Il nuovo Museo della Lingua Italiana di Firenze. Ecco come sarà

Annunciato dal Ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini a fronte delle celebrazioni dell’anno dantesco che si svolgeranno nel 2021, il Museo della Lingua Italiana troverà sede, proprio a partire dal prossimo anno, nel complesso di Santa Maria Novella a Firenze. Ne abbiamo parlato con Luca Serianni, a capo della Commissione nazionale che si occupa della progettazione del museo.

La tripartizione del museo della lingua italiana secondo Giuseppe Antonelli
La tripartizione del museo della lingua italiana secondo Giuseppe Antonelli

Il Museo della Lingua italiana è un progetto governativo con prevista apertura già a marzo 2021 ma di cui si parla piuttosto poco. Abbiamo intervistato Luca Serianni, a capo della Commissione nazionale che si occupa della progettazione di questo museo.

INTERVISTA A LUCA SERIANNI

Ci sono diverse cose che andrebbero un po’ puntualizzate perché sulla stampa sono uscite varie notizie in merito al Museo della Lingua Italiana, alcune anche un po’ critiche, però di fatto non si è compreso molto, perché in realtà quest’iniziativa del governo è arrivata come un fulmine a ciel sereno. Tant’è che ricordo un articolo con una tua intervista dove si diceva che tu l’avresti saputo addirittura dai mass media.
Sì, infatti.

Quindi chi si occuperà di organizzare questa apertura, che dovrebbe esserci addirittura già a marzo prossimo?
Intanto il Comitato che io coordino e che comprende cinque istituzioni, le ricordo: l’Accademia della Crusca, dei Lincei, la società Dante Alighieri, la Treccani, l’Associazione per la storia della lingua italiana, che ha naturalmente una funzione soprattutto culturale, soprattutto propositiva. Poi spero presto, ormai agosto è finito, ci potremo riunire per decidere anche gli aspetti tecnici, di fattibilità, fare un progetto finanziario naturalmente. Per questo servono altre forze, serve un architetto, tanto per dire una cosa banale, e altre figure di questo tipo. Noi però abbiamo avuto il compito di delineare i contenuti, il senso di questa mostra, perché metteremo in mostra la lingua italiana.

Quindi diciamo che c’è stata questa decisione dopo di che, sostanzialmente, non si è fatto un decreto di nomina apposito per preparare…?
No.

Voi come referente a livello ministeriale con chi v’interfacciate?
Le riunioni prima della pausa COVID si sono svolte tutte su iniziativa del Ministero dei Beni Culturali e di una Direttrice generale che si chiama Passarelli [Paola Passarelli, dal 2018 alla Direzione generale Biblioteche e diritto d’autore, N.d.A.]. Quindi questo è stato il nostro riferimento e collegamento col Ministero.

L’altra cosa che ti volevo chiedere riguarda il finanziamento, perché in realtà non si sa se questo sarà in parte o interamente devoluto, ad esempio, alle acquisizioni. È vero che ci sono organismi storicissimi, penso all’Accademia della Crusca o anche alla Dante Alighieri a Roma in Piazza Firenze, che hanno una grande messe di materiale storico importante per non dire importantissimo per quanto riguarda la lingua italiana, però non credo che loro se ne proveranno…  O secondo te è ipotizzabile che venderanno il loro storico materiale a questo futuro museo?
Certamente no, non è neanche questa la nostra intenzione. Intanto il museo può ben prevedere una sezione mostra in cui alcuni beni culturali, come quelli o altri depositati presso la Crusca, possono essere presentati a rotazione. Però è un museo che includerà una parte interattiva notevole, non dobbiamo pensare tanto a un museo con una serie di oggetti, che ci saranno ma non potranno essere molti, poiché in possesso di altri enti che ne sono naturalmente gelosi custodi perché il finanziamento andrebbe in gran parte assorbito da un investimento di questo tipo. Quindi sì, ci sarà una parte di riproduzioni in alta definizione e anche una parte interattiva in cui il visitatore può entrare in determinati circuiti, come quelli del gioco linguistico ‒ questo era già in qualche modo stato anticipato dalla mostra Dove si suona, che organizzammo agli Uffizi.

Nel 2003!
Lì c’erano già una serie di interventi di questo tipo che ebbero ottime risonanze. Ora nell’arco di 17 anni il settore si è evoluto, quindi questa è una parte significativa. Poi un aspetto che a me sembra importante è la valorizzazione della cultura enogastronomica, sempre dal punto di vista linguistico certo, come spunto di partenza ma anche con la possibilità di favorire esposizioni, persino degustazioni di prodotti regionali. Partendo certo dall’etimologia, però anche con la possibilità per i visitatori, non tutti i giorni non a ogni orario ma magari in orari precostituiti e in giorni precostituiti, anche di assaggiare ciò di cui si parla.

Sempre a proposito di finanziamento, in realtà i 4 milioni e mezzo sono pochi…
4 milioni e mezzo non sono pochi. Bisogna essere realistici in questa situazione di crisi che stiamo vivendo e che soprattutto vivremo nei mesi che ci aspettano, un finanziamento, un investimento di 4 milioni e mezzo è del tutto rispettabile. Confermo, non avrebbe molto senso dire: “Cosa ci facciamo?” Beh, qualche cosa ci possiamo fare.

Certo.
Tenendo conto che per sua natura un museo legato, per quanto riguarda la parte storica, alla lingua, quindi legato ai documenti, al patrimonio letterario ma non solo letterario, documentario, si presta anche a essere rappresentato attraverso riproduzioni molto avanzate: non è necessario acquisire materialmente un codice dantesco che, ovviamente, non sarebbe alla portata nostra come di molte altre istituzioni. Si tratta di, magari, usarne la riproduzione e soprattutto di far vedere qual è il significato di questo codice presunto, comunque di Dante. Inoltre alcuni testi, penso alle prime edizioni di opere della prima età moderna, la prima edizione dei Promessi Sposi, queste si possono facilmente acquisire nel mercato antiquario.

E per quanto riguarda il tema dell’italiano nel mondo e la posizione dell’italiano nel mondo?
È un elemento che andrà valorizzato per il fatto che l’italiano ha rappresentato nei secoli scorsi una lingua diffusa e importante. Una cosa che vorrei valorizzare è la presenza di lettere di Elisabetta I in italiano. Quindi nel secondo Cinquecento, questa presenza dell’uso dell’italiano nientemeno che da parte della sovrana d’Inghilterra è un dato non notissimo, non noto quanto l’italiano di Voltaire, per esempio, di Mozart, che pure è molto significativo, e che andrà valorizzato perché in questo caso, rivolgendosi proprio al visitatore italiano, bisognerà, prima di ogni altra cosa, dargli idea dello stato di servizio, chiamiamolo così, della lingua nel corso del tempo, facendo vedere appunto la diffusione di questo uso. E naturalmente dando anche conto del settore dell’italiano all’estero, di quali sono stati i rapporti dell’italiano con più Paesi di area balcanica. Ci sono dei trattati di pace tra Russi e Turchi nel XVIII secolo che sono stati redatti in italiano: in questo caso l’italiano funzionava da lingua franca, lingua di nessuna delle due parti in conflitto. Oggi sarebbe naturale pensare all’inglese, però in certi settori questo è avvenuto per l’italiano.

Quali altri elementi e aspetti confluiranno nel museo?
Un museo di questo tipo naturalmente deve dar conto di un certo percorso storico, anche attraverso tappe che presuppongono una certa visione d’insieme. Non necessariamente però dei manufatti. Non necessariamente delle cose da esporre. Un percorso che si può ricostruire senza bisogno di un particolare investimento.
E d’altra parte, a proposito di investimenti, io mi preoccupo anche del fatto che il museo possa in qualche misura nel corso del tempo alimentarsi anche attraverso rapporti con i privati. Non a caso parlavo prima della valorizzazione dell’enogastronomia in cui l’accordo con il privato è abbastanza semplice.
Insomma il tema dell’italiano e della sua difesa oggi io lo vedrei soprattutto nel museo in relazione alla storia, allo statuto dell’italiano. E in questo quadro valorizzerei molto la presenza dell’italiano in Svizzera perché la Svizzera, prescindendo da San Marino, è l’unica altra nazione del mondo in cui l’italiano si rende ufficiale: questo è un dato abbastanza noto comunemente, però è giusto illustrarlo anche attraverso una serie di casi concreti, per esempio l’italiano parlato in Svizzera ha dei tratti caratteristici che non corrispondono all’italiano parlato in Italia. Poi c’è una tradizione letteraria di tutto rispetto: ci sono anche poeti noti a dar conto di questa realtà alla quale normalmente dall’Italia non si pensa.

L'italiano contemporaneo secondo Giuseppe Antonelli
L’italiano contemporaneo secondo Giuseppe Antonelli

Quindi vedi sostanzialmente un quadro museale fuori dalla contemporaneità, per lo meno dall’immediato dopoguerra a oggi.
Naturalmente tutte le evoluzioni che ci sono state negli ultimi 70 anni saranno molto importanti ma pensiamo anche a tutto quello che è il parlato. Non si può non dar conto del parlato e delle sue trasformazioni nei mezzi di comunicazione di massa. Non si può non dar conto dei dialetti, di cui finora non ci è capitato di parlare, ma che sono una realtà importante nel quadro italiano, perché è una realtà tipicamente plurilingue. Dialetti e anche pronunce regionali. Questi sono tutti aspetti che possiamo misurare oggi – insomma da qualche decennio – perché abbiamo la possibilità di sentire una lingua e non solo di fondarci sulla componente scritta, come avviene per le fasi più antiche.

Però negli ultimi anni abbiamo letto in continuazione questo dato che, comunque, l’italiano è la quarta lingua più studiata nel mondo. Ecco, in una chiave competitiva e quindi di affermazione anche di identità, nel senso che ovviamente tutti i Paesi del mondo concorrono all’identità collettiva della cultura mondiale, in teoria uno si sarebbe aspettato che arrivasse finalmente qualcuno al governo che dicesse “Bene, dobbiamo organizzare una strategia perché l’italiano divenga da quarta lingua più studiata nel mondo la terza”. Questo non lo sentiamo dire però da nessuno mi pare, no?
Intanto devo precisare che questa storia della quarta lingua più studiata purtroppo non è vera. È una cosa che si è ripetuta anche ad alti livelli.

Mi riferisco proprio a quelli.
Non è vera per due ragioni. Intanto perché quelle che contano davvero come diffusione sono le prime due o, al massimo, le prime tre. Tutte le altre, quarta, quinta, sesta, interessano numeri ridotti. E poi non si tiene conto neanche della progressione che è avvenuta negli ultimi anni, e che sta avvenendo con ritmi sempre più intensi, del cinese che, naturalmente, sposta gli equilibri delle tradizionali lingue europee, anche perché la Cina investe moltissimo nello studio del cinese in Europa. Per esempio ho saputo che per i ragazzi che si iscrivono in una scuola superiore in Italia in cui si studia il cinese, la Cina prevede una borsa di studio di mille euro mi pare ‒ ma non sono sicuro della cifra – per favorire un viaggio di formazione di questi singoli ragazzi in Cina. Quindi è un investimento che ovviamente avrà le sue conseguenze.
In questo quadro, c’è comunque un numero non altissimo in termini assoluti, ma significativo, di persone che in varie aree del mondo studiano l’italiano. Ecco questo è significativo ‒ qui lo dico con particolare riferimento alla Società Dante Alighieri perché, essendo io uno dei vicepresidenti, so quanto sia radicata la presenza della Dante Alighieri in alcune aree del mondo, in particolare in America Latina. E so quanto sia forte la richiesta dell’italiano e anche la richiesta di certificazioni che misurano la conoscenza dell’italiano. Quindi c’è una richiesta che è in ogni modo significativa e che sarebbe saggio alimentare anche per un’altra ragione: io ho seguito negli ultimissimi giorni la vicenda delle scuole di italiano per stranieri in Italia, giocano una funzione di cui spesso non si è al corrente ma che è fondamentale perché forniscono corsi di italiano, di lingua, ma anche di cultura italiana, per stranieri che decidono di passare uno, due, tre mesi in Italia. È utile osservare quanto questo meccanismo abbia ricadute positive a tutti i livelli, occupiamoci anche qui dell’indotto economico che un investimento di questo tipo può determinare.

Non si può non dar conto del parlato e delle sue trasformazioni nei mezzi di comunicazione di massa”.

Ma se non siamo al quarto posto, dove ci collochiamo di fatto?
Questo non te lo so dire. Il principio è che se fossimo al quinto o al sesto non è che le cose cambierebbero molto in termini assoluti, perché sono poche le persone che arrivano a studiare due o più lingue. Fino al terzo posto è una posizione importante. Oltre il terzo le cifre naturalmente sono poche e anche molto disperse nel mondo. Quindi forse lascerei stare la classifica che, tra l’altro, non è facilissima da determinare. L’italiano si insegna in una serie molto dispersa di centri. I centri Dante Alighieri sono centri che si formano spontaneamente, hanno solo un riconoscimento della sede centrale, però si autoalimentano. Poi ci sono dei corsi presso gli istituti di cultura, e poi ci sono scuole private.
Ho citato le scuole di italiano in Italia. Ce ne sono ovviamente anche all’estero. Però il censimento di tutti questi vari centri sparsi che diffondono lo studio dell’italiano non è così facile. Quindi circa le cifre presuntive mi sento di dire che il quarto posto è una illusione. Però è comunque una lingua più studiata del russo per esempio, che non è ovvio perché anche in Russia c’è una tradizione letteraria molto importante, è comunque una delle potenze mondiali. Sono di più quelli che studiano l’italiano rispetto a quelli che studiano il russo! Non mi pare un dato da trascurare.

Però quest’utilizzo governativo, e politico in genere, dato che in realtà è ininfluente destra/sinistra, dell’inglese a tutto spiano ‒ basti vedere in questi ultimi mesi “lockdown and only lockdown”, benché di sinonimi ce ne siano abbastanza ‒ non ha degli effetti negativi anche sull’italiano all’estero?
Vedrei due aspetti in questo senso. Il primo, certamente è una forma di igiene linguistica da parte delle istituzioni italiane nell’uso dell’italiano, evitando anglicismi spesso abbastanza inutili. E questo è un vecchio problema legato anche al provincialismo italiano per cui ormai da molto tempo l’inglese fa modernità e quindi viene considerato più appetibile. Però l’altra faccia della medaglia non meno importante è nella coscienza linguistica di ciascun parlante, perché la lingua è quello che i parlanti di quella comunità vogliono che sia. Quindi se questi parlanti non sono comunque affezionati alla lingua, non la usano, non la studiano, allora, certo, la lingua deperisce quale che sia l’eventuale politica linguistica messa in atto dalle istituzioni.
Il museo ha questo intento, anche educativo, di rendere edotti i parlanti italiani del patrimonio che li riguarda in quanto parlanti, e quindi favorirne un uso più controllato, più sensibile alla norma.

C’è un vulnus a mio avviso molto grave delle quali istituzioni come quelle che tu hai nominato e che conosciamo benissimo ovviamente dovrebbero forse reagire e che è quello che riguarda il rapporto con l’Unione Europea e l’utilizzo in quella sede della lingua inglese.
Credo sia importante affermare la presenza dell’italiano a livello europeo. Anche senza negare il fatto che l’inglese…

Certo, sono due fatti distinti.
Non può essere messa in discussione dal fatto che il Regno Unito sia uscito dall’Unione Europea. Si potrebbe rispondere, così restando a un atteggiamento formalistico, che a Malta l’inglese è una delle lingue ufficiali e Malta fa parte dell’Unione europea.

Sì ma non è stata notificata come lingua ufficiale, nel senso che le seconde lingue non contano nulla e poi, se permetti, sarebbe piuttosto ridicolo che mezzo miliardo di europei parlassero inglese perché si parla “a Ostia”, perché di fatto gli abitanti di Ostia corrispondono a quelli di Malta. O agli altri 4 milioni dell’Irlanda del sud insomma, no?
Però l’affermazione dell’Italiano in Europa mi trova pienamente concorde. Poi i modi per esprimere questa esigenza possono essere i più diversi, io non sarei in grado di dire se alla Corte di Giustizia o altro, però certamente il problema è delicato e anche legato un po’ alle velleità nazionali e quindi va anche difeso e sostenuto.

Giorgio Kadmo Pagano

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Giorgio Kadmo Pagano
Giovanissimo, espone per la prima volta agli Incontri Internazionali d’Arte. Ha una preparazione culturale costruita in anni di frequentazioni con il meglio dell’arte italiana, da De Dominicis a Pisani a Kounellis a Ontani, e politica con il “Gandhi europeo”, Marco Pannella, col quale condivide migliaia di ore di riunioni nonché prassi di lotta nonviolenta, che lo portano nel 2014 a fare 50 giorni di sciopero della fame in auto davanti al MIUR contro il genocidio culturale italiano. Architetto, nel 1985 pubblica il saggio “Arte e critica dalla crisi del concettualismo alla fondazione della cultura europea”. Dal 1989 dirige l’ERA, una ONG dell’Ecosoc delle Nazioni Unite. Giornalista dal 1993, nello stesso anno diventa Direttore responsabile del periodico culturale Translimen, oggi rubrica di Radio Radicale. Nel 1996 idea, progetta e pubblica, con la direzione del Nobel per l’Economia Selten, il primo saggio europeo di Economia Linguistica “I costi della non-comunicazione linguistica europea”. Oggi, col suo nuovo pamphlet, ci guida sul “Come divenire la super potenza culturale che siamo”.