Tra valutazioni, autenticità e provenienza. L’esperta ci spiega il ruolo del perito d’arte
Caterina Nobiloni, perita ed esperta d’arte racconta ad Artribune il suo ruolo che, tra giurisprudenza, economia e arte, è essenziale non solo per dirimere le controversie ma anche in tante altre situazioni
In bilico tra l’arte, la giurisprudenza e l’economia si colloca il perito ed esperto d’arte che, occupandosi di valutazione, autenticità e provenienza delle opere, rappresenta una figura di riferimento in diversi contesti, non solo conteziosi, civili e penali, ma anche semplici acquisti, eredità o aste. Per approfondire ne abbiamo parlato con Caterina Nobiloni, professionista middle career che si è formata frequentando prima la facoltà di storia dell’arte, poi un corso presso Sotheby’s, per acquisire dimestichezza con il mercato e, per finire, facendo direttamente esperienza sul campo.

Intervista al perito ed esperto d’arte Caterina Nobiloni
Per iniziare ci puoi dire di cosa si occupa un perito ed esperto d’arte?
Sostanzialmente cura tre parametri: valore, autenticità e provenienza delle opere. L’analisi del valore economico si effettua in base all’artista; al periodo e al soggetto dell’opera. L’autenticità si desume a partire dall’analisi di una serie di criteri oggettivi, stabiliti per l’arte contemporanea da istituti deputati, fondazioni, artisti viventi, eredi ed esperti di riferimento riconosciuti dal mercato. Mentre, la provenienza si ricava ricostruendo la storia dell’opera, dall’autore ai diversi passaggi di proprietà, ed è essenziale per conferire validità al titolo di proprietà attuale, oltre che per confermarne o cambiarne valutazione e autenticità.
Ci puoi spiegare meglio?
Certo, la storia dell’opera gioca un ruolo chiave nella stima del suo valore. Se si scopre che un dipinto è stato esposto in mostre importanti o che è presente in prestigiose pubblicazioni il suo valore aumenta. Al contrario se, andando a ritroso nella storia del bene, emerge una contraffazione, il suo valore crolla o si depaupera a seconda dei casi; o ancora, in caso di una provenienza illecita, magari un furto, anche se ignoto all’attuale proprietario, si è tenuti a richiedere l’intervento delle autorità competenti.
Oggi come si articola la tua attività?
Lavoro molto con il tribunale, sia penale che civile; in qualità di perito dei giudici o di parte. In entrambi i casi si tratta di controversie sul valore, sulle divisioni ereditarie; poi chiaramente in ambito penale c’è molta contraffazione.
Si parla sempre più di arbitrato, in cosa si distingue rispetto a una causa legale?
Si tratta di una modalità di risoluzione delle controversie di carattere internazionale, ancora poco diffusa tra i privati in Italia ma che sta prendendo rapidamente piede, perché presenta una serie di vantaggi, a partire dal fatto che, mentre una causa tradizionale può andare avanti anche 15-20 anni, con costi molto onerosi e incerti fino alla fine; l’arbitrato si svolge rapidamente, con costi contenuti e si conclude con una sentenza certa e secretata. I procedimenti giudiziari in Italia, pubblici per definizione, anche quando si concludono a favore dell’opera, che magari era stata bollata come falsa, ne inficiano il valore, come se in un certo senso la sporcassero; mentre l’arbitrato, salvo specifici accordi tra le parti, garantisce riservatezza.
Ritieni che l’arbitrato si diffonderà anche in Italia?
Penso proprio di sì, sono da anni nel campo e se prima le camere arbitrali in grado di gestire controversie sull’arte erano pochissime, ora se ne stanno strutturando sempre di più, con esperti e periti d’arte. Chiaramente la sentenza secretata, di grande importanza per il proprietario, vale per le questioni civili non penali, come nel caso della contraffazione che viene sempre denunciata.
A proposito di contraffazione, quanto è diffusa in Italia?
Molto, perché è un terreno abbastanza redditizio, facile sotto certi punti di vista. Mi spiego, per quanto sia difficile riprodurre un’opera d’arte, se si può contare su una rete di falsari capaci e rodati, poi ci si muove in settore che è relativamente poco attenzionato; perché in materia di falsi i riflettori sono putanti sulle banconote.
Ci puoi dire di più?
Sebbene il commercio di opere d’arte sia un settore di nicchia è comunque frequentato da persone di tutti i livelli, tra cui i falsari. Una volta che si acquista un know-how su uno specifico autore o periodo, il resto è per così dire “in discesa”, con bassi costi di produzione e alti margini di guadagno. Mentre la riproduzione di banconote richiede macchinari costosi e complessi e, per la diffusione capillare in tutti i mercati, implica maggiori rischi e difficoltà.
Ci sono autori che tendono a essere più contraffatti di altri?
Certamente, anche perché alcuni sono più richiesti, altri sono più facili da replicare o dietro di loro, storicamente, c’è una vena di falsari specializzata. Un fattore importante in questo frangente è il numero di assistenti avuti in vita dall’artista, nonché degli eredi, dal momento che dove regnano disorganizzazione e caos prolifera la falsificazione.
Un paio di esempi?
Un caso scuola è Schifano, autore che per vastità e varietà di produzione ha offerto terreno fertile ai falsari ma il cui corpus di opere è oggi protetto dalla Fondazione che fa un ottimo lavoro di tutela, ricerca e autenticazione. Un altro è Boetti ma, per fortuna, anche in questo caso l’attività dei falsari è controbilanciata da quella dell’archivio, esemplare nell’analizzare materiali e tecniche.
Quindi, prima di finalizzare un acquisto è sempre consigliabile rivolgersi a un esperto?
In generale è bene rivolgersi ai soggetti deputati per quel determinato bene o artista, archivi, fondazioni o periti. Poi chiaramente non bisogna mai comprare senza autentica o con l’autentica della galleria, come spesso si fa ingenuamente. Perché, se in teoria il gallerista dovrebbe rispondere di ciò che vende, in realtà è meglio verificare prima con la struttura o il perito dotati di veste legale.
Lo stesso discorso vale per le case d’asta?
In questo caso parliamo di un intermediario, non di un venditore diretto, quindi generalmente siamo di fronte a una realtà strutturata che, garantendo il bene, svolge un accurato lavoro di controllo. In particolare, le grandi case d’asta, dati i volumi di vendite, sono molto rigorose. Tuttavia, poiché l’errore umano è dietro l’angolo, soprattutto per l’antico, ambito in cui un’opera può essere mal interpretata o mal attribuita, fare ulteriori controlli è sempre consigliato.
Un dato su cui porre maggiore attenzione?
Senza dubbio lo stato di conservazione. Quando si compra in asta i lotti sono esposti al pubblico almeno per tre giorni, durante i quali si possono richiedere tutti i documenti, compreso il condition report del lotto attenzionato.
Per concludere, che ruolo giocano le nuove tecnologie e in particolare l’intelligenza artificiale in questo ambito?
Secondo me siamo ancora in uno stato embrionale e, per quanto le potenzialità sembrino enormi, ritengo che non si potrà mai fare a meno di una compenetrazione tra fattore umano e intelligenza artificiale. Perché nessuna macchina potrà mai cogliere sottili sfumature o compiere determinate associazioni. Certo, un domani, quando i meccanismi saranno tarati e i database aggiornati, l’AI sarà utile per processare e comparare una serie di dati, fare riferimenti incrociati con precisione e velocità; o ancora individuare pattern, pennellate, composizioni, strutture. Insomma servirà per svolgere una prima fase del lavoro.
Quali dovrebbero essere i prossimi passaggi?
Innanzitutto riconoscere limiti e potenzialità dell’AI e spiegarli chiaramente agli operatori. Poi sarà fondamentale tutto il lavoro meticoloso di inserimento dati. Perché solo quando le informazioni saranno ben inserite e gli ambiti correttamente circoscritti e individuati si potranno fare delle comparazioni veloci e di alto livello, che però andranno sempre interpretate da un’intelligenza umana che, voglio precisare, non dovrà mai accontentarsi di vagliare solo i risultati ma anche i processi che li hanno prodotti.
Ludovica Palmieri
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