Venezia potrebbe finalmente avere di nuovo un assessore alla cultura? Quantomeno se ne inizia a parlare…
In vista delle elezioni amministrative il settore culturale presenta un manifesto e una roadmap. Perché "c’è chi parla di cultura con la C maiuscola e chi con la minuscola" dice Massimiliano Zane. Ecco la sua riflessione
Per la prima volta il settore culturale della città di Venezia fa fronte comune: in vista delle prossime elezioni amministrative il settore culturale presenta la sua strategia per riportare l’assessorato della cultura in città, da cui è assente dal 2015. Imprese, operatori e professionisti hanno presentato un richiamo a competenze e responsabilità: un manifesto e una roadmap per il futuro culturale della città perché “riconoscere il valore della cultura non è una concessione simbolica, ma una scelta economica e sociale“. Ne scrive Massimiliano Zane per Artribune.
A Venezia non mancano idee, manca una regia
A fronte di uno stato di marginalizzazione lungo ormai un decennio, nelle ultime settimane assistiamo al fiorire di diversi protagonismi spiccioli in salsa elettorale. E se c’è chi oggettivamente propone seriamente un approccio pragmatico per rifondare una guida amministrativa in città per supportare il settore, molti altri (troppi) altro non fanno che mortificare ulteriormente il settore culturale della città con un atteggiamento paternalistico e ricco di provincialismo, privo di visione e spesso anche di competenza in materia. A Venezia non mancano idee. Soprattutto per quel che riguarda il settore culturale. Manca una regia e non un direttore artistico. E in una città dove la cultura è identità, economia, coesione sociale, l’assenza di una governance dedicata non è un dettaglio: è un limite strutturale.
Il valore (negato) delle imprese culturali di Venezia
Nella Città Metropolitana di Venezia, sono 4.193 le imprese culturali e creative registrate sul territorio, che occupano circa il 6,5% degli occupati totali, con circa 24.525 addetti (dati Symbola/Unioncamere) a cui vanno poi aggiunti i professionisti borderline, ovvero quelli del turismo culturale e delle “filiere”, ovvero le maestranze impiegate indirettamente o in maniera intermittente, e che sfuggono alle rilevazioni. Numeri che raccontano di un settore produttivo vero e proprio, con un impatto sui territori estremamente rilevante. Con un effetto moltiplicatore su settori come alberghi, ristorazione, trasporti e servizi alle imprese: ogni euro di valore culturale diretto contribuisce a quasi il doppio (o più) di impatto economico totale sull’economia veneziana. Sì, perché gran parte dell’intera economia urbana si aggancia al settore culturale e trae vantaggio da esso, con un valore aggiunto prodotto di circa 1.450 milioni di euro, ovvero il 5,8% della ricchezza generata dell’economia locale. Eppure questo settore viene costantemente vessato, marginalizzato, considerato ancillare, obbligato ad un gap salariale insostenibile, spesso obbligato o a contratti autonomi, part-time o irregolari, o a contratti generalisti e poveri (fino a circa due terzi in meno della retribuzione mediana nazionale) che spingono al ribasso i redditi del settore, che tendono ad essere nettamente inferiori alla media generale dei salari nazionali.
Coordinare la cultura per amministrarla
Il problema allora non è la creatività. È il coordinamento. È la capacità amministrativa. E se c’è ancora chi obietta che non ci sono fondi e soldi, e che le priorità sono altre, va ricordato che:
– i fondi europei come Creative Europe e Horizon Europe restano in gran parte inaccessibili: oltre il 90% dei progetti culturali non viene finanziato. Il tasso medio di successo è attorno al 5%. Risultato? Pochi soggetti strutturati crescono. Centinaia di realtà piccole e medie restano ai margini. Quindi non è (solo) un problema di soldi. Il vero nodo è intercettarli, progettarli, gestirli. Ancora una volta manca una visione.
– la cultura non è una voce di spesa accessoria. È un moltiplicatore economico: a Venezia la cultura genera lavoro, attrattività, innovazione, filiere professionali qualificate. Tagliare o marginalizzare la governance culturale significa indebolire una delle poche leve strutturali della città.
– le “altre priorità” non sono alternative alla cultura. Casa, lavoro, giovani, ambiente, coesione sociale: la cultura incrocia tutte queste dimensioni. Cultura è presidio urbano, formazione, rigenerazione di spazi, economia della conoscenza. Non è concorrenza alle priorità: è parte della soluzione.
Allora, se vogliamo che la cultura diventi davvero infrastruttura di sviluppo, serve un assessorato con funzione strategica. Non un ufficio eventi, o una direzione artistica, tantomeno un ufficio stampa o una “costola” delle sovrintendenze. Inoltre, occorre dialogo col settore stesso, perché la cultura veneziana non è solo produzione artistica: è presidio sociale, formazione, cura dei luoghi, innovazione.
Riconoscere il valore economico e sociale della cultura
E se oggi in città qualche civico o finto tale, si sveglia dal torpore letargico (lungo almeno un decennio) e propone fumose soluzioni salvifiche per il settore culturale, senza essersene mai realmente occupato, se non mescolando artigianato ed eventi, istituzioni pubbliche e private, ciò che fa é ribadire l’ennesimo atteggiamento provinciale. Cioè solo slogan come “nuovo rinascimento culturale”, senza però darvi corpo reale, senza mettervi basi solide, soprattutto per ciò che riguarda la burocrazia, e senza dare una reale sostenibilità al settore. Fare ciò, anche solo pensare questo, significa che non si avrà mai una struttura gestionale culturale forte e duratura nel tempo, e che le tante belle parole restano solo per “spuntare la casella” delle offerte elettorali un tanto al chilo, non facendo che riproporre uno schema vecchio e stantio di cultura: una visione paternalistica del settore, da secolo scorso, e ormai insostenibile. Riconoscere il valore della cultura non è una concessione simbolica, ma una scelta economica e sociale.
Massimiliano Zane
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