Parola a Julija Reklaitė, rappresentante culturale della Lituania in Italia e voce narrante di un dialogo tra i due Paesi, che nel 2018 si concretizzerà in numerose iniziative.

L’invito ricevuto qualche mese fa da parte dell’Istituto di Cultura Lituano alla volta di Vilnius e Kaunas, insieme ad altri professionisti provenienti da diverse regioni del mondo, è stata l’opportunità per scoprire una terra ricca di tradizioni ma anche di energie e di speranze concrete riposte nel futuro. La Lituania, malgrado la difficile storia recente che accomuna le Repubbliche Baltiche nel loro percorso verso l’indipendenza e la ristretta superficie territoriale (poco più di 65mila km2 con uno sbocco sul mare alquanto esiguo), dall’inizio degli Anni Novanta lavora intensamente per l’autoaffermazione e l’affrancamento dal retaggio dell’Ex Unione Sovietica. E, come ogni Paese intelligente che si rispetti, pensa a promuoversi e ad autodefinirsi proprio attraverso le strade della comunicazione culturale.
L’attuale presidente lituano, Dalia Grybauskaitė, il ministro della Cultura, Liana Ruokytė-Jonsson, e il suo vice, Gintautė Žemaitytė, sono donne. Presso l’Istituto di Cultura lituano è alta la presenza femminile e l’età media non supera i quarant’anni. Un Paese giovane, ben focalizzato e progressista, dunque.

UN PAESE IN FERMENTO

Tra settembre e novembre scorsi si è svolta a Kaunas, che fu capitale tra le due guerre, l’undicesima edizione dell’omonima Biennale, un’operazione interessantissima, a tratti anacronistica rispetto al panorama delle grandi manifestazioni artistiche contemporanee: riportando alla mente gli esperimenti di arte processuale e sociologica, di cui la documenta di Harald Szeemann (1972) e la prima Skulptur Projekte a Münster di Klaus Bußmann e
Kasper König (1977) furono precursori, Paulina Pukyté, artista oltre che curatrice, si è concentrata da un lato sul concetto di “monumento”, come elemento di espiazione della storia e, allo stesso tempo, catalizzatore di vecchie e nuove ideologie, e dall’altro su quello di “memoria”, come segno tangibile e insieme precario quando affidato alla tradizione orale. Forte il ricordo dei massacri nazisti degli ebrei perpetrati proprio in questo territorio tra il 1940 e il 1945. L’arte torna a guardare al passato, senza nostalgia e senza rimpianti, con l’intento di riabilitarlo e offrirgli nuova voce. L’esposizione, diffusa in diversi spazi pubblici sul territorio, è stata affiancata da tre mostre ospitate nella Kaunas Picture Gallery: Coming or Going, dove la curatrice Laima Kreivytė ha raccolto l’impegno degli artisti lituani a lavorare negli ultimi vent’anni con monumenti esistenti o potenziali, What Are Monuments Made Of, dove il curatore israeliano Udi Edelman ha presentato una raccolta di video di artisti internazionali che trattano da vari punti di vista l’argomento, e Detachment, un progetto di Sophie Calle per la prima volta ospitato nel Paese.
La presenza lituana in Italia, come molti avranno notato, è in visibile crescita. Diversi artisti, musicisti, compagnie di danza e di teatro hanno esposto o si sono esibiti in importanti spazi espositivi, dimostrando il forte interesse da parte di musei, istituzioni, curatori e professionisti italiani.
Ne abbiamo parlato con l’addetta culturale lituana che da tre anni lavora a Roma costruendo con le realtà locali, e non solo, reti solide e scambi prolifici e interagendo con i protagonisti della scena intellettuale e creativa del nostro Paese.
Julija Reklaitė, classe 1983, ha già portato un folto numero tra curatori, critici, giornalisti a visitare la Lituania, permettendo loro di scoprire da vicino le ricchezze della propria terra.

Julija Reklaitė, attaché culturale lituano in Italia
Julija Reklaitė, attaché culturale lituano in Italia

L’INTERVISTA

Di formazione sei architetto, cosa ti ha spinto ad accettare l’incarico in Italia?
Considero gli studi di architettura non solo come la possibilità di esercitare la professione, ma soprattutto come l’opportunità di imparare a pensare in un certo modo. Sono sempre stata interessata alla matematica, alla logica e alle arti, la mia scelta di diventare architetto è stata dunque la combinazione di tutte queste passioni. E in qualche modo credo questo percorso personale mi aiuti molto in ogni ambito.
Quale professionista e designer di mostre free lance, è capitato che lavorassi principalmente con creativi, e ciò mi ha aperto diverse prospettive e fatto conoscere molti artisti e situazioni nuove. Sono stata anche direttore della Architecture Foundation (la stessa istituzione che rappresenterà la Lituania alla Biennale di Architettura di Venezia quest’anno, come già nel 2016), un’organizzazione non profit con cui ho ideato molti eventi rivolti sia ad architetti che a un pubblico generico, ho pubblicato diversi libri, programmato numerosi talk, e tutto ciò grazie al lavoro per lo più volontario di oltre un centinaio di persone. Da questa esperienza ho ereditato forti capacità organizzative e di comunicazione che sono estremamente utili per il mio incarico attuale.

Le tue competenze ti stanno aiutando nel lavoro qui?
La scelta di propormi come addetta alla cultura in Italia è stata per me non priva di rischi, ma ero sicura che avrei potuto sviluppare e mettere ulteriormente in risalto i profondi legami con la scena culturale italiana, proprio attraverso il design, l’architettura e l’arte contemporanea, campi di studio di cui il vostro Paese è già così ricco. Sono perciò arrivata in Italia con una strategia piuttosto chiara. D’altra parte credo proprio che la mia stessa educazione mi abbia aiutato ad aprire molte porte, trovando rapidamente numerosi argomenti, persone e dinamiche comuni ai professionisti che sostengono il mondo della cultura in Italia, suscitando una discreta curiosità. I viaggi in Lituania e i nostri artisti veramente straordinari, in cui credo fermamente, hanno fatto il resto del lavoro.

Come definiresti la scena artistica e culturale lituana degli ultimi trent’anni, a partire dalla riconquistata indipendenza del Paese?
Per ragioni anagrafiche, è per me difficile parlare di un’evoluzione in un arco temporale così lungo: inoltre non sono un esperto di storia dell’arte. Ma guardando la nostra scena artistica da un punto di vista prevalentemente italiano, credo di poter affermare che la Lituania stia ancora cercando la sua identità in modi molto eterogenei. Si tratta di un fenomeno incredibilmente vitale, attivo e dinamico, e trovo ciò sorprendente.

Kaunas Biennial 2017. Photo credit Donatas Stankevičius
Kaunas Biennial 2017. Photo credit Donatas Stankevičius

Spiegati meglio.
Per gli esperti italiani è sempre molto interessante incontrare la generazione che ha iniziato il proprio percorso negli Anni Novanta, e che riponeva la propria energia propulsiva nella ricerca del superamento dei limiti tracciati dal muro di ferro. È una generazione molto forte, ben conosciuta all’estero, che è cambiata notevolmente durante questi trent’anni, ma che rimane radicata nella propria indiscutibile professionalità e nell’attaccamento alle proprie esperienze personali. Con l’intento di raccontare alla storia quanto sia stato scioccante per loro andare all’estero per la prima volta, vedere i negozi pieni di merci e di beni e pensare a una profonda trasformazione in tutti i campi dell’esistenza.
Un’altra generazione particolarmente interessante è quella dei giovani artisti nati verso la fine del secolo (tra il 1980 e il 2000), che ha invece avuto da subito la possibilità di recarsi all’estero, anche per studiare, pur conservando un incredibile motore creativo. La maggior parte degli esperti sono sorpresi di quanto gli artisti lituani siano giovani, attivi e professionali.

Nei pressi di Vilnius esiste una residenza meravigliosa dedicata ad artisti, curatori e creativi, immersa nella foresta, che propone anche un fitto programma di mostre, e la cui application è appena scaduta: Rupert. Vuoi raccontarne le peculiarità?
Le residenze sono un fenomeno piuttosto recente in Lituania, che esprime una nuova ondata di sviluppo della cultura e dell’espressione artistica del Paese, legato anche alla possibilità concreta di utilizzare i fondi UE a disposizione. Mi piacerebbe menzionare oltre a Rupert, che tu citi, anche Nida Art Colony. Entrambe le istituzioni hanno una propria strategia mirata, sono giovani ed estremamente attive, hanno un approccio artistico e ampi spazi espositivi, oltre a reti crescenti di collaborazioni esterne; inoltre lanciano open call diverse volte l’anno. Nida Art Colony è in riva al mare e fa parte dell’Accademia di Belle Arti di Vilnius, mentre Rupert si trova in un posto fantastico molto vicino alla capitale ed è strutturata come un’organizzazione senza scopo di lucro. Entrambe le residenze sono ospitate in architetture sorprendenti progettate in stretta relazione con l’ambiente naturale, una straordinaria possibilità per gli artisti di allontanarsi dal caos e concentrarsi sulla produzione.

Nida art Colony 2015. Photo by Andrej Vasilenko
Nida art Colony 2015. Photo by Andrej Vasilenko

L’anno scorso avete presentato diversi artisti a Roma. Penso a Lina Lapelité ed Eglė Budvytytė presso lo spazio Albumarte o alla bellissima performance sempre della Budvytytė in collaborazione con il MAXXI. Oltre a riscontrare nel lavoro di entrambe un profondo interesse verso il tema dell’identità, il loro percorso rivela una propensione, quella performativa, che sembra delineare fortemente gli strumenti linguistici di una intera generazione di artisti. Da cosa credi derivi questa ricerca?
Sì, devo molto a Benedetta Carpi De Resmini che mi ha introdotto da subito alla vita culturale romana e a cui proprio recentemente Liana Ruokytė-Jonsson, ministro della Cultura lituano, ha consegnato una lettera di ringraziamento per il lavoro di promozione svolto sui giovani artisti lituani in Italia. A cominciare da Kipras Dubauskas presso Ex Elettrofonica, il cui lavoro, bellissimo, è stato perfettamente adattato al contesto. Credo che il modo in cui i nostri giovani artisti affrontano l’ambiente, trattano, adattano e ripensano i luoghi è davvero efficace. Lina Lapelité ed Eglė Budvytytė sono a mio avviso tra le artiste più interessanti del momento in ambito performativo, sebbene si siano espresse anche in contesti differenti (Eglė è nota come video artista, Lina lavora con l’Opera contemporanea). Penso che la questione dell’identità si sia trasformata molto negli ultimi trent’anni, rimanendo ancora rilevante e fortemente attuale.

Pochi giorni fa è inaugurata Magma, una mostra molto ricca, a cura di Benedetta Carpi De Resmini e Laima Kreivytė, presso l’Istituto Nazionale per la Grafica e che raccoglie un vasto panorama di artiste donne lituane e italiane che hanno lavorato con la parola e il corpo dal 1965 a oggi. Quali parallelismi hai scoperto tra i due Paesi?
Il punto di partenza della mostra è stato proprio la scoperta che le questioni legate al movimento artistico femminista in Lituania avessero molti elementi in comune con lo stesso movimento in Italia negli Anni Settanta. Tra le due curatrici si è instaurato un dialogo incredibile che ha portato entrambe a viaggiare attraverso l’osservazione e il ripensamento del proprio campo di ricerca. Credo fermamente che se la mostra fosse stata curata da un’unica figura, non avremmo avuto lo stesso risultato, ovvero la visione espansa, che consolida il potere della collaborazione e dello scambio. Il luogo espositivo poi è particolarmente suggestivo. Non resta che andare a visitare la mostra, che sarà aperta fino al 2 aprile.

So che il 2018 riserva ancora diverse sorprese in molti ambiti creativi. Puoi darci alcune anticipazioni sulla programmazione?
Sono molto orgogliosa di rimanere ancora un anno a Roma, specialmente perché ricorre l’anniversario dei 100 anni di indipendenza della Lituania, una ricorrenza importante. Abbiamo pensato dunque a un ampio programma culturale, che coinvolgerà sia nomi noti che giovani artisti emergenti, per mostrare quanto vitale e moderno sia il nostro panorama.
Mentre mi trasferivo in Italia stavo progettando una mostra, Architecture of Optimism, sull’architettura di Kaunas tra le due guerre, quando fu capitale provvisoria del Paese e rifondata come moderno centro urbano, lasciando in eredità un design che sta entrando nel novero dei patrimoni Unesco. Alcuni tra i più importanti architetti che disegnarono la città vennero a studiare proprio a Roma, presso l’Università La Sapienza. Ecco una prima connessione. La mostra verrà ospitata nell’Auditorium Parco della Musica di Roma dal 4 al 15 maggio e viaggerà anche fuori dall’Italia. In questo periodo proprio all’Auditorium si svolgerà, infatti, un grande evento, ideato da Anna Cestelli Guidi durante uno dei suoi viaggi lituani: FLUX. Il Festival Lituano delle arti. L’apertura sarà affidata a Mirga Grazinyte Tyla, primo direttore d’orchestra donna della City of Birmingham Symphony Orchestra e direttore associato della Los Angeles Philharmonic, star emergente di fama mondiale, pluripremiata per il suo incredibile talento. Lo stesso giorno inaugureremo la prima mostra personale a Roma del celebre artista lituano Deimantas Narkevičius. Formatosi come scultore (appartenente alla prima generazione che aprì le porte al mondo lituano negli Anni Novanta), Narkevičius ha lavorato principalmente come storyteller impiegando film e video. Il suo obiettivo è quello di esplorare la storia da un punto di vista soggettivo. La mostra sarà a cura di Anna Cestelli Guidi.

Theatre performance Trans Trans Trance. Kamile Gudmontaite. Photo T. Ivanauskas
Theatre performance Trans Trans Trance. Kamile Gudmontaite. Photo T. Ivanauskas

E poi?
Avremo anche alcuni tra i più noti registi di teatro lituano, Eimuntas Nekrošius e Oskaras Koršunovas, e una giovane emergente, vincitrice del primo premio del festival di Spoleto, Kamilė Gudmonaitė, chiuderà la manifestazione al Teatro India con lo spettacolo Trans Trans Trance, una riflessione sull’universo femminile e sulle influenze che determinano la nostra identità sessuale. Porteremo inoltre Have a good day di Vaiva Grainytė/Lina Lapelytė/Rugilė Barzdžiukaitė, un’opera contemporanea incredibile, che è già stata mostrata in più di 60 location nel mondo. Ambientata in un centro commerciale, racconta, attraverso gli automatismi del “Buon pomeriggio. Grazie. Buona giornata!”, le vite di un gruppo di cassieri che diventano personaggi d’opera straordinari, i cui pensieri segreti e biografie sono rivelati al pubblico e trasformati in brevi drammi personali. Essendo necessario uno spazio piuttosto intimo, sarà visibile a soli 300 visitatori. Nel festival collaboriamo anche con il Museo MAXXI e il Comune di Roma, per cui presenteremo una rassegna di video d’artista e un programma di performance a cura di Claudio Libero Pisano. Voglio sottolineare ancora una volta quanto siano fondamentali le collaborazioni instaurate. Sono davvero grata a tutto il fantastico team italiano.

Anche per la prossima Biennale di Architettura di Venezia vi state avvalendo di una importante contributo italiano.
Per la prima volta alla Biennale di Architettura parteciperemo come Lituania (la volta scorsa eravamo nel Padiglione Baltico insieme alla Lettonia e all’Estonia) e lo facciamo con un commissario italiano, senior curator della sezione Architettura del MAXXI, Pippo Ciorra. Il progetto è molto ambizioso, collaboriamo con una quindicina di giovani architetti lituani insieme ai celebri artisti Nomeda e Gediminas Urbonas, chiamati come curatori, e il team è molto emozionato.

Last but not least, l’omaggio a Jonas Mekas.
Sì, al grande film-maker lituano, tra i padri fondatori del New American Cinema, sarà dedicata a marzo una retrospettiva al Festival Internazionale di Cinema Bergamo Film Meeting, mentre ad aprile avremo per la prima volta un focus dedicato al nostro Paese nel Bolzano Film Festival.  Ci sarebbe ancora molto da raccontare su questo anno tanto ricco, ma rimando ai nostri canali mediatici sempre aggiornatissimi!

Marta Silvi

www.nidacolony.lt
http://rupert.lt/en/open-call-1/

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Marta Silvi
Marta Silvi (Roma, 1980) è storica dell’arte e curatrice indipendente, di base a Roma. Laureata in Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università “La Sapienza” di Roma, ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Storia delle Arti Visive e dello Spettacolo presso l’Università di Pisa con una tesi sul reimpiego delle immagini in movimento. Regular contributor per Artforum e Flash Art Italia; collabora inoltre con Artribune, ATP Diary, Look Lateral. Nel 2007 è stata finalista alla II Edizione del Premio Nazionale DARC MAXXI per la storia e la critica dell’arte italiana contemporanea. Tra il 2008 e il 2012 è stata co-direttrice della galleria Monitor a Roma. Ha contribuito a pubblicazioni universitarie internazionali e ha partecipato al libro "Cinema d’Artista" di Maria Rosa Sossai (Silvana Editoriale, 2009). È stata assistente prima e curatrice poi, in diverse mostre in Italia e all’estero. Tra quelle più recenti, "On the Tip of My Tongue" (Palazzo Trinci, 2014), "Nico Vascellari" (Lum, Ex-Chiesa Santa Maria di Betlem, 2014), "La Solitudine dei Monumenti" (Palazzo Candiotti, 2016), "Nicola Samorì" (CIAC, 2016), tutte a Foligno. Nel 2016 ha insegnato presso l’Accademia di Belle Arti di Roma. Dal 2014 e, nel 2017 insieme a Carla Capodimonti, ha curato la sezione Arti Visive e l’Open Call for Artists per il Dancity Festival di Foligno, presentando mostre, performance, talk e progetti speciali (Nico Vascellari, 2014; Claire Fontaine, 2017).

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