La sua apertura è prevista a Copenaghen nel 2023. Stiamo parlando di UN Live, il museo per le Nazioni Unite, raccontato dal cofondatore Michael Peter Edson.

Sei il cofondatore del Museo per le Nazioni Unite – UN Live, una nuova istituzione con base a Copenaghen e sedi in tutto il mondo. Oggi il progetto rappresenta una grande sfida, socialmente, politicamente e anche museologicamente. Ce lo presenti?
Mi fa sorridere che inizi l’intervista con una domanda sulle sfide. Perché il Museo per le Nazioni Unite – UN Live è davvero un progetto sfidante. Il mondo è un posto stimolante. È impegnativo, ma anche pieno di ottimismo e potenziale umano non sfruttato: questo è l’oggetto di UN Live. Al momento siamo una ONG startup, vicina ma non parte delle Nazioni Unite, per le quali non comporterà alcun costo. Saremo un museo su tre piattaforme: un edificio per il museo fisico e quartier generale a Copenaghen (e in altre città globali); una rete mondiale di istituzioni partner; una presenza digitale.

Quando aprirà il museo? Avrà una collezione permanente?
Speriamo di inaugurare l’edificio a Copenaghen nel 2023 ma sentiamo l’urgenza di fare progressi sulle sfide globali, in particolare sui 17 obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, quindi inizieremo a programmare online e con la nostra rete nel 2018. Il museo non avrà una collezione nel senso tradizionale. Piuttosto, la nostra “collezione” sarà costituita dalle storie, la creatività, il know-how e la capacità di risoluzione dei problemi di individui e comunità in tutto il mondo.

Quale sarà l’approccio del museo?
UN Live funzionerà principalmente “dal basso verso l’alto”, riconoscendo che il nostro pubblico è, o può diventare, innovatore e risolutore di problemi. Lo stiamo progettando per raggiungere e ispirare persone, potenzialmente miliardi di persone, specialmente giovani, dove vivono – spesso fianco a fianco con partner e istituzioni che sono già affidabili nel loro quotidiano.

Speriamo di inaugurare l’edificio a Copenaghen nel 2023 ma sentiamo l’urgenza di fare progressi sulle sfide globali“.

UN Live sembra un’iniziativa visionaria e di vasta portata. Ma perché è un museo?
L’idea di rendere UN Live un “museo” non è nata all’interno del mondo museale: i professionisti museali non sono abitualmente incoraggiati a lavorare su questa scala! L’idea è nata da un pensiero riguardo alle piattaforme che potrebbero essere utilizzate per riunire persone e lavorare su iniziative globali. Quasi dal primo giorno abbiamo pensato che un museo potesse essere un potente catalizzatore per il cambiamento.

Suona come una grande conferma della funzione civica dei musei.
Lo è, e penso anche che sia una dichiarazione relativa alla loro versatilità. I musei possono presentare una gamma incredibilmente diversificata di contenuti, programmi ed esperienze; e non ci sono regole su cosa sia o possa essere un museo. UN Live ha un mandato globale, anche se sappiamo che il concetto di museo non è universalmente amato, in particolare nelle società post-coloniali. Nemmeno all’Onu! Il nostro lavoro sul campo ha dimostrato, tuttavia, che “un museo per le Nazioni Unite” avrà un incredibile potere di richiamo; che il concetto di museo può essere utilizzato per dare corpo alle aspettative delle persone; e che alla fine le persone ci ameranno, o no, in base alle esperienze specifiche che loro e i loro amici avranno avuto in UN Live, e non per via di un pregiudizio sul nome dell’istituzione.

Quanto sono importanti la comunicazione digitale e lo sviluppo digitale per UN Live e per i musei?
Vai in qualunque città del mondo, trova qualche ventenne e chiedi a loro. Seriamente! I musei devono essere parte della vita delle persone, e sempre più spesso quelle vite sono digitali e fisiche, globali e locali, creano, condividono, consumano… tutto insieme. Più della metà della popolazione mondiale è online: ecco perché il digitale è una parte cruciale di UN Live, il digitale è un’opportunità di connetterci con tutti nel mondo.

UN Live ha un mandato globale, anche se sappiamo che il concetto di museo non è universalmente amato, in particolare nelle società post-coloniali“.

Ci sono due mondi separati là fuori, uno online e uno offline, o c’è un solo mondo?
C’è solo la vita, un tutto unito. Ma il mondo digitale è pieno di nuove sorprese e nuove connessioni e continuerà a esserlo. Ai Weiwei scrive di come Twitter sia per lui un miracolo, in quanto lo collega a un contadino, a un fattore, all’umanità. È saggio prestare attenzione a queste cose, senza mai dimenticare la poesia del mondo oltre i nostri schermi.

Quale tipo di metriche utilizzi per valutare la presenza digitale?
UN Live è un museo d’azione: se non migliora le vite, non realizza il suo scopo. Questo rende UN Live differente dalla maggior parte dei musei e ci guida in tutte le decisioni. Stiamo cominciando a costruire una strategia in tre parti, per tutte le nostre piattaforme: utilizzeremo l’analisi dei social network, le scienze sociali e la gestione aziendale, per aiutarci a comprendere e rafforzare le comunità che lavorano per obiettivi globali; si tratta di un’inchiesta narrativa partecipativa per condividere le storie che la gente racconta sul cambiamento; useremo, infine, anche i sondaggi per capire in che misura UN Live interagisce con i sentimenti e il comportamento delle persone.

Puoi consigliare un libro illuminante ai colleghi?
Raccomando Checklist di Atul Gawande [2009; tradotto da Einaudi nel 2011, N.d.R.]. È un libro potente sul ripensamento del modo in cui usiamo competenza e autorità per risolvere problemi su vasta scala. È un magnifico scrittore e queste sono cose alle quali dovremmo badare tutti noi che teniamo al futuro.

Qualcosa su di te, ora. Che tipo di relazione hai con il museo che stai creando?
Mi sento immensamente privilegiato a lavorare su UN Live. Le persone che sono attratte da questo progetto sono incredibilmente stimolanti. Spero che tu e i tuoi lettori possiate unirvi a noi in questo viaggio.

Maria Elena Colombo

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #45

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua inserzione sul prossimo Artribune

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI