversa i generi. Ne abbiamo parlato con l’autore in questa intervista.

Giacomo Fronzi, Performance. Itinerario Filosofico Storico-Artistico, Castelvecchi, 2025
Giacomo Fronzi, Performance. Itinerario Filosofico Storico-Artistico, Castelvecchi, 2025

Intervista a Giacomo Fronzi

La parola “performance”, come lei stesso sottolinea, è onnipresente e utilizzata in svariati ambiti della vita umana. Che cos’è la performance nel presente in cui viviamo?
Il mio tentativo è stato quello di proporre una riflessione, tra il filosofico e l’artistico, sulla performance, aggiungendo elementi che possano arricchire il già ampio territorio dei cosiddetti “Performance Studies”. Tra questi, c’è l’idea di fornire una lettura filosofica della performance, riabilitandola e rivalutandone la portata all’interno della cornice dell’esistenza quotidiana. A differenza delle letture più frequenti (in ambito teatrologico, artistico, linguistico, aziendale o sportivo), quella teorico-filosofica più diffusa ha visto nella performance qualcosa di riconducibile all’idea di prestazione efficace, richiesta in particolare nelle società tardo-capitalistiche (sulla scorta delle tesi di Marcuse e non solo).

Ci spieghi meglio
Da questo punto di vista, la “società della performance” (e in questo quadro si inseriscono anche le stimolanti riflessioni proposte qualche anno fa da Maura Gancitano e Andrea Colamedici) è una società che impone a ciascuno di noi di spingere gradualmente più in alto le nostre prestazioni, al fine di rispondere, con sempre maggiore efficacia, alle richieste del sistema, tutto orientato verso la riduzione dei costi e la massimizzazione dei benefici e dei profitti. In aggiunta a quest’impostazione e riflettendo sulla diversità, in termini di rilevanza per ciascuno di noi, delle azioni che quotidianamente compiamo (per fare un esempio, aprire una porta non può essere considerata sullo stesso piano del prendere i voti), propongo una nuova lettura della performance, intendendola come un’azione complessa dall’alto grado di significatività e dalla potente capacità trasformativa.

Da filosofo par suo nel suo testo si concentra sul significato filosofico di performance… a quali svolte assistiamo nell’interpretazione del termine?
Uno dei motivi che mi ha spinto a lavorare su questi temi è la sostanziale assenza di una riflessione filosofica sulla “performance” che possa anche andare oltre i limiti semantici tradizionali. Dal momento che le nostre azioni non sono tutte uguali, non hanno tutte lo stesso valore e le stesse implicazioni, la mia proposta è quella di distinguere tra tre categorie.

Ovvero?
La performance non artistica ordinaria è una specifica azione quotidiana, intenzionalmente orientata verso un obiettivo significativo per il soggetto agente, è dinamica, processuale e imprevedibile e possiede un alto grado di capacità trasformativa. Nella categoria di performance non artistica extra-ordinariaconfluiscono, invece, tutte le altre possibili forme di performance che non vengono compiute nella quotidianità. Sono azioni che prevedono una relazione diretta tra prestazione e risultato, laddove quest’ultimo può (o deve) essere quantificato, e che implicano la presenza di (o la relazione con) almeno un’altra persona.
La performance artistica ha ovviamente a che fare con il mondo delle prassi artistiche e la potremmo distinguere in performance artistica specifica (vale a dire la vera e propria esecuzione-interpretazione, e cioè l’atto esecutivo-interpretativo richiesto dall’opera per poter esistere ed essere comunicata) e performance artistica assoluta (caratterizza quelle forme d’arte nelle quali atto creativo, esecuzione, interpretazione e rapporto con il pubblico sono componenti, contemporaneamente, di uno stesso processo. Si pensi, ad esempio, a una performance di Marina Abramović).

Che cosa può fare, invece, la performance per la filosofia?
Intanto può spingerci verso una riflessione più profonda e consapevole attorno a quell’universo ampio, onnicomprensivo, dinamico e processuale che è l’estetico.
La nostra relazione con gli altri e con l’ambiente è preliminarmente estetica. La chiave d’accesso al mondo quotidiano e al mondo della vita, su base performativa, è di tipo fondamentalmente estetico. Questo, nella nostra società, così pervasa dall’irrefrenabile ricerca della bellezza a tutti i costi e del piacere senza mediazioni, induce a una riflessione critica sui modi attraverso cui la sensibilità si realizza, prende forma, si orienta.
È necessario, allora, avere piena consapevolezza di certi processi, per evitare che il condizionamento che il sistema esercita su di noi (e che ha una base fortemente estetica, emotiva, sensibile, immaginativa) possa sfuggire del tutto alla nostra volontà. In altre parole, occorre un’educazione estetica per agire in modo consapevole e, a questo scopo, studiare le “forme della performance” può senz’altro aiutarci.

La performance nelle arti visive come interviene in tutto questo impianto e nel suo passaggio da happening a performing art? Nonostante la “visione totale” della performance che il suo libro presenta, tra le pagine c’è una analisi molto accurata di quello che la performance ha significato nei settori delle visual art, della musica, della danza…
Nella Parte Seconda del mio libro ho cercato di ricostruire, con adeguato e preliminare inquadramento storico-critico, i modi attraverso cui si è consumata la cosiddetta “svolta performativa” nel teatro, nella performance art, nella musica e nella danza del XX e XXI secolo, a partire da circa quaranta figure che considero paradigmatiche, da Jerzy Grotowski ed Eugenio Barba a Gina Pane, da Rebecca Horn a Marina Abramović, da Nam June Paik a Frederic Rzewski, da Pina Bausch a Xavier Le Roy.
D’altronde, uno degli obiettivi che mi sono dato è quello di fornire alle studentesse e agli studenti uno strumento didattico, così da poter meglio comprendere come si sia sviluppata e quali forme abbia assunto la vocazione performativa di molti protagonisti della storia delle arti del Novecento e del nostro secolo.

Riesce già a immaginare le possibili declinazioni che l’aspetto performativo avrà nell’epoca dell’Intelligenza Artificiale?
Una premessa: sono convinto che l’AI abbia, come tutte le nuove tecnologie, un potenziale enorme rispetto alla semplificazione e al miglioramento dei processi (di qualsiasi tipo). Ne scorgo anche i rischi, soprattutto in termini di distorsione della realtà e di accelerazione verso il superamento dell’idea di “verità”, anche in relazione ai nostri temi. Ho difficoltà a immaginare l’impatto che l’AI potrà avere sul “performativo”. Probabilmente potrà contribuire a progettare soluzioni performative inedite, con una capacità “contaminatoria” interessante e impensabile. Oppure, al contrario, potrà intorpidire la nostra fantasia, ridimensionando quelle capacità immaginative che ci consentono di attribuire un senso più profondo e ulteriore sia a ciò che ci circonda sia a quello che ci anima dall’interno.

Santa Nastro

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Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è vicedirettore di Artribune. Dal 2015 è Responsabile della Comunicazione di…

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