Cinque artisti emergenti intervistati dal grande artista Roberto Cuoghi. Un dialogo con Donato Trovato
Prosegue con il dialogo tra Roberto Cuoghi e Donato Trovato, una serie di appassionanti interviste “sottovetro” che il maestro modenese ha pensato per raccontare la giovane arte emergente al Sud. Qui si parla di esperienza individuale e collettiva nell’arte
In occasione della sua mostra alla Fondazione Pascali di Polignano a Mare Roberto Cuoghi (Modena, 1973) al quale quest’anno l’istituzione pugliese ha conferito il premio dedicato a Pascali e nato nel 1969 su volontà della sua famiglia, ha realizzato un progetto speciale. Rinunciando a esporre anche negli spazi della chiesa sconsacrata Exchiesetta, venue parellela e vetrina su strada nel centro storico di Polignano a Mare, Cuoghi ha infatti invitato in collaborazione con l’artista e direttore del museo Giuseppe Teofilo cinque colleghi esordienti del territorio pugliese a confrontarsi in altrettante mini-mostre personali che inaugureranno fino a maggio 2026, data in cui si concluderà il suo solo show a Polignano a Mare. E in un dialogo aperto che in cinque interviste, raccolte con il sottotitolo Sottovetro (a rievocare la struttura dello spazio espositivo, ma anche una condizione esistenziale) ha pensato per Artribune. Qui il terzo appuntamento con l’artista Donato Trovato (Treviso, 1996) che ha presentato nella chiesetta polignanese la mostra Mente Alveolare (2025).

Intervista di Roberto Cuoghi a Donato Trovato
Trovato, sensibilità al punto giusto, conosci lo schema e sai quando fermarti. Sembri predisposto a startene in pace, nel tuo piccolo mondo antico, e infatti sei un muro di gomma. Che cosa ti dà più fastidio in quello che ho detto?
Mi ci rispecchio abbastanza bene, non mi dà fastidio niente, mi dà fastidio quello che sono e quel muro di gomma mi serve per nascondere le cose che non mi piacciono, le mie angosce, le paure.
Sulla soglia della chiesetta si leggono due testi per presentare te e questo lavoro, che hai chiamato “Mente alveolare”. Il titolo è tuo?
È venuta in modo naturale la possibilità di avere un doppio testo e parlando di mente alveolare mi è sembrato giusto accoglierla. Sarebbe stato bello non firmare i testi, renderli anonimi o legarli senza interruzioni. Un testo intrecciato, in cui ogni parola è di una persona diversa. Mi piacerebbe farlo accadere con i segni, nelle cose che per il momento faccio da solo…
E il titolo?
È del collettivo Like a Little Disaster. “La scultura non rappresenta un alveare, ma ne assume la logica ontologica: esistere come collettivo, intelligenza distribuita, mente plurale. Non un centro che governa, ma una cognizione diffusa che emerge dall’interazione continua tra frammenti. […] L’opera si configura allora come un campo di risonanza, in cui il gesto individuale si intreccia con un gesto collettivo che nessuno controlla interamente” (dalla didascalia dell’opera “Mente Alveolare”, Like a Little Disaster, ndr.).
Così nasce anche il liberismo più sfrenato e anche tu mi sembri un edonista individualista, si vede da come cammini.
Non mi interessa passare per comunitarista o finto buonista o la bella persona che non sono. Non lo so cosa sono, non so da dove vengo, ma da quello che faccio e da quello che dico, forse gli altri riescono a inquadrarmi meglio di come posso farlo da solo.
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D’accordo, ti tengo fermo mentre Like a Little Disaster taglia i freni e ti lega i piedi all’acceleratore.
Like a Little Disaster: Ne abbiamo parlato diverse volte, anche in riferimento al concetto di collettivo e mente corale. Voglio immaginare che il tuo lavoro sia anche un dispositivo per abitare questa contraddizione: non come superamento dell’individualismo, ma come sua messa in rete. Come la vedi?
Donato Trovato: Il mio per il momento è un lavoro sul segno. Il collettivismo non c’entra. C’è una vaga somiglianza con alcuni processi che ne hanno a che fare ma il riconoscimento di questa somiglianza e la curiosità di saperne di più sono venuti dopo. Non ho mandati ideologici e non voglio che il mio lavoro si legittimi per appartenenza, perché risponde a un trend. Il mio lavoro non è l’illustrazione a qualcosa, è fatto di materiali, percezione e simboli e voglio che basti a se stesso. Il testo non sostituisce l’opera. Io parlo e scrivo principalmente con i materiali e coi segni. Il mio lavoro è nell’insieme dei gesti, nel fare. Il titolo e il testo di Like a Little Disaster parlano di cose che sono diventate di mio grande interesse, ma non sono il mio punto di partenza. É una direzione, forse è la direzione, forse no, ma non è ancora una dichiarazione di intenti. Per questo preferisco i segni alle parole.
Ti sei inquadrato da solo.
Quello che faccio è quello che è. Voglio mettere a fuoco questa cosa e non caderci ogni volta.
È la tua personale, poteva non essere dolorosa?
Roberto Cuoghi
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