Di padre in figlio. Parola al collezionista Tiberio Cattelani

Una famiglia interamente dedita all’arte quella dei Cattelani, dal padre Carlo ai cinque figli. Una selezione delle collezioni è in mostra dal 6 ottobre al Castello Campori di Soliera appena restaurato, per segnare un passaggio di testimone.

Renato Mambor, Uomini timbro, 1963. Photo Fabio Fantini. Collezioni Cattelani
Renato Mambor, Uomini timbro, 1963. Photo Fabio Fantini. Collezioni Cattelani

La collezione di arte sacra moderna e contemporanea di Carlo Cattelani è da sempre un’eccellenza del territorio modenese. Con l’esposizione Intra moenia, organizzata dal Comune di Soliera assieme alla Fondazione Campori e alla Fondazione Cassa di Risparmio di Carpi, l’intento della famiglia e del curatore Lorenzo Respi è quello di raccontare non solo la storia del nucleo iniziale ma anche di quelli successivi dei cinque figli Fabio, Laura, Tiberio, Annalisa e Annarita che, seguendo le orme paterne, si sono appassionati al collezionismo.
Un racconto corale profondamente morale, che vede nell’arte un’educazione per la vita.
La base delle opere in mostra è dunque religiosa ma non devozionale, poiché rimane sempre una componente ironica e sarcastica, partendo dai ricordi di famiglia raccolti nella prima sala, scritte, appunti, bozzetti lasciati dagli artisti che hanno affiancato la storia dei Cattelani. Una saletta contiene anche opere a misura di bambino con contenuti multimediali e ogni ambiente si articola su un differente concetto per creare una narrazione, che finisce con l’interrogativo di Ben Vautier Che cosa è l’arte?”. Il figlio Tiberio Cattelani ci ha raccontato come tutto è iniziato.

Salvo Mangione, Salvo, 1976. Photo Fabio Fantini. Collezioni Cattelani
Salvo Mangione, Salvo, 1976. Photo Fabio Fantini. Collezioni Cattelani

Carlo Cattelani era sicuramente una persona illuminata e fuori dal comune. Com’è nata la sua collezione?
Mio padre veniva da una famiglia povera di mezzadri, di contadini, ma da una perizia calligrafica era uscita in lui una propensione per l’arte che lo porterà in seguito ad arrivare fino in America, pur senza sapere neanche una parola in inglese. L’arte l’ha vissuta pienamente e a fondo, partendo dai maestri italiani come Burri, De Dominicis, Fontana fino ad arrivare agli stranieri come Beuys, Nam June Paik, Vostell, Nitsch. Questa passione ha coinvolto anche tutti noi, che eravamo i suoi figli. La nostra casa era sempre frequentata da artisti, abbiamo respirato l’arte fin da piccoli. Mio padre era molto amico anche della gallerista reggiana Rosanna Chiessi che, come lui, aveva dato tutta la sua vita per l’arte, dalla quale comprava opere Fluxus di Philip Corner o Nam June Paik. Due figure emblematiche. Oltre a essere molto religioso aveva anche un forte senso sociale e l’ha trasmesso anche a noi bambini, che oltre agli artisti trovavamo a tavola anche ex carcerati e povera gente. La nostra casa era sempre aperta a tutti, questa forma di spiritualità era unita alla necessità dell’arte. La logica della mostra è proprio la condivisione, la convivialità. I ricordi sono mescolati assieme e a terra una frase collega una sala all’altra, come una traccia.

Quali sono i pezzi più importanti o significativi della collezione che possiamo ritrovare anche in mostra?
Mio padre Carlo aveva commissionato a Wolf Vostell un’opera dal titolo Occhio per occhio. Si trattava di un Cristo ligneo antico, con una spaccatura nel costato dove l’artista ha inserito una telecamera a circuito chiuso. Dall’occhio praticamente vedevi dentro al cuore. Mio padre gli aveva dato quel Cristo chiedendogli di creare un’opera che fu poi esposta in una retrospettiva in Germania dell’artista. Un’altra opera significativa è quella di Yoko Ono con ideogrammi giapponesi, con parole inneggianti all’amore, una libertà di vita.

Wolf Vostell, Occhio per occhio, 1991. Photo Fabrizio Garghetti. Collezioni Cattelani
Wolf Vostell, Occhio per occhio, 1991. Photo Fabrizio Garghetti. Collezioni Cattelani

Chi è stato l’ideatore di questa mostra che racchiude tutte le collezioni Cattelani?
Tutti e cinque collezioniamo anche guardando ad artisti giovani e contemporanei. Mio padre aveva un carisma incredibile pur essendo molto umile e ci ha insegnato a considerare l’arte un linguaggio naturale, sia dal punto di vista pubblico che sociale. L’evento è nato da un’idea del parroco della chiesa di San Pietro in Vincoli di Limidi di Soliera, che ci ha chiesto alcune opere della nostra collezione da mettere in chiesa al posto delle pale d’altare. Ha comunicato la cosa al vescovo e successivamente anche il sindaco di Soliera si è incuriosito visitando la nostra casa natale, a Modena, piena zeppa di opere dappertutto, dai pavimenti al soffitto, e ha fatto la proposta di rendere pubblici i lavori. Il progetto della mostra, che riunisce tutte le nostre collezioni in un rapporto dialettico e senza suddivisioni, nasce invece da un’idea di Lorenzo Respi, che ha ben inteso il nostro concetto famigliare di condivisione e di universalità, reinterpretandolo in chiave espositiva e allestitiva. Una parte delle opere, infatti, è presentata nel castello e una parte sarà esposta a rotazione nella chiesa di San Pietro in Vincoli di Limidi di Soliera, ogni due settimane in base al calendario liturgico. Con questa mostra noi eredi e il curatore vogliamo dimostrare che l’arte è anche uno strumento etico ed educativo, come del resto ci ha insegnato mio padre.

Francesca Baboni

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CuratoreTiberio Cattelani
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Francesca Baboni
Francesca Baboni vive a Correggio (Re). Laureata in Lettere Classiche con indirizzo storico-artistico all'Università di Bologna, è critico d'arte, storico dell'arte e curatrice indipendente. Da diversi anni cura per spazi privati ed istituzionali mostre personali e collettive di artisti contemporanei, con un'attenzione particolare alla pittura e alla fotografia. Collabora con il Centro Studi Correggio Art Home dedicato al pittore Antonio Allegri detto Il Correggio per conferenze, ricerche e visite guidate, ed è membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Il Correggio, che ne gestisce l'attività.