Parola a Saad Tahaitah, il fotografo delle storie non dette
Appassionato, curioso ed entusiasta, questi i tratti del giovane fotografo e filmaker saudita che con i suoi lavori racconta persone che hanno detto tanto ma sono poche conosciute e che abbiamo intervistato in occasione della presentazione del suo documentario
Nello Studio 1 di Villa Hegra ad AlUla in Arabia Saudita, il giovane fotografo, filmmaker e produttore Saad Tahaitah (Al Namas 1999, vive e lavora a Ryadh) ci racconta la genesi del suo ultimo documentario AlUla Memory. Omar Aiwan, realizzato durante la sua residenza d’artista, nell’ambito del programma artistico curato da Gaël Charbau e Basmah Felemban presso l’istituzione culturale Saudita-Francese nata ad AlUla con l’obiettivo di sostenere la creazione contemporanea e lo scambio interculturale. Una clip del film, dedicato al poeta e animatore culturale Omar Ali Alwan (AlUla 1940-2007), appassionato fotografo che negli Anni ’80 e ’90 ha documentato tanto i paesaggi naturali e i siti archeologici della zona – Hegra, Dadan e Jabal Ikmah, patrimonio culturale dell’umanità UNESCO – quanto le trasformazioni sociali e urbanistiche della regione, è presentata nella mostra Not Deserted: AlUla’s Archives in Movement.
L’esposizione, organizzata da Villa Hegra per AlUla Arts Festival 2026 (dal 16 gennaio al 14 febbraio), nel calendario di AlUla Moments 2025/2026, crea un dialogo tra artisti diversi accomunati dalla stessa passione: lo storytelling libero da giudizi. In questo caso, lo sguardo di Saad Tahaitah sulle tracce di Omar Alwan si rapporta a quello del fotografo amateur francese Tony André (Annecy 1868-Firenze 1953), dal cui fondo – di oltre 7mila tra negativi e diapositive, conservato presso l’ICCD-Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione di Roma – provengono le immagini che André scattò nel 1910 in questa stessa area geografica. Foto che, esposte per la prima volta in Arabia Saudita in questa sezione della mostra curata dal ricercatore e arabista Louis Blin (autore anche del saggio Napoléon et l’Islam, 2025) insieme a chi scrive, sottolineano l’importanza degli archivi nella restituzione della memoria collettiva.
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Intervista al fotografo Saad Tahaitah
Come è nato e si è sviluppato il progetto del documentario dedicato a Omar Alwan durante la tua residenza d’artista a Villa Hegra?
Ero già stato un paio di volte ad AlUla, ma è stata un’esperienza entusiasmante quella di recarmi qui per cercare una storia unica. Fin dall’inizio ho pensato di concentrarmi sulle storie di AlUla che non erano state mai raccontate. Tutti i miei film – da A Day in my village (2016), Immortalizing the Art of Al-Qatt Al-Asiri (2022), presentato al Festival del Cinema di Cannes nel 2022 tra le iniziative dell’AFI-Arab Film Institute ad Aseer Memory (2024) – affrontano lo stesso tema: la storia non detta. All’arrivo, a dicembre 2025, durante i dieci giorni in residenza, il primo obiettivo è stato quello di fare ricerca. Il secondo giorno ho tenuto un workshop in cui, più che insegnare, ho voluto condividere con i partecipanti il mio modo di fare film. Alla fine, ho chiesto loro se conoscessero delle storie su AlUla e una delle partecipanti mi ha parlato di un uomo che si chiamava Omar Alwan, fotografo, poeta e scrittore che ha documentato questa zona tra gli Anni ’80 e ’90, pubblicando anche alcuni libri su AlUla, ma sconosciuto al di fuori. Ma nessuno fuori. L’ultimo giorno, poi, ho incontrato Manar, la figlia di Omar Alwan, che insieme alla nipote, Albandary Bin Ibrahim Hayaku, mi ha fatto visitare il suo archivio di circa 4mila immagini fotografiche, tra negativi e positivi.
Cosa ti ha colpito di questa figura?
Il fatto che avesse dedicato la sua vita a documentare AlUla. Lui stesso si definiva “l’amante di AlUla”, perché del posto amava tutto: persone, montagne, siti archeologici. Era veramente innamorato di AlUla. Fin dal momento in cui ho visto il suo primo libro mi sono detto che volevo fare un film su quest’uomo. Mi sento sempre molto vicino alle storie di persone che hanno detto tanto ma che sono in pochi a conoscere. Per questo ho voluto condividere con il mondo intero la storia di Omar Alwan, che ho conosciuto attraverso i suoi libri fotografici e attreverso le persone che con lui avevano condiviso molti momenti.
Quali sono state le fasi del lavoro?
All’inizio si è trattato di una sorta di esplorazione. Parlare con le persone per cercare di scoprire qualcosa di più sulla sua storia è stato davvero entusiasmante. Ho anche scelto i protagonisti da intervistare durante le riprese. Poi, dopo quel primo periodo di residenza a dicembre, sono tornato a Riyadh per due settimane per sviluppare l’idea per il film. Avevo scelto circa 500 fotografie dall’archivio di Omar Alwan che con grande fiducia mi sono state affidate dalla famiglia per poterle scannerizzare, insieme ai documenti da inserire nel film. Proprio il processo di scannerizzazione mi ha aiutato a immaginare la storia. Quando sono tornato a Villa Hegra, il 4 gennaio scorso, ho iniziato subito a filmare. Abbiamo fatto una scheda per ogni persona da intervistare che potesse completare le informazioni su di lui, approfondendo aspetti diversi della sua vita. Ho intervistato sua figlia, un parente e anche un amico. Nell’esposizione Not Deserted: AlUla’s Archives in Movement ho avuto l’opportunità di approfondire il racconto mostrando anche i suoi apparecchi fotografici, gli oggetti personali e i suoi libri insieme alle sue foto, alcune delle quali sono state stampate per la prima volta in grande formato.
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In che modo lo sguardo di Omar Alwar è importante per la collettività?
Nelle sue foto c’è sempre attenzione alla composizione. Sapeva come bilanciarla usando elementi come le auto, le persone, la natura. Omar Alwar è stato l’unico a vedere AlUla da questa prospettiva, in un’epoca in cui in Arabia Saudita non c’erano molte persone che trovassero interessante documentare la realtà di una piccola città come AlUla. Lui aveva sempre la macchina fotografica con sé. Per qualcuno poteva sembrare po’ strano un uomo che se ne andava in giro da solo a fotografare tra le montagne. Allora non si pensava quanto fosse prezioso ciò che ora vediamo. Alwar ha realizzato qualcosa di unico.
L’aver pubblicato dei libri in arabo e inglese dimostra la sua consapevolezza delle potenzialità del linguaggio fotografico…
Sì, Omar Alwar ha pubblicato quattro libri su AlUla tra il 1988 e il 2000 in cui ha documentato tutto: strade, persone, eventi del paese. Da ciò si può vedere quanto fosse innamorato di questa vecchia città, credesse nel suo sviluppo e nell’importanza di salvaguardarne il patrimonio. I libri sono davvero rari, specialmente i primi, ma ora la famiglia sta cercando di ripubblicarli e certamente la mostra Not Deserted: AlUla’s Archives in Movement è un’opportunità per mostrare anche la loro importanza. Omar Alwar è stato veramente lungimirante. Nel film ho posto a tutti i protagonisti la stessa domanda: “se lui fosse qui, oggi, quali sarebbero secondo voi le sue emozioni?” Alwar ha sempre sognato che un giorno AlUla potesse diventare com’è oggi, riconosciuta nel suo valore culturale e aperta a tutti, perché chiunque proveniente da ogni parte di mondo potesse visitarla.
Manuela De Leonardis
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