Charles Bukowski, una vita di ordinaria follia nel centenario della nascita

Un tuffo nell’esistenza di Charles Bukowski, poeta e narratore dallo stile crudo e pungente, che ha fatto della parola uno strumento contro l’ipocrisia del sistema.

Charles Bukowski sul finire degli Anni Sessanta
Charles Bukowski sul finire degli Anni Sessanta

Stravedeva per John Fante che considerava il suo dio, polemizzava a distanza con Henry Miller (ma sotto sotto ammirava anche lui), riuscì sempre a esprimere uno stile e un punto di vista al di fuori di tutti gli schemi, con quella barba sempre un po’ in disordine e quell’aria allegra di un americano in cerca di una birra, quella fronte solcata di rughe e il sorriso strafottente di chi non deve rendere conto a nessuno. Nasceva cento anni fa uno degli spiriti più liberi della letteratura americana del Novecento.

LA POETICA DI CHARLES BUKOWSKI

Tutti dobbiamo morire, tutti quanti, che circo! Non fosse che per questo dovremmo amarci tutti quanti e invece no, siamo schiacciati dalle banalità, siamo divorati dal nulla”. Ed è per emergere da questo nulla che Charles Bukowski (Andernach, 1920 ‒ Los Angeles, 1994) si è inventato una vita che, pur restando ai margini, è andata oltre. Emigrato ancora bambino negli Stati Uniti al seguito dei genitori in fuga dalla povertà della Germania di Weimar, non ebbe però particolare fortuna, perché crebbe nella Los Angeles della Grande Depressione, subendo anche la discriminazione dei coetanei. Un inizio difficile, presagio di quella che sarà una vita sempre precaria, all’insegna dell’impiego alle poste, del matrimonio fallito, della paternità, delle stanze in affitto, delle risse oltre che delle immancabili donne e della dipendenza dall’alcol. Su questi presupposti Bukowski non cercava la fama, la ricchezza, una vita comoda; più semplicemente voleva essere libero dalle convenzioni sociali, e se per farlo deve a volte assumere atteggiamenti sgradevoli, pazienza. In questo è vicinissimo al primo Arturo Bandini de La strada per Los Angeles, un motivo, forse, che spiega l’ammirazione per Fante. Come lui e più di lui, Bukowski non concede niente all’estetica, ma getta in faccia al lettore verosimili situazioni di volgarità, insofferenza, solitudine, fuga e derisione. Vicende attraverso le quali racconta un sottosuolo che in realtà è ben visibile e che lui stesso ha conosciuto. Ma ne scaturisce una rude bellezza che fa preferire quel sottosuolo ai lindi uffici della 5a Strada, ai noiosi cocktail party dell’industria del cinema, alla generale ipocrisia di chi sta sempre con la ragione a mai con il torto.

Edward Hopper, Rooms by the Sea, 1951. Yale University Art Gallery, New Haven
Edward Hopper, Rooms by the Sea, 1951. Yale University Art Gallery, New Haven

LA FACCIA SPORCA DI UN POETA

Come nei romanzi di Fante, anche nei suoi si è oppressi dal caldo umido californiano, si suda sotto un sole aggressivo, si impreca in stanze vuote o si è avviliti dall’immensità del grande vuoto che s’intuisce estendersi appena al di fuori della città; forse il deserto, forse qualcos’altro che comunque la piccolezza dell’individuo non riesce mai nemmeno ad avvicinare. Bukowski non amava il sentimentalismo e per evitare di caderci sapeva raggiungere livelli di amarezza e crudeltà cui in fondo, probabilmente, non credeva nemmeno lui, perché ha dimostrato anche una sensibilità poetica non esattamente comune. Ma forse, sentiva soltanto la comprensibile urgenza di sfogare una rabbia esistenziale più grande di lui, di rifugiarsi in quella solitudine che sembra l’unico luogo dove rimanere se stessi.
Bukowski cominciò a conoscere un po’ di fama sul finire degli Anni Sessanta, con opere che erano maturate durante un decennio assai tragico per gli Stati Uniti: il doppio omicidio Kennedy, quelli di Martin Luther King e Malcolm X e la strage di Bel Air, un decennio controverso e violento, nonostante le utopie dei figli dei fiori. Anche Bukowski lascia affiorare quel medesimo malessere, l’aria intorno a lui puzza di alcol e di sangue, di letti sfatti e sogni disturbati, di violenza nascosta, di rabbia pronta a esplodere. Per questo i suoi scritti gridano di dolore come una tela di Jean-Michel Basquiat, mai disposti a piegarsi sotto i colpi dei compromessi.

L’EREDITÀ DI BUKOWSKI

Bukowski è un altro dei narratori del “lato B” del sogno americano, quello costruito alla giornata, senza troppe certezze se non quella di dar fondo a una bottiglia, senza prendersi troppo sul serio; un Diogene del XX secolo, senza illusioni, persino più cinico, e con i piedi ben saldi a terra; le sue poesie non si concedono mai “voli pindarici”, ma parlano sempre e soltanto della durezza dell’esistenza. Nelle sue pagine si vaga non alla ricerca di un senso, tantomeno della felicità, ma semplicemente di un angolo di pace, che spesso però è irraggiungibile; niente di più che un angosciante miraggio, al limite del surreale, come gli impossibili affacci sul mare dipinti da Hopper. Le sue sono parole impietose, necessarie però per alleggerirsi dalle convenzioni di un’America ipocrita e opportunista. Bukowski non è esattamente un maestro di vita, né ha mai aspirato a esserlo, però è stato un uomo e uno scrittore onesto, che ha pagato di persona per i suoi errori e che non è mai stato né vittima né complice del mercato editoriale, tantomeno una marionetta dello star system. Per questo è ancora attuale, e a suo modo può essere visto come un rivoluzionario, ostinatamente deciso a rimanere se stesso in una società sempre più omologante e omologata.

Niccolò Lucarelli

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AutoreCharles Bukowski
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Niccolò Lucarelli
Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.