Parola all’artista che ha firmato la copertina del nuovo numero di Artribune Magazine.

Ciò che rimane delle sue performance sono costumi e fotografie. Costumi che, alla fine di ogni azione, “si svuotano e si accumulano”. GianMarco Porru (Oristano 1989) ha una formazione eclettica e nel suo lavoro convivono danza, teatro e arti performative. Le parole chiave della sua ricerca sono mito, magia, rito, pratiche comunitarie e narrazione. Una delle sue azioni “rituali” è strettamente legata alla Sardegna, dove è nato e dove nel 2016, insieme all’artista Mimì Enna, ha ideato la Festa del Mare nella città di Oristano. Per la copertina ha costruito un guanto, pensando a un gesto e a uno strumento di lavoro. Qualcosa, ci dice l’artista, “che privilegiasse la mano come mezzo semplice per attivare un processo magico o un’illusione”.

Quando hai capito che volevi fare l’artista?
Non lo so, ma mi viene in mente il letto di Morandi fotografato da Ghirri.

Hai uno studio?
Ho un tavolo grande e pareti dove appendo disegni e fotografie.

Quante ore lavori al giorno?
Mai contate.

Preferisci lavorare prima o dopo il tramonto?
Dopo il tramonto, nelle ore pari dei mesi dispari.

Che musica ascolti, che cosa stai leggendo e quali sono le pellicole più amate?
Mi piace il rosso (della pellicola) in Giulietta degli spiriti di Federico Fellini e conosco a memoria un sacco di film Disney. Sto rileggendo L’anello di Re Salomone di Konrad Lorenz. Per la musica invece non ho un genere che preferisco. Quando lavoro mi piace la casualità della radio.

GianMarco Porru, dalla serie In circostanze misteriose, 2018, inkjet print, 21 x 29 cm
GianMarco Porru, dalla serie In circostanze misteriose, 2018, inkjet print, 21 x 29 cm

Un progetto che non hai potuto realizzare, ma che ti piacerebbe fare.
La regia di Medea, al mare.

Qual è il tuo bilancio fino a oggi?
Post-it infilati tra i libri con su scritto “vedi qui”.

Come ti vedi tra dieci anni?
Con meno post-it.

Hai frequentato diverse scuole di teatro, tra cui la Paolo Grassi di Milano. È stato formativo?
Fondamentale.

Danza, teatro, performance: come nasce un tuo lavoro? È un processo lungo, che parte dalla collezione di immagini trovate di autori sconosciuti.
Le immagini che colleziono si appiccicano come una calamita a un’ossessione. Non so se sono il punto di partenza o un momento necessario durante il quale m’interrogo sulla loro esaustività nel parlare di qualcosa. Dalle immagini poi il lavoro si stacca e si costruisce con un altro linguaggio, con altre immagini che si generano nel momento delle prove. Guardo e prendo in prestito segni ed elementi compositivi dai linguaggi della danza e del teatro, includendo danze e pratiche comunitarie che sopravvivono oggi solo come partitura teatrale per una messa in scena folkloristica.

Che cosa rimane delle performance?
Costumi e fotografie. I costumi mi piacciono molto quando alla fine della performance si svuotano e si accumulano.

Hai un rapporto stretto con narrazioni e con storie spesso legate alla Sardegna. Come si sviluppano questi aspetti nel tuo lavoro?
Mi piace quando una conformazione geografica è utilizzata come materiale vivo per produrre racconti, percorsi e mostri. Questi racconti sono spesso il punto di partenza che poi, durante la costruzione del lavoro, si annebbia. Qualcosa inizia a funzionare quando la struttura del lavoro si rende autonoma e anche io mi dimentico e dico “ah, era da lì che partivo”.

GianMarco Porru, Senza titolo (Molto vicino al cielo), 2018, performance presso la Cappella Portinari, Milano. Photo T space studio
GianMarco Porru, Senza titolo (Molto vicino al cielo), 2018, performance presso la Cappella Portinari, Milano. Photo T space studio

Se ti dico magia e rito?
Ultimamente ho lavorato molto guardando a pratiche rituali e magiche. M’interessava la figura di Tiresia, ma non capivo in che modo potesse essere punto di partenza per la creazione di qualcosa. C’è una complessità in questo personaggio che mi affascina. Parte dall’elemento profetico per allargarsi sulle produzioni di conoscenza poco scientifiche, collegate a un’attenzione sull’elemento naturale. Nei due ultimi lavori, l’idea di partenza è stata quella di interrogare e imitare l’immagine del cielo. L’azione di Senza titolo (Ma di una ordinaria magia) è semplice: per alcune ore un uomo con una tuta stellata tiene sulla testa un bicchiere pieno d’acqua, mettendo alla prova la concentrazione e l’equilibrio con piccolissimi spostamenti. Quest’immagine chiarisce bene quello che m’interessa del magico: un’interruzione e una sospensione che si innescano nell’ordinario attraverso azioni minime. In questa sospensione mi sembra ci sia appunto una magia che ha a che fare con un breve stupore – questo invece straordinario –, una “circostanza misteriosa” che rallenta un ritmo. In Senza titolo (Molto vicino al cielo) c’è la stessa idea di azione che si ripete prendendo come riferimento l’immagine e il tempo ciclico dei corpi celesti in cielo, la comparsa, lo spostamento, l’allineamento e di nuovo la scomparsa.

Nel 2016 hai ideato, insieme a Mimì Enna, la Festa del Mare. Di che cosa si tratta?
È una vera e propria festa: si arriva al mare, si prende l’acqua e la si trasporta fino alla città. Arrivati in centro, si festeggia. L’acqua poi viene custodita da un cittadino per un anno, fino al giorno della festa dell’anno successivo. Un’estate eravamo appena rientrati, io da Milano e Mimì da Bologna, e ci siamo ritrovati a parlare di una serie di elementi che con la distanza innescano una mancanza, affaticano un distacco e alimentano un legame. Abbiamo sentito la necessità di istituire la festa in queste circostanze, quando entrambi ci siamo allontanati dal mare.

Com’è nata l’immagine che hai creato per la copertina di questo numero?
Si chiama Fare buio. Ho costruito un guanto pensando a un gesto e a uno strumento da lavoro. Qualcosa che privilegiasse la mano come mezzo semplice per attivare un processo magico o un’illusione.

Daniele Perra

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #47

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Daniele Perra
Daniele Perra è giornalista, critico, curatore e consulente strategico per la comunicazione. Collabora con "ICON DESIGN", “GQ Italia”, “ULISSE, "SOLAR" ed è docente allo IED di Milano. È stato fondatore e condirettore di “unFLOP paper” e collaboratore di numerose testate tra cui “ArtReview” “Mousse”, "Harper's Bazaar art America Latina". È stato consulente strategico per la comunicazione della Fondazione Modena Arti Visive, Direttore Comunicazione del Centro Pecci di Prato, Strategic Advisor for Media and Communication alla Malmö Konsthall e Direttore della Comunicazione della Fondazione Thyssen-Bornemisza Art Contemporary. Ha fatto parte del team di selezionatori per alcuni premi tra cui il Premio FURLA e The Sovereign European Art Prize. Ha scritto testi per cataloghi e curato mostre tra cui: Shahryar Nashat in collaborazione con il Centro Pecci, Cantieri Culturali ex-Macelli, Prato (2003); Hans Schabus and the Very Pleasure (Laboratori del Teatro alla Scala di Milano, 2006). Ha pubblicato il volume "Impatto Digitale. Dall’immagine elaborata all’immagine partecipata: il computer nell’arte contemporanea", Baskerville, Bologna. Ha tenuto lecture alla NABA e un corso di Fenomenologia dell’arte contemporanea alla Scuola Politecnica di Design di Milano. È stato caporedattore di “tema celeste” (1999-2007), caporedattore di “KULT” (2007-2010), ha collaborato dal 2000 al 2006 a “Il Sole24ORE” (Domenicale) e all'inserto cultura Saturno de “Il Fatto Quotidiano” e ha collaborato con Artribune come editorialista e consulente.