Arte e potere sulle due sponde del Mar Adriatico tra Italia e Albania. Se ne parla a Bologna

I membri del DebatikCenter of Contemporary Art ripercorrono la storia e i motivi del gruppo, nato più di 20 anni fa come risposta alla situazione politica e culturale in Albania. E ora il D.C.C.A. è protagonista di una mostra a Bologna

La storia del DebatikCenter of Contemporary Art (D.C.C.A.) s’intreccia con le trasformazioni politiche e culturali di due decenni, tra le spoglie del post‑socialismo albanese e le tensioni globali che ridefiniscono il ruolo dell’arte nel presente. Intervistati in occasione della non‑mostra Pushing the Limits curata da Fabiola Naldi in corso alla Galleria de’ Foscherari di Bologna, i membri del D.C.C.A. raccontano un percorso di pratica critica che sfida le convenzioni istituzionali e reinterpreta il rapporto tra arte, potere e spazio pubblico. Qui, materiali eterogenei – tra archivi, interventi pubblici e testi geopolitici – diventano punti di attrito, strumenti per mappare ciò che sfugge alla narrazione dominante e per attivare un pubblico che ancora non esiste.  

Intervista ai membri del D.C.C.A. 

La storia del D.C.C.A. inizia più di vent’anni fa, in un periodo di grande trasformazione per l’Albania. Come nasce il Centro? 
Armando Lulaj: Il D.C.C.A. nasce tra Bologna e Tirana come risposta alla violenta convergenza tra arte e politica in Albania. Dopo esperienze formative in Italia, tra Firenze e Bologna, io, Ergin Zaloshnja e Salvator Qitaj fondiamo il centro come un laboratorio indipendente, critico su due fronti paralleli: arte e politica. L’idea era agire in territori dove la narrazione dominante imponeva una visione unica, mappando ciò che sfuggiva. Nel 2003 trasferiamo il centro a Tirana, trasformando un appartamento in spazio espositivo e inaugurando azioni come Brotherhood Phobia, critiche verso le biennali e i modelli neoliberisti importati. Così, il D.C.C.A. usava gli stessi strumenti del sistema culturale dominante, ma in senso opposto: arte e performance diventavano strumenti di critica e attivazione, non di consenso o decorazione del potere. 

Come si è evoluto nel tempo? 
Jonida Gashi: Il contesto albanese era segnato dal drammatico crollo delle piramidi finanziarie nel 1997 e dalle riforme neoliberiste della “terapia d’urto”. La crisi, che cancellò i risparmi di due terzi della popolazione, venne attribuita a una presunta incapacità del Paese di comprendere il capitalismo, mentre servì da pretesto per ulteriori riforme. L’arte contemporanea, negli anni successivi, fu chiamata a interpretare questa crisi: alcuni artisti trasformarono il trauma collettivo in opportunità estetiche, ma il risultato fu anche una cancellazione simbolica degli Anni Novanta. Questo ha oscurato il legame tra crisi e capitalismo e reso invisibile la possibilità di alternative, consolidando una narrazione accettata a livello internazionale, ma priva di riflessione critica sulla continuità storica. 
Pleurad Xhafa: Tra il 2012 e il 2013 io, Jonida e Armando siamo rientrati in Albania con l’ascesa del governo di Edi Rama, che prometteva di fare di Tirana un polo internazionale dell’arte contemporanea. Subito si capì che l’arte veniva inglobata nel progetto politico per legittimare politiche neoliberali e violenze sociali. L’apertura del Center for Openness and Dialogue (C.O.D.) nel 2015 segnò l’ingresso diretto dell’arte nel cuore del potere. In risposta, abbiamo ripensato il D.C.C.A. come spazio indipendente e mobile, senza finanziamenti, concentrato su interventi pubblici e site-specific (Strikes), riemergendo come presenza intermittente e critica, capace di mettere in discussione la narrazione dominante e aprire a pluralità e conflitti nuovi. 

Qual è il principio alla base della selezione e disposizione dei materiali nella “non-mostra” alla Galleria de’ Foscherari? 
AL: Pushing the Limits raccoglie opere, reperti e materiali d’archivio come strumenti per leggere criticamente il presente, non come semplice documentazione storica. La selezione mette in relazione tracce di oltre vent’anni di attività: film, foto, azioni pubbliche, installazioni. Questi materiali generano attriti e tensioni concettuali nello spazio della galleria, mettendo in crisi il sistema dell’arte e la relazione tradizionale con lo spettatore. La nostra formazione legata al cinema e al montaggio crea un flusso narrativo che attraversa passato e presente. Anche la facciata della galleria e la strada circostante diventano spazi di attivazione, con interventi notturni e sonori come Radio Desertion, estendendo la mostra oltre i confini spaziali. 

La vostra ricerca attraversa geografie politiche globali. Come intervenite sulle immagini del potere? 
PX: Prendiamo il campo di Gjadër, dispositivo di detenzione e deportazione di migranti. Il silenzio degli artisti albanesi davanti a questa violenza è emblematico: la questione smette di essere metafora e diventa realtà concreta. Il nostro lavoro non si limita a raccontare, ma interviene criticamente sulle immagini che rendono accettabile la violenza, sabotandone il funzionamento. Mettere in relazione Gjadër con contesti globali serve a mostrare logiche di potere ricorrenti e invisibili, rivelando ciò che viene sistematicamente escluso dalla narrazione dominante e permettendo di comprendere le analogie tra le strutture di controllo. 
AL: L’Albania è uno spazio in continua riconfigurazione geopolitica, laboratorio aperto di sperimentazione neoliberista. La scena artistica istituzionale celebra eventi culturali senza solidarietà critica, e l’arte deve evidenziare questa struttura, rendendo visibili corruzione, violenza e conflitti sociali. Progetti come Powershift C.I.A. (2002) furono accolti con incomprensione da una scena abituata a criticare solo il passato comunista, ignorando il nuovo ordine politico-economico. Al di fuori del D.C.C.A., manca oggi capacità di produrre narrazione critica: il sistema protegge un racconto costruito negli Anni Duemila e destinato a dissolversi senza lasciare traccia quando sparirà. 

L’insegna storica del D.C.C.A. sulla facciata della galleria è un gesto simbolico. Qual è il suo significato? 
AL: È simbolo della storia mobile del D.C.C.A. tra Bologna e Tirana. La facciata diventa soglia di attivazione: quando la galleria è chiusa, l’insegna appartiene alla città. La mostra si presenta sia come archivio sia come dispositivo educativo, diffuso nello spazio pubblico. Interventi esterni e attivi anche in orari di chiusura trasformano la città stessa in luogo d’azione, estendendo la mostra oltre la pianta della galleria e avvicinando il pubblico a una fruizione critica e non mediata. 

Come si definisce la vostra militanza artistica? 
PX: La militanza non è ideologica, ma prassi continua basata sul rifiuto della neutralità. Manteniamo aperto il conflitto, producendo discorsi che rendono visibili potere, responsabilità e complicità, senza cercare consenso, ma cercando di provocare riflessioni. 
AL: Siamo agitatori culturali: azioni mirate basate sulla lettura critica dei luoghi e sulla risposta alle lacune della scena albanese. La ricerca teorica accompagna il lavoro pratico, colmando mancanze storiche nella critica d’arte locale e internazionale. 
JG: I veri “militanti” oggi sono spesso complici delle élite politiche. Il D.C.C.A. insiste nel restare indipendente e instabile, mettendo in crisi il sistema e proponendo alternative. 

Che ruolo ha l’archivio nel vostro lavoro? 
JG: Riattivato nel 2017, l’archivio raccoglie tracce fuori tempo e luogo, creando uno spazio eterotopico. Non serve solo a conservare, ma trasforma il presente in qualcosa di già passato, aprendo a futuri diversi. 

Come funziona il D.C.C.A.?
JG: È un esperimento di collettività, dove pluralità e collaborazione sono obiettivi in sé. 
PX: Funziona come punto di connessione, con fiducia reciproca e ruoli definiti dai progetti. Il confronto discorsivo accompagna tutto il processo, dalla nascita dell’idea alla realizzazione. 
AL: Abbiamo prodotto mostre, film, libri, manifesti e opere collettive e individuali. Nel lavoro condiviso spesso annulliamo l’individualità per privilegiare il collettivo, come nel progetto MANIFESTO. Anche le opere dei singoli nate nel contesto collettivo vengono attribuite al D.C.C.A. Ora puntiamo a portare il Centro a un livello superiore, esplorando nuove forme di attivazione e di relazione con i pubblici. 

Il vostro lavoro negli spazi pubblici genera interazioni non controllabili… 
PX: Azioni come quella che avevamo pensato inizialmente per l’ingresso della galleria a Bologna, ovvero versare del cloro che i visitatori avrebbero dovuto attraversare come accede ai corpi dei migranti prima di essere inseriti nei protocolli d’accoglienza, evidenziano i sistemi di potere e la soglia tra norma e controllo. 
AL: Le reazioni più intense provengono dal sistema dell’arte, ma sono spesso conformiste. Noi cerchiamo lo spettatore genuino, incontrato nelle strade e nelle periferie. L’arte è un gioco lungo e complesso, che richiede scelta e partecipazione attiva, generando scambi di valore reale e esperienze critiche autentiche.

Claudio Musso 

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Claudio Musso

Claudio Musso

Critico d'arte e curatore indipendente, la sua attività di ricerca pone particolare attenzione al rapporto tra arte visiva, linguaggio e comunicazione, all'arte urbana e alle nuove tecnologie nel panorama artistico. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Archeologia e Storia…

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