Voci dalle Filippine #1. Parola ad Arianna Mercado

Intervista ad Arianna Mercado, critica e curatrice di spicco nel panorama filippino.

Arianna Mercado
Arianna Mercado

Dopo il nostro reportage da Manila, parola alla critica e curatrice Arianna Mercado, che anima la art house Calle Wright e coordina il Thirteen Artists Award, premio assegnato ogni tre anni a tredici artisti emergenti filippini.

Come descriveresti la scena artistica di Manila?
Molto orientata al mercato. Ci sono parecchie gallerie e case d’asta in città, ma i collezionisti sono molto influenzati dalle tendenze di mercato e comprano opere d’arte più come investimento che per sincera passione. Per questa ragione, in tanti hanno grandi quantità di opere ammassate in soffitta a prendere polvere. I giovani artisti pensano di doversi adattare al mercato per ottenere riconoscimenti, piuttosto che esplorare strade diverse. Fortunatamente, come risposta a una scena dominata dal mercato, di recente si sono aperti spazi gestiti da artisti e collettivi, che facilitano le discussioni e le comunità non vincolate da istanze commerciali.

C’è una nuova generazione emergente di artisti filippini?
Sì ma non è così interessata agli spazi espositivi tradizionali come quella precedente. Molti trovano altre modalità per mostrare il proprio lavoro, a volte online e a volte facendo progetti autogestiti, per evitare di passare per le grandi gallerie.

Quali sono le gallerie o gli spazi non profit più interessati a promuovere i giovani artisti?
Dal 2000 Green Papaya Art Projects si occupa di costruire comunità e sostenere artisti giovani. Si tratta dell’iniziativa gestita da artisti più longeva di Manila, ma purtroppo chiuderà nel 2021. Il Centro Culturale delle Filippine, che è un’istituzione governativa, ha spesso promosso giovani artisti attraverso sovvenzioni alle loro mostre. Altri gruppi (non tutti non profit) che supportano gli emergenti sono Sampaguita Projects, Nomina Nuda (a un’ora e mezza di distanza da Manila), Pineapple Lab, Tin-Aw Art Gallery, Limbo, Mono8 e Underground.

Ci sono parecchie gallerie e case d’asta in città, ma i collezionisti sono molto influenzati dalle tendenze di mercato e comprano opere d’arte più come investimento che per sincera passione”.

Qual è il ruolo dei musei?
Ci sono alcuni musei che sembrano sostenere gli sforzi dei giovani. Il Centro Culturale delle Filippine e la Commissione Nazionale per la Cultura e le Arti rilasciano sovvenzioni ogni anno agli artisti invitati a esporre nei loro spazi. Tuttavia i musei privati sembrano più chiusi e meno interessati a queste opportunità, mentre i grandi musei presentano sempre gli stessi vecchi maestri.

Quali sono i tuoi artisti filippini preferiti e perché?   
La prima è Judy Freya Sibayan, un’artista concettuale senior. Fa spesso performance ludiche, prendendo in giro vari aspetti del mondo dell’arte. Per cinque anni ha indossato uno scapolare che ha trasformato in una galleria, aprendola alle persone che incontrava durante la giornata. Adesso ha istituzionalizzato se stessa come MoMO – Museo degli Oggetti Mentali, dove colleziona opera d’arte memorizzandole. La seconda è Martha Atienza: il suo lavoro è brillante ed efficace. La sua ricerca precedente era un’esplorazione su diversi aspetti della vita quotidiana. Ha fatto un lungo lavoro documentando l’oceano su un mercantile, attraverso una videoinstallazione immersiva. La terza è Lesley-Anne Cao, una giovane artista che ammiro perché penso che operi con attenzione e cura. Come Martha, ama lavorare a contatto diretto con la realtà. Ha avuto la sua prima personale l’anno scorso al Centro Culturale delle Filippine.

Tre artiste donne. Nessun uomo?
Ray Albano, un artista attivo negli Anni Settanta. Era più conosciuto per il suo lavoro di curatore al Centro Culturale. Nonostante non sia popolare come i suoi colleghi di allora, il suo lavoro mi interessa per via della sua natura concettuale, che lascia molto spazio al caso e al gioco. Nel 1974 è stato invitato a una Biennale di incisione a Tokyo. Ha presentato Step on the Sand and Make a Footprints, portando una scatola di sabbia che i visitatori potevano calpestare per creare le proprie impronte.

Ludovico Pratesi

www.callewright.com
www.culturalcenter.gov.ph

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #48

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