Lorenzo Giusti, direttore della GAMeC di Bergamo, racconta il duro colpo inferto dalla pandemia alla città lombarda durante la prima ondata. Opponendo all’incertezza del futuro la speranza di un cambiamento radicale.

Che non sia più il caso di fare finta che sia sempre un carnevale, come cantava Lucio Dalla in una delle sue canzoni più belle, ce ne siamo resi conto tutti ormai. Non occorre osservare il mondo da chissà quale distanza per capire che i problemi di oggi sono assoluti. Ho riflettuto prima di spendere questo termine. All’inizio avevo scritto “sistemici”, ma poi ho preferito peccare di approssimazione piuttosto che di inefficacia. Problemi assoluti richiedono sforzi supremi. E l’impegno che oggi ci viene richiesto non saprei come altro definirlo. Supremo significa superiore a qualsiasi altro. Ecosistemi al collasso, epidemie, carestie che bussano alle porte anche dei popoli meno abituati al sacrificio.

BERGAMO, LA PANDEMIA, IL CAMBIAMENTO

La città dove vivo è stata per mesi il centro della pandemia globale. Oggi possiamo parlare al passato perché nel frattempo altri centri nel mondo hanno preso il posto di Bergamo. Ma ci sono stati giorni in cui davanti avevamo il buio. E in quei giorni ci siamo promessi l’un l’altro che se l’emergenza fosse passata non saremmo tornati a fare ciò che facevamo prima, come lo facevamo prima, ma ci saremmo impegnati seriamente per cambiare le cose.
Oggi che siamo al cospetto di quella promessa ci tremano le gambe. E il sorriso ci è venuto meno. Perché l’idea del cambiamento – un cambiamento radicale ‒ può essere un enorme freno prima ancora che una leva. Non si sa da che parte iniziare, ci si sente sopraffatti e non si riesce a muovere un passo. Psicologia spicciola, facilmente appurabile.

Cantavano i partigiani nei boschi attorno ai paesi rastrellati e gli operai nelle fabbriche occupate. Se hanno cantato loro possiamo farlo anche noi.

Ad agosto ho trascorso due settimane in un paesino dell’Appenino toscano, dove la mia famiglia ha una casa e dove non c’è molto altro da fare a parte leggere e camminare. Il luogo ideale per riflettere. Ma non vi dico il supplizio, l’ansia che mi ha procurato il pensiero della parola data. Poi un ricordo mi è venuto in soccorso: l’immagine degli alpini e degli artigiani bergamaschi che intonano i cori della curva dell’Atalanta mentre in sette giorni tirano su l’ospedale da campo. La gente come noi non molla mai, cantavano. Ho ripensato a quando, da ragazzo, qualcuno ha provato a spiegarmi che bisogna sempre cantare nelle difficoltà. E che ogni percorso, anche il più impervio, inizia sempre con un primo passo.
Cantavano i soldati nelle trincee dell’altopiano e le mondine nelle risaie. Cantavano i marinai nei lunghi viaggi lontano da casa e gli schiavi neri nei campi di cotone. Cantavano i partigiani nei boschi attorno ai paesi rastrellati e gli operai nelle fabbriche occupate. Se hanno cantato loro possiamo farlo anche noi.

UN PASSO ALLA VOLTA

In una puntata di Radio GAMeC, Ragnar Kjartansson ha imbracciato la chitarra e ha improvvisato il Cielo in una stanza di Gino Paoli. È stato un momento magico. La Fondazione Trussardi ha fatto ascoltare ogni giorno quella canzone nella Chiesa di San Carlo al Lazzaretto a Milano ‒ dove i Cappuccini davano conforto agli appestati ‒, interpretata da diversi cantanti, come in un accompagnamento infinito. Mi sembra un progetto bellissimo. Per gli uomini liberi e capaci di avventure la difficoltà del cambiamento è un passaggio che matura la conquista di obiettivi più grandi. Mal di poco allora se dovremo cambiare tutto. Lo faremo cantando e un passo alla volta avanzeremo.

Lorenzo Giusti

Versione aggiornata dellarticolo pubblicato su Grandi Mostre #22

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