Provincia Cosmica. Intervista a Davide Maria Coltro, il pioniere dell’arte digitale che vive sul Lago Maggiore

È uno degli artisti che maggiormente (e prima di altri) ha sperimentato con i linguaggi digitali. Eppure vive in un paesino di mille abitanti sul Lago Maggiore. Così, lo abbiamo intervistato per la rubrica “Provincia Cosmica”

Può la pittura essere digitale? Questa domanda sembra aver guidato tutta la ricerca artistica di Davide Maria Coltro (Verona, 1967), precursore dei linguaggi digitali e interprete del paesaggio in chiave multimediale. Autore di opere che esplorano i confini tra il visibile e l’inaspettato, l’artista vive a Gignese, sulle sponde del lago Maggiore. Un territorio segnato dall’attesa, e in cui la luce diventa “pensiero”

Intervista a Davide Maria Coltro 

Sei nato a Verona, e dopo un lungo periodo trascorso a Milano ti sei spostato sul Lago Maggiore. Come è avvenuto questo distacco?
Sono sempre stato attratto dal Lago Maggiore e dai bacini lacustri di questa zona di confine tra Lombardia, Piemonte e Canton Ticino. Fin dalla tarda adolescenza ho incontrato questi luoghi prima nelle pagine dei libri che nell’esperienza diretta, in particolare nelle opere di Piero Chiara, capace di eleggere Luino e i paesi del lago a luoghi letterari universali, raccontando vite ordinarie in anni scabrosi ma carichi di slancio umano verso il futuro. Anche Italo Calvino, nelle pagine dedicate all’isola di San Giulio sul lago d’Orta, ha inciso profondamente sulla mia percezione di questi territori come luoghi mentali, soglie tra visibile e invisibile. 

Cosa ti ha spinto ad allontanarti gradualmente dal “centro”? 
Il decentramento rispetto a Milano, tutt’ora riferimento fondamentale per la mia formazione e carriera, non è stato un gesto improvviso né polemico, ma un processo graduale. Dopo oltre vent’anni di lavoro tra il centro e la periferia milanese, nel 2021 io e mia moglie ci siamo trasferiti nell’Alto Vergante, a Gignese, unendo abitazione e studio. Per il mio temperamento questa contiguità è una necessità: lavoro e vita non sono separabili. La vita di paese, la natura, l’aria, la scala umana e al tempo stesso la vicinanza ai centri culturali mantengono un equilibrio che sento essenziale. Per comprendere meglio i mutamenti che questo momento storico propone e anche impone, ho bisogno di cambiare prospettiva, di spostare lo sguardo per osservare il mondo da un’angolazione meno convenzionale. 

Vivi nell’Alto Vergante, in un territorio lacustre a cavallo tra cultura lombarda e piemontese. Quanto le atmosfere e la natura di questo luogo ti sono di ispirazione per il tuo lavoro?
Vivere accanto al lago significa convivere con un paesaggio che cambia senza mai smentire se stesso. Le sue atmosfere lavorano ai margini della percezione, come una trama sottile che lega cielo, acqua e monti. Qui la luce non è solo un dato naturale, ma una forma di pensiero: modula lo spazio, dilata il tempo, introduce una grammatica di variazioni minime e di attesa che riconosco profondamente nel mio modo di lavorare. Questa esperienza quotidiana diventa una condizione mentale prima ancora che geografica ed entra nelle opere come lentezza attiva, rivolta a ciò che si manifesta nel tempo. Il lago non offre mai un’immagine definitiva: chiede di essere abitato ed è una scuola di attenzione. La distanza dai grandi centri permette di vivere la tecnologia senza subirla come forza totalizzante; nei luoghi silenziosi il digitale perde la sua aura di inevitabilità e torna a esistere nella relazione con lo sguardo umano. Lavorando con immagini che si trasformano nel tempo, questa consapevolezza è fondamentale. 

Credit Davide Maria Coltro
Credit Davide Maria Coltro

Davide Maria Coltro maestro dei linguaggi digitali 

Da decenni rifletti sulle potenzialità espressive dello schermo, indagando prima di altri i confini dell’arte digitale. Come convivono questa attenzione verso i linguaggi tecnologici e le riflessioni su poesia e natura?
Da decenni lavoro con lo schermo non come semplice supporto tecnologico, ma come luogo in cui si attivano processi pittorici oltre la materia. Mi ha sempre interessato la sua natura temporale, la possibilità che l’immagine non fosse fissata una volta per tutte, ma esposta alla variazione, all’attesa, al divenire. In questa prospettiva il monitor smette di essere un dispositivo funzionale e diventa un campo sensibile, in cui il tempo è percepibile e il codice genera possibilità senza imporre una forma. Poesia e natura non entrano come riferimenti esterni o correttivi umanistici, ma come strutture profonde del mio modo di pensare la pittura. La natura insegna che nulla si ripete identico e che il tempo è un agente attivo; la poesia, analogamente, lavora per slittamenti e aperture, più che per affermazioni definitive. Tecnologia, poesia e natura non solo convivono, ma si riconoscono. Lavorare con linguaggi tecnologici significa allora sottrarli alla logica dell’efficienza e dell’accelerazione per restituirli a una dimensione contemplativa, attraversando le qualità essenziali del reale senza alcuna intenzione mimetica. 

La comunità come si inserisce in questo discorso? Che valore ha per te questo concetto, e che sfumature assume in relazione alla tua pratica?
Il concetto di comunità, per come lo intendo, non coincide con un’idea sociologica né con una reattività partecipativa forzata, ma nasce dal riconoscersi in un tempo comune. Le mie opere, che contengono il tempo e non chiedono di essere consumate rapidamente, propongono una relazione che si costruisce lentamente, nel vivere quotidiano. La pittura che produco non racconta una storia lineare né trasmette un messaggio univoco, ma si offre come esperienza condivisibile che richiede disponibilità. Vivere e lavorare in un contesto periferico significa confrontarsi con relazioni non specialistiche, con persone che non appartengono necessariamente al mondo dell’arte. Questo incide profondamente sul mio modo di pensare l’opera, sottraendola all’autoreferenzialità e riportandola a una dimensione di responsabilità. Da questa consapevolezza nasce l’esigenza di innescare processi culturali come libera offerta alla comunità. 

Dalla Materia la Luce. CaCO3, Davide Maria Coltro, Raccolta Lercaro, Bologna, 2024
Dalla Materia la Luce. CaCO3, Davide Maria Coltro, Raccolta Lercaro, Bologna, 2024

Arte, tempo e tecnologia nella pratica di Davide Maria Coltro 

Non hai un atteggiamento di tipo social-politico, ma costruisci sempre un dialogo umano e spirituale con il pubblico che è chiamato a fruire della tua opera.
Non sento il bisogno di assumere una posizione social-politica in senso dichiarativo, non perché questi ambiti siano estranei all’arte, ma perché la mia pratica opera su un altro piano, il dialogo che cerco passa attraverso la libera esperienza dell’arte e della cultura. L’opera non è uno strumento per orientare o convincere, ma un’occasione per generare domande di senso. Il pubblico è una presenza insostituibile e chiamata a entrare in relazione con la trasformazione lenta che nutre la formazione delle idee, del senso critico, della lettura del mondo che ci appartiene perché lo viviamo. In questo senso lo spettatore completa l’opera attraverso la propria esperienza, il dialogo che si instaura è umano prima ancora che culturale, spirituale nel senso essenziale del termine: apertura a un’altra qualità del tempo e dello sguardo. In un contesto dominato dall’accelerazione e dalla sovrapproduzione di immagini, proporre un’esperienza artistica che chiede tempo significa restituire la possibilità di abitare l’opera, non semplicemente di consumarla, di entrare in empatia con un simbolo che amplia la comprensione di ciò che accade intorno a noi. 

Stare lontani dai grandi centri, aiuta a comprendere e gestire meglio lo tsunami di tecnologia in cui siamo immersi? 
La distanza può offrire un cambio di postura. Vivere fuori dai grandi flussi consente di sottrarre la tecnologia all’urgenza dell’immediatezza e di osservarla senza subirne la pressione costante. Nei contesti meno saturi il rapporto con il digitale può tornare a essere una relazione e non una reazione. Questo spazio di decantazione è fondamentale: lontano dai centri, la tecnologia perde il carattere spettacolare e totalizzante e si rivela per ciò che è, un ambiente di strumenti, linguaggi e possibilità simboliche. Per il mio lavoro questo significa poterla trattare come materia sensibile, mantenendo un asse di coscienza e responsabilità. Il decentramento non è una fuga, ma una scelta di posizione, una chiave per abitare il presente con maggiore lucidità. Restituire alla tecnologia una dimensione umana e pensabile è forse uno dei luoghi in cui oggi l’arte può ancora esercitare una funzione autentica.

Alex Urso 

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Alex Urso

Alex Urso

Artista e curatore. Diplomato in Pittura (Accademia di Belle Arti di Brera). Laureato in Lettere Moderne (Università di Macerata, Università di Bologna). Corsi di perfezionamento in Arts and Heritage Management (Università Bocconi) e Arts and Culture Strategy (Università della Pennsylvania).…

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