Movimenti, gruppi e individualismo. Sono questi i temi affrontati da Daniele Capra nelle sue chiacchierate a colazione con Gillo Dorfles.

Ho avuto la fortuna di incontrare Gillo Dorfles svariate volte negli ultimi dieci anni e, per puro caso, ogni volta mi è capitato di fare colazione con lui. Parlammo più di una volta di politica e della classe intellettuale del nostro Paese, che lui mi spiegava essere, a parte qualche rara figura, troppo disposta a cedere alle lusinghe del potere, sia per motivi di opportunismo che per intrinseca ragione antropologica. In più di un’occasione parlammo poi di come si fosse sviluppato il sistema capitalista e di come la sua evoluzione avesse contribuito all’abbandono delle istanze moderniste collettive verso la condizione postmoderna, caratterizzata invece dall’individualismo. Nonostante la differenza anagrafica e il fatto che egli fosse nell’Olimpo della storia e della critica d’arte del Novecento, non ho mai avuto la sensazione di una distanza tra lui e me.
La prima volta in cui lo incontrai fu in occasione di una mostra che curavo per il Premio Trieste Contemporanea. Pranzai con lui e gli amici Franco Jesurun e Giuliana Carbi, e mi disse che la mostra aveva a suo avviso dei problemi perché visivamente troppo asciutta: fui colpito dall’attenzione rivoltami e dalla schiettezza tagliente. Qualche mese dopo lo incontrai in occasione del Festival Comodamente, cui collaboravo, insieme all’amica e collega Elena Forin.

Grazie alla pressione e alle spinte del sistema consumistico che il capitalismo sosteneva, l’artista si stava trasformando da membro della società a individuo che misura il suo essere intellettuale e la sua partecipazione al mondo in forma esclusivamente personale”.

Parlammo di cosa volesse dire essere militante e ci raccontò con quanto antagonismo fosse percepita, negli Anni Cinquanta, la controversia tra artisti che praticavano la figurazione e coloro che invece avevano interiorizzato le istanze dell’astrazione: in più di una occasione si era passati dalle parole alle scazzottate. Fu in quella occasione, inoltre, che parlammo del fiorire di gruppi e dei movimenti di avanguardia tra le due guerre e nel periodo postbellico, e argomentò le motivazioni per cui nel nostro tempo sarebbe stato impossibile per gli artisti partecipare all’arte con un progetto condiviso. Ci spiegò come molte delle esperienze di militanza nascessero da un reiterato confronto tra le persone, dalla vicinanza fisica quotidiana e dalla percezione che l’attività artistica e intellettuale avessero senso con un approccio collettivo e in una prospettiva intimamente utopica.
Dorfles raccontò poi che tale tendenza andò progressivamente a cambiare negli anni successivi, poiché il sistema economico era stato in grado di compiere una mutazione antropologica e sociale che sembrava impensabile. Grazie alla pressione e alle spinte del sistema consumistico che il capitalismo sosteneva, l’artista si stava trasformando da membro della società a individuo che misura il suo essere intellettuale e la sua partecipazione al mondo in forma esclusivamente personale. Mi rispecchiai in quell’analisi e le sue parole furono per me rivelatrici come una seduta psicanalitica: raccontavano, infatti, qualcosa di me e di tutta la mia generazione, antropologicamente prigionieri dell’isolamento individualistico e dell’incapacità di vivere insieme alle altre persone i processi culturali e critici, pur condividendone gli assunti.

INDIVIDUALISMO POSTMODERNO

Incontrai Dorfles un altro paio di volte; nella sua ampia casa di Piazzale Lavater a Milano per un’intervista e poi per puro caso alla Triennale, circa tre anni fa. In entrambi i casi facemmo colazione assieme, in maniera quasi frugale, accompagnando però il pasto con del vino rosso di particolare intensità (sorprendentemente egli prediligeva Cannonau o Nero d’Avola anche con pesce o piatti leggeri). In particolare ricordo che alla Triennale gli riparlai della questione dell’individualismo e lui mi disse che non ci saremmo mai più liberati dalla condizione individualista postmoderna – nelle sue parole i concetti erano irrelati quasi fino a coincidere – perché era il sistema economico capitalista a determinare l’immutabile contesto in cui eravamo immersi; e, nella sua analisi, nemmeno uno strumento rivoluzionario come internet ci avrebbe aiutato più di tanto a trovare una strada d’uscita percorribile.
Le sue parole, cui spesso ho pensato, sono per me un’amara eredità. Mi sono sentito frequentemente di appartenere a una generazione defraudata dalla possibilità di immaginare la benché minima utopia. A lui, che era un maestro nella capacità di leggere eventi fenomenologicamente distanti con le più diverse chiavi di lettura, vorrei poter dire che comunque, intimamente e in maniera inconfessabile, continuo a sperare che domani possa essere un po’ migliore, anche in un piccolo e infinitesimo dettaglio.

Daniele Capra

Dati correlati
CuratoreGillo Dorfles
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Daniele Capra
Daniele Capra (1976) è curatore indipendente e militante, e giornalista. Ha curato oltre cento mostre in Italia, Francia, Repubblica Ceca, Belgio, Austria, Croazia, Albania, Germania e Israele. Ha collaborato con istituzioni quali Villa Manin a Codroipo, Reggia di Caserta, CAMeC de La Spezia, Galleria Comunale d'Arte Contemporanea di Monfalcone, MMSU di Rijeka, Museo Bernareggi di Bergamo, Galleria d'Arte Moderna di Genova, Casa Cavazzini Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Udine, la Galleria Nazionale di Tirana, la Fondazione Dena di Parigi, il Museo Ca’ Pesaro a Venezia, la Galleria Civica di Trento, il Comune di Milano, il Museo Janco Dada di Ein Hod - Haifa. Ha tenuto lezioni sull'arte contemporanea alla Wizo NB School di Haifa, all'Accademia di Belle Arti di Venezia e di Verona. È stato curatore del Premio Onufri presso la Galleria Nazionale di Tirana e del Premio Trieste Contemporanea. È membro del comitato scientifico di Rave Residency. Ha scritto oltre trecentocinquanta articoli su riviste e quotidiani. Collabora con Il Manifesto, Artribune e i quotidiani del Gruppo Espresso. Vive di corsa, con il portatile sempre acceso e pile di libri che attendono di essere letti.