Il Mediterraneo come confine liquido. Se ne parla nella mostra di Giuseppe Lo Schiavo a Firenze

Giuseppe Lo Schiavo trasforma la Sala d’Arme di Palazzo Vecchio in un’installazione immersiva dedicata alle rotte migratorie nel Mediterraneo. Nato da una performance in mare aperto, combina video, suono e scultura. Con la curatrice Serena Tabacchi riflettiamo su memoria, perdita e sull’idea di “confine liquido”

Uno spazio storico si trasforma in un ambiente immersivo di video, suono e scultura, invitando il pubblico a confrontarsi con il Mediterraneo come luogo di passaggi e rotte segnate dalle tragedie delle migrazioni contemporanee. È Rotta, progetto site-specific dell’artista Giuseppe Lo Schiavo (Pizzo, 1986), a cura di Serena Tabacchi, visitabile fino al 29 marzo 2026 nella Sala d’Arme di Palazzo Vecchio e promosso dai Musei Civici Fiorentini con il patrocinio del Comune di Firenze e la collaborazione della Fondazione MUS.E. Il lavoro nasce da un’azione in mare aperto realizzata il 10 dicembre 2025, a otto miglia dalla costa, quando la Banda di Pizzo Calabro diretta da Alessandro Maglia ha eseguito due requiem e due brani contemporanei, con musiche composte insieme all’artista da Marco Guazzone. Documentata da sette camere e trentadue microfoni, la performance è il cuore dell’installazione: le immagini si accompagnano a un paesaggio sonoro diffuso nella sala e a delfini in bronzo a grandezza naturale ispirati a quelli comparsi durante le riprese. Al centro, il gesto con cui l’artista affida all’acqua una scultura antica in gesso. Rotta apre una riflessione sul valore del patrimonio culturale e sul senso della perdita quando riguarda la vita umana. Ne abbiamo parlato con la curatrice Serena Tabacchi.

Marco Guazzone, backstage di "Rotta", Giuseppe Lo Schiavo, 2026
Marco Guazzone, backstage di “Rotta”, Giuseppe Lo Schiavo, 2026

Intervista a Serena Tabacchi

Qual è il messaggio più “urgente” di questo vostro progetto?
Rotta parte da qualcosa di molto personale che poi si apre a una riflessione più ampia. Giuseppe Lo Schiavo è cresciuto in Calabria, in un luogo dove il mare è insieme spazio di vacanza e frontiera segnata dalle rotte migratorie, da cui spesso emergono corpi e storie interrotte. È una realtà che tocca anche la sua famiglia: il fratello lavora nella Guardia Costiera ed è impegnato nelle operazioni di soccorso lungo quelle stesse coste. La mostra nasce da questa consapevolezza e da una situazione che continua a ripetersi con drammatica regolarità: solo tra il 1° gennaio e il 10 febbraio 2026 si contano già 524 morti e dispersi nel Mediterraneo. L’idea è restituire un volto e una dignità a vite che troppo spesso restano soltanto numeri.

Che significato ha trattare un tema tanto attuale proprio in questa cornice?
Voler mettere in dialogo storia e presente. In origine era destinata alla custodia delle armi e alla preparazione militare, quindi conserva una memoria legata al conflitto e all’esercizio della forza. Oggi accoglie un lavoro che porta a fermarsi e riflettere: da luogo associato alla guerra a spazio dedicato alla cultura. Rotta entra in un ambiente monumentale e ne riattiva la memoria, mettendo in relazione il passato con una riflessione attuale sulla fragilità e sulla dignità della vita umana.

Anche le sculture restituiscono tracce evidenti di tensione.
Sì, portano segni molto evidenti: lacerazioni e ferite, superfici irregolari. Rimandano alla responsabilità umana e all’impoverimento del Mediterraneo, alle difficoltà che colpiscono molte specie e agli effetti del cambiamento climatico. Su uno dei delfini compare anche la scritta tatuata “L’arte non serve a niente”. È una frase volutamente provocatoria che, all’interno di uno spazio un tempo legato alla difesa e all’offesa, assume un significato diverso. Proprio in quella presunta inutilità l’arte trova uno dei suoi ruoli più forti: aprire domande.

Come riportare a una dimensione più “umana” un Mediterraneo spesso ridotto a numeri ed emergenze?
Abbiamo cercato di farlo attraverso un gesto “condiviso”. Il 10 dicembre 2025 la Banda di Pizzo Calabro, diretta da Alessandro Maglia, ha eseguito in mare aperto due requiem e due brani contemporanei, tra cui Pianto Eterno e Cristus, insieme a composizioni scritte per il progetto come Rotta e L’arte non serve a niente. Alla performance ha partecipato anche Marco Guazzone. A chiudere l’installazione c’è poi il brano del compositore Rakans, che oggi vive in Germania ma è arrivato in Europa attraversando proprio il Mediterraneo. La musica dà forma all’azione e la trasforma quasi in un rito laico, riportando attenzione su storie che spesso restano ai margini della cronaca.

Parlate di “confine liquido”: perché oggi è importante riflettere sui limiti instabili e invisibili?
Nel Mediterraneo il confine non coincide con una linea stabile sulla mappa. È una soglia che cambia continuamente. Parlare di “confine liquido” significa riconoscere che questi limiti hanno anche una natura politica e morale. Molte imbarcazioni vengono lasciate in aree di mare dove la competenza dei soccorsi resta incerta e la responsabilità si disperde tra diversi Stati. Questa dinamica genera una forma di deresponsabilizzazione diffusa, riflesso di una crisi più ampia che riguarda i modelli economici e i sistemi di governance.

E questo concetto come si traduce visivamente nel lavoro con Giuseppe Lo Schiavo?
Nel progetto questo tema si traduce in traiettorie irregolari: si parte dalle coste della Calabria e si arriva a un punto indefinito del mare, che suggerisce la perdita di orientamento rispetto alla rotta iniziale. Le coordinate perdono rigidità e sfuggono alla logica cartografica. Il “confine liquido” diventa così una metafora che supera le acque territoriali e richiama lo smarrimento di una direzione comune, sul piano etico e politico. Riflettere su questa instabilità significa interrogarsi sul futuro e sulla necessità di ricostruire valori condivisi.

Giuseppe Lo Schiavo, Rotta, 2026
Giuseppe Lo Schiavo, Rotta, 2026

Affrontare il tema delle migrazioni in uno spazio istituzionale è anche una scelta di responsabilità…
Sì, assolutamente. Insieme al direttore dei Musei Civici Carlo Francini e con il supporto della Fondazione MUS.E abbiamo sentito l’importanza di portare questo tema all’interno di uno spazio istituzionale. Firenze è visitata da milioni di persone per la sua storia rinascimentale e resta un luogo privilegiato per aprire uno sguardo anche sulle questioni del presente. Collocare qui Rotta significa invitare cittadini e visitatori a mettere in relazione la memoria storica della città con le urgenze del nostro tempo.

Le cinque barche che avanzano insieme, cosa raccontano?
Sono un’immagine di attraversamento e di alleanza. Il riferimento alla recente impresa della Global Sumud Flotilla è inevitabile: il mare torna a emergere come spazio politico oltre che geografico. In Rotta, a bordo, ci sono musicisti e cantanti, e questo sposta il senso del gesto. Le barche avanzano come una mano che accarezza le onde, lasciando nell’acqua una traccia sonora. Nel gesto finale l’artista lancia in mare la testa di una scultura antica: un atto volutamente provocatorio che interroga il valore attribuito al patrimonio e il suo rapporto con il presente.

Che tipo d’esperienza desidera per il visitatore?
L’opera dura circa 18 minuti ed è pensata come una video installazione con suono spazializzato. Nella parte finale il linguaggio cambia: la dimensione documentaria si interrompe e lascia spazio a un’elaborazione digitale. Il racconto si spezza e genera una sospensione. Le immagini si avvicinano all’estetica del glitch e la musica assume una dimensione elettronica, producendo una distorsione percettiva. L’esperienza coinvolge il corpo e lo sguardo, invitando il pubblico ad attraversarne lo spazio.

Parte importante ha anche il suono.
Sì, il suono è una vera struttura narrativa. Alcune tracce sono state composte appositamente e costruiscono un percorso emotivo preciso: dai requiem iniziali, solenni e meditativi, fino alla composizione elettronica del finale. Ogni passaggio musicale modifica la percezione dello spettatore e lo accompagna in un viaggio visivo e fisico. La musica diventa così un elemento immersivo.

Durante le riprese, subito dopo che l’artista ha gettato in mare la testa della scultura, racconta che è successo qualcosa d’inatteso…
Un gruppo di delfini ha affiancato le imbarcazioni e le ha seguite per alcuni minuti. Abbiamo deciso di includere questo momento perché sembrava quasi una risposta del mare. I delfini occupano da sempre un posto rilevante nell’immaginario mediterraneo e sono tra le specie più vicine all’uomo per le loro forme di comunicazione e per l’organizzazione sociale. Le sculture mostrano ferite, graffi e segni di denutrimento. Diventano un promemoria della responsabilità che condividiamo verso l’ecosistema del Mediterraneo.

Ginevra Barbetti

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Ginevra Barbetti

Ginevra Barbetti

Nata a Firenze, si occupa di giornalismo e comunicazione, materie che insegna all’università. Collabora con diverse testate in ambito arte, design e cinema, per le quali realizza soprattutto interviste. Che “senza scrittura non sarebbe vita” lo ripete spesso, così come…

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