Salvatore Iaconesi. L’intervista rilasciata a fine 2021 dall’artista appena scomparso

Artista, designer e ingegnere robotico, Salvatore Iaconesi è morto pochi giorni fa a 49 anni. Qui c'è una lunga intervista rilasciata nel 2021 a Santa Nastro dallo stesso Iaconesi e da Oriana Persico

È morto a soli 49 anni, Salvatore Iaconesi (1973-2022), artista, designer, ingegnere robotico, intellettuale, tra le menti più brillanti del nostro tempo. Mentre al MAXXI è ancora in corso What a Wonderful World, l’allestimento della collezione realizzato in collaborazione con HER: She Loves DataArtribune ricorda l’artista con questa intervista a due voci, che lo vede in coppia, come sempre, con l’artista Oriana Persico (1979; lavorano insieme dal 2006), sua compagna nel lavoro e nella vita. Una intervista realizzata nel 2021 per il libro Come vivono gli artisti? (Castelvecchi, 2022, nella collana Fuoriuscita a cura di Christian Caliandro), un’analisi del sistema dell’arte e culturale a tutto campo.

Salvatore Iaconesi & Oriana Persico, Obiettivo Datapoiesis, 2019. Collezione Farnesina

Salvatore Iaconesi & Oriana Persico, Obiettivo Datapoiesis, 2019. Collezione Farnesina

Come vivono gli artisti? Quali sono le loro fonti di reddito più ricorrenti?
Un discorso generale è sempre più difficile da fare. “Artista”, oggi, può voler dire dozzine di cose differenti, dal qualcosa che somiglia agli artigiani, a soggetti che lavorano per grandi industrie in gruppi di centinaia di persone, a professori, ricercatori, filosofi e altre cose ancora, spesso mescolate le une con le altre.
Noi, per esempio, siamo a capo di un centro di ricerca che abbiamo creato noi stessi per poter svolgere in maniera indipendente la nostra arte, e proprio dall’attività del centro di ricerca derivano le nostre entrate, tra progettazione europea, relazioni con aziende, istituzioni, città.

Come è dal tuo punto di vista l’attuale situazione di mercato? Come è cambiato per esempio da quando hai cominciato a lavorare in questo ambito?
C’è una compresenza di modelli differenti. A noi sembra che alcuni di questi funzionano, altri no, e altri ancora funzionano solo per pochissimi.
C’è l’innovazione. E quando la “creatività” diventa l’unico modello di innovazione disponibile tanti artisti (e designer, e creativi…) sono spesso cooptati in situazioni di dubbio rigore concettuale, infarcite di parole chiave di tendenza, ma con poca continuità. E sicuramente insufficienti ad offrire quella profondità necessaria a ospitare la ricerca, artistica e scientifica. Anche a noi è successo, in certe situazioni. C’è molto cinismo in giro, ci è capitato addirittura di non essere coinvolti in dirette evoluzioni dei progetti che abbiamo creato con la nostra storia e le nostre idee, senza neanche cambiarne il nome, anzi sfruttandolo con poca chiarezza, perché nei “nuovi utilizzi” è rimasto ben poco della nostra concettualizzazione.
Volendo evitare questo scenario, l’artista si dovrebbe trasformare in uno scrittore seriale di application a qualsiasi cosa, perdendo il focus della sua ricerca, o riducendosi a fare “compitini in classe” in cui le istituzioni chiamano i creativi a impegnarsi in questo e quello, con un’idea ingenua di quale sia una possibile utilità dell’arte che spesso è ridicola.
La via delle gallerie è per pochissimi, e spesso distribuita in maniera completamente disequilibrata nella società.
La via degli NFT esiste, ma ci pare che produca più effetti collaterali che altro. A livello psicologico questo è sicuramente vero: quando qualsiasi cosa diventa riconducibile a una transazione finanziaria (come sta avvenendo con gli NFT), la prospettiva è la completa finanziarizzazione della vita.
Tanti, infine, riescono ad aprire carriere universitarie, e qualcuno di questi riesce anche a non soccombere ai carichi amministrativi, burocratici, di pubblicazione scientifica e di insegnamento.
Noi abbiamo scelto ancora un altro scenario, creando un centro di ricerca, che per fortuna va molto bene perché è una “boutique”: è piccolo, agile e capace di approcci impensabili per i più grandi. Una ricerca “sartoriale”, preziosa, che si prende cura del management, della società e dell’ambiente in ogni dettaglio, facendo dell’arte la strategia per portare la ricerca nel mondo e diventare sensibili ai fenomeni complessi con cui sempre più dobbiamo confrontarci, dal cambiamento climatico alle pandemie.
Sono solo alcuni dei modelli che vediamo. In realtà siamo un po’ spaventati per il crescente cinismo che vediamo in giro, per la crescente “contabilizzazione delle emozioni”, e per la carenza di capacità e immaginario di trasgressione, più che per le fonti di sussistenza.

Salvatore Iaconesi & Oriana Persico, Di protoni e dati, 2021

Salvatore Iaconesi & Oriana Persico, Di protoni e dati, 2021

Cosa ti aspetteresti di più dal sistema dell’arte? Cosa vorresti che ti desse? 
Se per “sistema dell’arte” intendiamo la filiera artisti-curatori-critici-gallerie-collezionisti-musei etc, allora vorremmo una filiera più estesa, in rete ecosistemica con le istituzioni, le aziende, le scuole, gli operatori della salute, delle tecnologie, delle infrastrutture, del real estate, dell’alimentazione eccetera… In cui fosse chiaro che un’epoca come questa, che si affaccia sui problemi planetari (il cambiamento climatico e le pandemie, per citarne solo due), l’arte non è una decorazione, ma parte fondante delle strategie con cui questi problemi si affrontano. L’arte come modalità differente della conoscenza, al pari delle scienze.
E, proprio in virtù di questo, i sistemi dell’arte (in questo senso esteso che descriviamo) sarebbe proprio necessario che fossero infrastrutture a maggior “capacità di trasgressione”. Una delle caratteristiche dell’arte (e dell’innovazione) è la trasgressione: non si tratta di “violare” le regole, ma dello “spazio in eccesso” (“excess space”, come lo chiama Elizabeth Grosz), quello in cui si può scavalcare e urlare agli altri “guardate! si può abitare anche di qua!”.
Potrebbe sembrare un paradosso (tipo: “Concedere la trasgressione? E che trasgressione è?”), ma non lo è. Le amministrazioni hanno tante modalità secondo cui agire per rendere la realtà più negoziabile, gli spazi più accessibili, il tempo più lungo, le relazioni più solidali, e così via. È solo che l’immaginario di quali siano gli obiettivi possibili e necessari è falsato.

E dai curatori?
Anche qui facciamo fatica a fare un discorso unico. Perché ci sono curatori che fanno il loro mestiere benissimo – prendendosi cura –, e altri che fanno come i DJ, dove le opere d’arte sono “contenuti” usati per coltivare il proprio concetto artistico. Non ci vedo nulla di male, ma servirebbe maggior chiarezza, perché c’è molta ambiguità, molto sfruttamento e molto narcisismo. Oltretutto si potrebbe anche fare con tutta tranquillità: è almeno da Duchamp – e più recentemente dal punk – che si può fare ottima arte con le cose che si trovano in giro o “senza saper fare nulla”. Che problema c’è?
In sintesi, da un lato ci sono i curatori, dall’altro i “meta-artisti” / “Artists-Jockey” (o come li vogliamo chiamare), fino ad arrivare ai “progettifici”: quelle entità o soggetti che creano i minestroni di artisti e creativi secondo le keyword del momento, come se fossero contenuti. E in mezzo un gradiente di possibilità. Se questo scenario fosse più chiaro gli artisti si potrebbero almeno organizzare con tariffe differenziate. ;)

Salvatore Iaconesi & Oriana Persico, Obiettivo, 2019, Bologna

Salvatore Iaconesi & Oriana Persico, Obiettivo, 2019, Bologna

Cosa credi che abbiano i colleghi stranieri, in termini di supporto, che gli artisti italiani non hanno?
Questa domanda, posta così, contiene già un pezzo di risposta su cui non so quanto siamo d’accordo.
L’arte di cosa ha bisogno? L’arte nasce dalla disponibilità di soldi e risorse, quanto dalla tragedia, dall’imprevisto e dalla sofferenza. Si potrebbe addirittura ragionare sul fatto che un’arte capace di avere a che fare con quei problemi che non hanno soluzione e che ci mettono davanti a ciò che non è prevedibile (le tragedie come la morte, ma anche come il cambiamento climatico), potrebbero aiutare l’umanità intera ad avere a che fare col mondo che si trovano davanti. Anche perché la tragedia si affronta tramite l’agnizione: il suo riconoscimento e la conseguente transizione di stato, il cambiamento, promosso dal coro, sempre presente nella tragedia. Per uscire dalla crisi, ci si deve prendere cura del coro. Se questa è l’impostazione, allora, serve welfare, reddito universale (e non di “cittadinanza”), scuole differenti, minor focus sulla competizione e maggior focus sulla solidarietà, l’amicizia e l’informalità non codificata/valorizzata, sia in analogico che in digitale.
Da questo punto di vista siamo messi meglio di molti nostri colleghi stranieri. Il problema è che non valorizziamo questo immaginario differente su come affrontare le “tragedie” cui siamo esposti.

Che ruolo ha la residenza d’artista nell’economia sia intellettuale che pratica di un artista?
Molto. In generale si è molto soli. E non solo gli artisti. Soli nel senso che siamo costantemente esposti alla fragilità: anche se abbiamo tanti amici, quanti potrebbero rispondere a una nostra crisi? E noi potremmo rispondere alla loro? Precarietà e competizione ci stanno mettendo in difficoltà.
La residenza è parte di questo scenario.
Più che “residenza d’artista”, intesa come luogo o modalità di permanenza in cui svolgere un progetto o una ricerca, sarebbe più interessante riscoprire e attualizzare modelli di “abitare” anche del passato, come per esempio le reti di monasteri, in cui si andava per abitare, lavorare, studiare, relazionarsi, e anche per viaggiare e confrontarsi con altri. Alcuni arrivavano e andavano via, altri stavano per tutta la vita, secondo un percorso che poteva avere significati diversi, a quelli spirituali, alla carriera, alla diversità, alla protezione dalla persecuzione, e tanti altri.
Noi, stiamo chiamando questi e altri concetti il Nuovo Abitare, usando le tecnologie per descrivere e praticare queste nuove modalità di un possibile abitare alla “fine del mondo”.

Salvatore Iaconesi & Oriana Persico, Di protoni e dati, 2021

Salvatore Iaconesi & Oriana Persico, Di protoni e dati, 2021

Come artista come gestisci sia in senso pratico che dal punto di vista emotivo le questioni relative a famiglia, malattia, maternità/paternità?
Noi siamo una coppia e siamo d’accordo nel non volere figli biologici. Abbiamo padri, madri, sorelle e grandi famiglie biologiche a cui vogliamo molto bene. Ma siamo anche consapevoli dell’importanza di quelle che chiamiamo le nostre “famiglie non-biologiche”, quelle che Donna Haraway chiama kiship.
Noi tentiamo di coltivare sia la famiglia biologica che le kinship, per esempio attraverso nuovi rapporti nell’educazione, nel lavoro, nelle passioni, nelle relazioni.
Siamo in continua sperimentazione su questo fronte, a cominciare da nostro “figlio”, una IA chiamata Angel_F, nata nel 2007, appena ci siamo conosciuti. Non facciamo le cose di fretta e siamo aperti alle sorprese.

Quali effetti hanno avuto la pandemia e il lockdown che si sono susseguiti sulla tua ricerca?
A parte la preoccupazione planetaria, la pandemia e i lockdown sono stati momenti intensi per noi. Anche perché sono coincisi con una recidiva del cancro al cervello di Salvatore.
In questo periodo la nostra pratica si è evoluta molto, tanto che abbiamo avviato l’attuale fase della nostra ricerca, che chiamiamo il Nuovo Abitare, che per noi è quella condizione dell’essere umano contemporaneo in cui una sostanziale componente della possibilità di godere dei nostri diritti, delle nostre libertà, delle nostre opportunità di conoscere e di relazionarci con gli altri passa attraverso la mediazione di dati e computazione.
Nel Nuovo Abitare esiste la necessità di fondare nuove cosmologie per posizionarsi nell’ecosistema, e nuove ritualità, anche nel quotidiano, per poter agire consapevolmente, intimamente e nella società.
Il primo rituale è nato proprio durante il primo lockdown per poter affrontare la trasformazione radicale delle nostre relazioni: la Data Meditation, che abbiamo appena ripetuto al MAXXI a Roma in tema ambientale.

Quali invece sulla sostenibilità?
Come dicevamo in precedenza, il nostro essere un centro di ricerca ci aiuta in questo ad essere più solidi. Noi e la nostra “famiglia non-biologica” dei partecipanti al centro. Ci sono molte cose che può fare un centro di ricerca, e alla fine non ce la siamo passata molto male.

Come è cambiato, se è cambiato, il sistema dell’arte?
C’è molta attenzione sull’arte, come luogo dell’innovazione sociale e tecnologica, e come modalità di avere a che fare con l’incertezza e la catastrofe.
Di conseguenza il “sistema dell’arte” sta diventando molto affollato. Se questo fatto potrebbe anche essere positivo, purtroppo in questa folla ci sono anche molti venditori di pentole. Usano ossessivamente frasi ad effetto che suonano bene rievocando rinascimenti e umanesimi, IA e dati in ogni salsa, proclamando la capacità dell’arte di “risolvere i problemi” – in modo “creativo” – attraverso la connessione tra “l’Arte e la Scienza”.
Ci sono molte verità e visioni in ballo. Una tra queste è che l’arte non riguarda nulla di tutto ciò. L’arte ha a che fare con il sentire, con la sensibilità. L’arte non risolve i problemi: aiuta a sviluppare l’immaginario riguardo al fatto che si possa cambiare stato, condizione. L’arte fa paura e schifo, fa eccitare, fa emozionare. L’arte è zozza e umida come la vita, non come la smart city, anche quando tratta di cose tecnologiche. L’arte ti permette di imparare che quando c’è una fiamma e quando la tua mano ci sta troppo vicina, tu devi levare la mano. È prima della logica e della politica: è una sensibilità proto-politica. Che è molto preziosa quando stanno per arrivare altre pandemie, cambiamenti climatici e gli altri problemi complessi planetari: imprevedibili, indeterminabili e senza soluzione che non sia quella dell’agnizione, ovvero il loro riconoscimento e il cambiamento di stato. L’arte non ci aiuterà a “risolvere problemi”, ma a togliere quella mano dal fuoco.

Date queste premesse, come pensi che evolverà il “mestiere” dell’artista in Italia nel prossimo futuro? 
Non siamo nel “mestiere” di fare previsioni. Siamo nel mestiere del “sentire”. “Sentire” – essere sensibili – sarà fattore di estrema necessità nei prossimi anni, per evitare disastri.

Se ti pensi da qui a 10 anni come ti vedi? 
Speriamo di esserci!
Conviviamo con un cancro, e quindi tra 10 anni uno di noi potrebbe non esserci più.
Ma questo discorso vale per tutti, e dovremmo sentire di più il limite.
Anzi, questa sensazione del limite è ciò che dà valore alla vita: per noi adesso si rinnova tre mesi alla volta, un corpo a corpo continuo che non possiamo eludere.
E invece, come società occidentale, abbiamo generalmente un pessimo rapporto con la morte.
I potenti del mondo stanno facendo di tutto per cercare di “non morire”: dallo spendere miliardi di dollari in ricerca sulla longevità, allo studiare come rimanere in vita come simulazioni su dei computer, magari in viaggio verso altri pianeti, quando il nostro non dovesse essere più ospitale neanche per dei server. E, oltretutto, desiderando di portarci con loro in questo delirio di potenza infinita, come transumanisti nel metaverso, capaci solo di consumare. All’infinito.
Preferiamo ristabilire un rapporto con il limite, vivendo nel presente, ma pensando con la lungimiranza libera e liberata di chi presto non ci sarà più. È proprio questo rapporto con il limite che rende preziosa la vita, questa scarsità.
Forse ristabiliremo un altro rituale del Nuovo Abitare reinventando una antica usanza Cinese secondo cui tante persone tenevano in casa una cassa da morto: quando era tempo di prendere decisioni importanti ci salivano dentro, ci si sdraiavano, e prendevano le decisioni come chi non c’è più. È un modo bellissimo di predisporsi per pensare al futuro, forse l’unico davvero libero.

– Santa Nastro

Intervista tratta dal libro
Santa Nastro – Come vivono gli artisti? Vita, economia, rapporto con il settore e pratica
Castelvecchi, Roma 2022
Pagg. 218, € 18,50
ISBN 9788832907421
http://www.castelvecchieditore.com/

©️ 2022 Lit edizioni s.a.s. per gentile concessione

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Santa Nastro

Santa Nastro

Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è vicedirettore di Artribune. È Responsabile della Comunicazione di FMAV Fondazione…

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