Donne, diritti e cinema. Cinque giorni di proiezioni alla Magliana di Roma

La Magliana sta per accogliere l’Aperossa, che per cinque giorni porterà nel quartiere romano un ciclo di proiezioni dedicate al ruolo delle donna nella società italiana dagli Anni Quaranta agli Anni Ottanta. Ne abbiamo parlato con Monica Repetto.

Aperossa © Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico (AAMOD)
Aperossa © Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico (AAMOD)

Dal 29 luglio al 2 agosto, nel quartiere Magliana di Roma, andrà in scena Cinquanta sfumature di donna, rassegna cinematografica dedicata al cambiamento del ruolo della donna nella società italiana dagli Anni Quaranta agli Anni Ottanta. Promossa da AAMOD (L’Archivio Audiovisivo del Movimento Operai e Democratico), la kermesse ripercorre un arco temporale chiave per i diritti della donna nella società italiana. Abbiamo intervistato Monica Repetto, membro del Consiglio di Amministrazione di AAMOD.

Cinquanta sfumature di donna è nato dal progetto Aperossa e affronta il tema dell’evoluzione della donna nella società italiana attraverso la visione di cinque film significativi per il tema trattato come I bambini ci guardano di Vittorio De Sica (1943), Arrangiatevi (1959) di Mauro Bolognini, Io la conoscevo bene (1965) di Antonio Pietrangeli, Ci eravamo tanto amati (1974) di Ettore Scola e, infine, Bianca (1984) di Nanni Moretti.
I lungometraggi ripercorrono un cinquantennio fondamentale per i cambiamenti sociali della donna e della famiglia italiana. Solo per ricordare alcuni eventi: nel 1946 in Italia entra in vigore il suffragio universale (si estende così il diritto di voto alle donne); negli Anni Sessanta è applicata la Costituzione e le donne sono ammesse a tutte le cariche, professioni o impieghi pubblici (comprendenti anche la carriera diplomatica, in precedenza esclusa); negli Anni Settanta la legge sul divorzio (1970), detta anche “Legge Fortuna-Baslini”, la riforma sul diritto di famiglia (1975) e il referendum sull’aborto (1978); infine, nel 1981, è finalmente abrogato il delitto d’onore.

C’è ancora bisogno di riflettere sulla metamorfosi sociale femminile? Perché avete preso in esame proprio questi cinque decenni?
Mai come in questi anni, soprattutto in quest’ultimo periodo. La rassegna vuole ragionare sul femminile e su come il cinema lo racconti. La scelta, invece, del periodo, che va dal secondo dopoguerra fino ai primi Anni Ottanta, è motivata dalla velocità dell’evoluzione del modello della donna italiana e al conseguente rinnovamento delle relazioni degli individui nella società, sia nella sfera privata e familiare che pubblica e politica. Per le donne, molte leggi nascono nel giro di dieci anni (dalla fine degli Anni Sessanta alla fine degli Anni Settanta), un decennio emblematico della contrapposizione ideologica del tempo, che raggiunge e mostra la violenta contrapposizione con il referendum del 1974 sull’abrogazione del divorzio [primo referendum abrogativo italiano che ha visto quasi il 90% degli italiani recarsi alle urne. Il 60% votò per il mantenimento della legge sul divorzio, mentre il 40% espresse la volontà di volerlo annullare, N.d.R.]. Si è ritenuto interessante, insomma, mostrare gli sforzi e i risultati ottenuti attraverso le testimonianze cinematografiche del tempo.

Cinque grandi registi, tutti uomini: le donne sono raccontate attraverso i loro sguardi.
Sì, non è facile per la donna essere regista in quell’epoca, non lo è mai a dire la verità. I corti e i laboratori, parte integrante della rassegna cinematografica, propongono, invece, anche autrici, come la regista Monika Maurer, Annabella Miscuglio e la docente Letizia Cortini.

Cosa pensi delle nuove generazioni? Quali sono le differenze fra le donne di oggi rispetto a quelle dei film proposti e quali, invece, sono le cose che non cambiano mai?
Ci sono degli elementi di continuità, come per esempio alcuni temi su cui le donne contemporanee continuano a dibattere, che riguardano il lavoro, la casa, la maternità, la ricerca di un proprio percorso (sia nella sfera privata che in quella pubblica). Temi da un lato generali, che non hanno a che fare esclusivamente con il genere, ma che sono molto più conflittuali nel mondo femminile. Il film di Mauro Bolognini, Arrangiatevi, si ricollega a un caso di cronaca: verso la fine del 1958 la senatrice Lina Merlin riesce a far approvare la legge sull’abolizione delle case chiuse. Il regista e gli sceneggiatori, Piero De Bernardi e Leo Benvenuti, prendono spunto dalle conseguenze della nuova legge per raccontare, da un lato, il “problema della casa” in una città come Roma negli Anni Cinquanta e, dall’altro, le differenze generazionali (sempre più profonde) fra genitori e figli nelle famiglie dell’epoca.

E oggi?
Oggi manca, invece, la fiducia nell’efficacia della lotta. La sicurezza derivante dall’azione nella lotta collettiva è un elemento peculiare del passato, adesso non è più così. Esiste ancora quell’energia, ma non è più strutturata in un modello ideologico che ti guida nel prendere una posizione e a compiere una scelta.

Aperossa © Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico (AAMOD)
Aperossa © Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico (AAMOD)

L’Aperossa, attrezzata per diventare un “cinemobile”, introduce il cinema in strada. Come si è arrivati a questa proposta?  Qual è stata la risposta da parte del pubblico negli altri eventi nei quali è stata utilizzata?
L’Aperossa fa subito festa, soprattutto quando la vedi arrivare in piazza. Il suo aspetto così vintage genera immediatamente curiosità e ti riporta a un’atmosfera più intima rispetto a quella cittadina. Sembra quasi l’arrivo del cantastorie che srotola il suo telone con i disegni e inizia a raccontare le sue storie. Nonostante il potere del “mondo social”, l’Aperossa riscuote un enorme successo. L’idea, come spesso accade in questi casi, è nata quasi come strumento di “guerriglia urbana”. È stato Pino Bertucci, uno dei garanti dell’archivio, a proporre di proiettare con l’ape il cinema nei cortili dei condominii popolari. Ugo Adilardi, allora presidente, entusiasta dell’idea, riesce a trovare i fondi, attraverso il prestito di Bruno Giannarelli, per comprare l’ape. In seguito l’abbiamo dipinta di rosso e utilizzata non solo per proiettare il cinema in strada, ma anche per raccogliere materiale audiovisivo privato delle famiglie che hanno accettato di donarcelo.

Quest’anno l’Aperossa è alla Magliana, un quartiere dove non ci sono cinema. La scelta immagino sia dovuta anche a questo. “Andare nei luoghi meno scontati e facili” è stato uno dei criteri che hanno guidato la scelta della Magliana come luogo della rassegna?
Sì, è esattamente il criterio che abbiamo adottato. La scelta, infatti, verte sui luoghi periferici della Capitale, in questo caso la Magliana, un quartiere non solo concepito senza alcun cinema, ma dove l’unica biblioteca presente è nata dall’azione di lotta e propaganda del comitato di quartiere negli Anni Settanta attraverso la donazione di dodici mila volumi da parte dei singoli cittadini. Il criterio è, dunque, quello di “riprenderci la piazza” in una maniera costruttiva e popolare. Chi l’ha detto che mostrare un film in bianco e nero degli Anni Quaranta o Cinquanta sia impossibile in una “piazza – pop”?

A proposito di quartiere. I film in rassegna sono introdotti da corti strettamente connessi al tema della donna in relazione al quartiere Magliana: alcuni pezzi tratti da cinegiornali dell’Istituto Luce e d’inchiesta di AAMOD che affrontano il tema della ricerca della casa nel quartiere Magliana da parte delle donne; Magliana (1974) di Miguel Herrera; e Tribuna padronale (1971) di Ugo Gregoretti (omaggio al regista scomparso il 5 luglio scorso). Si tratta in questo caso di documentari e anche di estratti di cinegiornali, qual è la relazione che si crea tra documentario e film proiettati in Cinquanta sfumature di donna?
Ciascun corto è in relazione al film che introduce. La rassegna sviluppa due filoni: da un lato i film che raccontano il cinquantennio post bellico e il cambiamento del ruolo della donna nel nostro Paese così come rappresentato dal cinema; e, dall’altro, i cortometraggi che sono, invece, legati al territorio e a come il mondo femminile vive e lotta per il proprio quartiere (in questo caso la Magliana). I corti non devono essere contemporanei ai film, si cerca, piuttosto, un dialogo attraverso gli anni, come nel caso della proiezione di un estratto da Maglianici (2019), il documentario dei ragazzi della scuola media del quartiere (nato da un laboratorio per la didattica della storia attraverso l’audiovisivo) che introduce I bambini ci guardano del 1943. Il punto di vista è profondamente affine al film di De Sica, solo che sono trascorsi 76 anni e il confronto è particolarmente interessante perché oggi i bambini che ci guardano vengono da ogni angolo del mondo.

I laboratori diurni della rassegna sono attenti all’interpretazione del materiale audiovisivo (per citarne alcuni: “Ri-usare il cinema” con Claudio Olivieri, “Esercizi alla scoperta del cinema “inedito” online” e “Le fonti filmiche per l’insegnamento della storia” con Letizia Cortini). Si può parlare quasi di una missione all’educazione e all’alfabetizzazione riguardo al materiale video.
Sì, l’offerta originale dei laboratori è in linea con la natura stessa dell’Archivio Audiovisivo: i laboratori affrontano il tema del riutilizzo di materiale d’archivio audiovisivo per ridare un’altra vita a questo tipo di fonti storiche. Esiste la necessità di riusare il materiale d’archivio per raccontare qualcosa di nuovo e di necessario, non c’è un intento gratuito o effimero. Non è un gioco fine a sé stesso. AAMOD promuove anche il lavoro sulla didattica con l’intento di affinare l’interpretazione dell’immagine audiovisiva e fotografica online. I laboratori costruiscono le basi per l’acquisizione degli strumenti necessari per un corretto approccio critico all’immagine audiovisiva: verificandone l’originalità, riconoscendone il linguaggio audio-video e classificandola secondo i casi. La decodificazione delle immagini, fondamentale nella nostra società, non è così immediata come può sembrare.

Chi sono gli ospiti che introducono i film in rassegna e quale tipo di contributo offrono alla visione dei lungometraggi?
Abbiamo incluso degli ospiti che possano in qualche modo fornire delle testimonianze che siano “interne” e con un punto di vista particolare. L’intento è di fornire una testimonianza diretta, attraverso i racconti di avvenimenti e aneddoti. In linea con la politica dell’Archivio Audiovisivo, si cerca di rendere viva la memoria, attraverso le testimonianze orali di chi ha vissuto l’evolversi della creazione dei film in rassegna. Sia nel caso di Emi De Sica (l’ospite della prima serata) che in quello di Silvia Scola, l’intenzione è quella di avere un contributo distintivo filtrato dall’ambiente familiare. Le testimonianze sono una delle chiavi di lettura che facilitano l’accesso al passato, per questo è importante avere degli ospiti nella nostra rassegna.

Cosa ti auguri per le donne delle future generazioni?
Ho fiducia nella “generazione z”, quella dei nostri figli (nati fra il 2000 e il 2007). Hanno molti strumenti per leggere la nostra società e, per loro stessa natura, anticipano i bisogni rispetto ai servizi che le istituzioni forniscono. Ce l’abbiamo fatta in passato e ce la possiamo fare anche oggi. Da madre sono contenta di poter vedere una figlia consapevole delle proprie possibilità. Mi auguro che i ragazzi continuino a non essere cinici. Ho notato che non c’è cinismo nei giovani e questo non solo è molto bello, ma prezioso, perché senza il cinismo puoi trovare la forza per lottare per un cambiamento reale. Essere solidali non è vano.

Giulia Tanferna

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