Parola a Franco Biagioni, ideatore di un archivio che, attraverso la pittura, racconta la Storia passata e recente. Da un punto di vista davvero collettivo.

La storia, ragionava Eugenio Montale in una celebre poesia, “non si fa strada, si ostina, […] e la sua direzione non è nell’orario”. Da quasi vent’anni un pittore, Franco Biagioni (Iesi, 1952; vive a Cuneo), si dedica con appartata ostinazione a prendere nota visiva dei sentieri della storia più recente, a segnarne il tempo, impiegando un linguaggio esteticamente popolare, mutuato dalla tradizionale pittura votiva, per comporre un’opera di raffinata intelligenza. Affiancano le tavole dei ‘santini laici’, che magnificano dettagli soggettivi, protagonisti personali di un racconto sorprendentemente collettivo, narrato col trasporto del cantastorie e la devozione dell’archivista.

In che modo ha preso avvio e come si è sviluppato l’Archivio Dipinto della Memoria?
Il progetto si è generato spontaneamente in un periodo ‒ gli inizi degli Anni Duemila ‒ segnato da una profonda riflessione sul senso del mio essere artista e sul mio rapporto con la scena dell’arte contemporanea. Non mi sentivo più a mio agio in quelle vesti e in quel mondo. Cercavo una strada che mi riportasse a quell’idea della necessità dell’arte che mi aveva spinto da giovane a voler essere pittore, a quel desiderio remoto di “voler dipingere tutto”. Da lì sono ripartito. Dal valore storico e sociale della pittura, di quell’arte narrativa che poteva esplicitarsi nei quadri dei grandi artisti del passato come nella tradizione popolare degli Ex voto. Le tavolette votive hanno avuto una grande influenza nella scelta del percorso che volevo intraprendere, per la loro rappresentazione essenziale e sintetica di ciascun evento narrato, e per l’enorme tesoro di memoria storica che ci hanno lasciato.
La prima tavoletta che ho dipinto era, di fatto, il ricordo di un evento tragico, la strage di Ustica, dipinto con gli stilemi di un quadro votivamente laico. Da quel momento il progetto si è letteralmente autoalimentato, prendendo forma sulla base dei miei ricordi personali, delle associazioni che si generavano, dei racconti che mi venivano fatti, dalla ricerca nel mio immaginario e nel mio bagaglio pittorico.

Franco Biagioni nel suo studio, Cuneo, luglio 2019, photo Luca Arnaudo
Franco Biagioni nel suo studio, Cuneo, luglio 2019, photo Luca Arnaudo

Come definisci il contenuto delle tue storie dipinte, anche per i rapporti tra testo e immagine?
Di solito, il racconto della vicenda è affidato a una breve didascalia che utilizzo sul sito internet https://santuariomobile.it e nelle mie mostre per dare una prima, stringata contestualizzazione degli accadimenti. La tavoletta è narrativamente autonoma, perché il cuore della narrazione è distillato nella composizione stilistica del quadro: la semplificazione delle linee, dei colori e dei volumi, l’esagerazione del gesto, la materializzazione dei movimenti, dei suoni e delle idee, la libertà prospettica, la stilizzazione per creare elementi  decorativi precisi creano una relazione tra le componenti raffigurative della tavoletta, e sono traducibili in un racconto che, come tale, ha personaggi, ambienti, funzioni narrative.

Che tipo di esperienza ha aggiunto al progetto dell’Archivio il Santuario Mobile?
Il Santuario Mobile è nato da un’idea un po’ folle e dall’esigenza di portare il mio lavoro anche al di fuori dei luoghi istituzionali come musei e gallerie. Un’edicola laica e itinerante facilmente trasportabile su ruota, che mi ha permesso di partecipare a eventi e manifestazioni dove la mostra non sarebbe mai arrivata.
Le persone e i personaggi che scelgo sono parte del mio vissuto personale: artisti che ho amato e hanno segnato il mio e il nostro immaginario, persone che hanno influenzato i percorsi della storia, ma anche personaggi curiosi, amici di lungo corso, soggetti ‒ pubblici o privati ‒ che mi vengono suggeriti o richiesti. In questo caso più che di consapevolezza da destare parlerei di omaggio e memoria da tributare a persone che ritengo importanti, e la lentezza della pittura mi consente un’elaborazione personale del ritratto.
Col Santuario Mobile ho viaggiato su e giù per l’Italia, ospitato da librerie, foyer dei teatri, festival letterari, al chiuso, all’aperto, incontrando migliaia di persone e raccogliendo nuove storie da dipingere. Uno scambio continuo, perché la visita all’Archivio, seppur ridotto, scatena immediatamente i meccanismi della memoria, e ogni singolo fatto ne richiama un altro, e da questo un altro ancora, quasi una gara a chi ricorda cosa e quando e di più.

Franco Biagioni, Piero Manzoni (olio su tavola, 2018, cm10x15)
Franco Biagioni, Piero Manzoni (olio su tavola, 2018, cm10x15)

Le tavole dell’Archivio non sono in vendita, per mantenere l’opera integra: dove la immagini collocata in una prospettiva stabile?
Quella di dare una stabilità definitiva all’Archivio in uno spazio dedicato è una prospettiva che sto cercando di realizzare, anche perché il progetto principale è corredato da tutta una serie di altri piccoli percorsi nella memoria realizzati negli anni, e di materiali che ne andrebbero a comporre un’esperienza più completa. Per esempio, c’è un lavoro che ho chiamato Archeologia domestica, raccogliendo in piccole bustine trasparenti gli oggetti dimenticati, quelli che rimangono nel fondo dei nostri cassetti e giacciono lì per anni senza che ne vada perduto il significato. Sono oggetti che ho raccolto grazie a donazioni di persone che hanno contribuito con i loro piccoli, preziosi ricordi: al momento, la collezione è composta da circa ottocento pezzi.

Ragioni sulla storia da un punto di osservazione nella provincia italiana profonda: in questa prospettiva, quali sono per te le relazioni culturali esistenti oggi tra centro e periferia?
Non credo si possa ancora discutere di una relazione tra centro e periferia, anche perché diventa difficile oggi definirne i concetti. In teoria, l’isolamento culturale non dovrebbe più esistere, data la nostra connessione digitale e continua con il mondo. Il problema è piuttosto una questione individuale, la capacità del singolo di selezionare nel mare delle possibilità e di non farsi travolgere dal mainstream bulimico che caratterizza i nostri tempi.

Luca Arnaudo

Dati correlati
AutoreFranco Biagioni
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Luca Arnaudo
Luca Arnaudo è nato a Cuneo nel 1974, vive a Roma. Ha curato mostre presso istituzioni pubbliche e gallerie private, in Italia e all'estero; da critico d'arte è molto fedele ad Artribune, da scrittore frequenta forme risolutamente poco commerciali, come raccolte di racconti, poesie, prosimetri, ma più di recente si diverte soprattutto con storie illustrate per bambini. In una vita perpendicolare è anche giurista e docente universitario, esperto di cose che qui non interessano.