Il consumo della cultura in Italia: poco ma politically correct

Un confronto tra i consumi culturali italiani e quelli danesi, sulla base degli ultimi dati resi noti dall’Eurostat nel 2015, rivelano una situazione davvero drammatica nel Belpaese, che riguarda indistintamente uomini e donne.

Photo by Susan Yin on Unsplash
Photo by Susan Yin on Unsplash

C’è una buona notizia per tutti coloro che prestano tantissima attenzione alla disparità tra sessi: in Italia, il consumo culturale è più o meno identico tra uomini e donne.
C’è una notizia cattiva per tutti coloro che danno invece maggiore importanza al consumo culturale: l’Italia è tra gli ultimi posti per consumi culturali in Europa. Peggio di noi Cipro, Grecia, Malta, Croazia, Romania e Bulgaria. Secondo gli ultimi dati resi disponibili da Eurostat, nel 2015 (sic!) in Italia hanno visitato un sito culturale il 17,5% delle donne e il 17,3% degli uomini. In Danimarca, dove la disparità dei sessi è leggermente più alta, le cifre sono leggermente diverse: il 46,8% degli uomini e il 46,3% delle donne.
Per essere più precisi, oltre alle statistiche relative alla “visita” a un sito culturale, Eurostat ha indagato altre cinque categorie rientranti nella classificazione “abitudini culturali e relazioni sociali”. Più nel dettaglio, quindi, i risultati sono espressi di seguito:
Uscire con gli amici (Italia: 20,8% delle donne e 20,7% degli uomini; Danimarca: 31,9% delle donne e 26,1% degli uomini).
Andare al cinema (Italia: 21,4% delle donne e 22,9% degli uomini; Danimarca: 45,1% delle donne e 44,8% degli uomini).
Assistere a uno spettacolo dal vivo (Italia 17,4% delle donne e 17,2% degli uomini; Danimarca: 46,8% delle donne e 44,2% degli uomini).
Assistere a un evento sportivo (Italia 7,7% delle donne, 14,4% degli uomini; Danimarca (24,7% delle donne e 32,5% degli uomini).
Leggere un libro (Italia: 18% delle donne e 20% degli uomini; Danimarca 62% delle donne e 39% degli uomini).

Abitudini culturali e relazioni sociali, 2015. Fonte Eurostat
Abitudini culturali e relazioni sociali, 2015. Fonte Eurostat

ITALIA E DANIMARCA A CONFRONTO

Il confronto con la Danimarca non è casuale: in tale nazione infatti si riscontrano i maggiori consumi culturali per tutte le categorie, fatta eccezione per lo sport (in cui primeggia la Finlandia), e la lettura (in cui primeggia la Svezia, nazione nella quale leggono il 78% delle donne e il 54% degli uomini).
L’Italia, come indicano le cifre in modo poco misericordioso, è agli ultimi posti in tutti i consumi culturali, tanto da chiedersi “cosa faranno mai” questi italiani nel loro tempo libero.
Non è che dopo i NEET (acronimo per Not in education, employment or training, che indica coloro che non studiano né lavorano) dobbiamo inventarci un acronimo per coloro che il loro tempo libero lo lasciano trascorrere senza nemmeno accorgersene?
Al di là delle provocazioni, tuttavia, questi dati segnalano un trend poco rassicurante sul futuro del nostro Paese. Non dimentichiamoci che la nostra nazione presenta una demografia che merita attenzione, con l’avanzamento dell’età media che comporta una sempre maggiore quantità di persone over65. La fruizione culturale può essere di grande aiuto nella vita sociale di queste persone e, direttamente e indirettamente, può influire anche sulle condizioni di salute e di benessere percepito.

L’Italia, come indicano le cifre in modo poco misericordioso, è agli ultimi posti in tutti i consumi culturali, tanto da chiedersi ‘cosa faranno mai’ questi italiani nel loro tempo libero”.

Qui non si parla del solito discorso tra cultura alta (quella con la c maiuscola) e cultura bassa (che non viene mai nominata, ma, se esiste un alto, un basso ci dovrà pur essere). E non si parla nemmeno dell’annosa questione della disparità tra sessi, anche perché l’Italia, fatta eccezione per la lettura (a vantaggio delle donne) e lo sport (a vantaggio degli uomini) mostra tassi di consumo quasi equivalenti. Qui si tratta del futuro del nostro Paese. Che non esce con gli amici, non va a teatro, non va a un concerto, non guarda una partita di basket o di calcio, non va al cinema, non visita siti culturali (che in Italia vuol dire praticamente non uscire) e che, quando è a casa, non legge. Questi dati sono degni di un futuro apocalittico e distopico.
Forse, ed è bene sottolineare il forse, sarebbe meglio vivere in un Paese con maggiori disparità tra sessi, ma con maggiori consumi culturali.

Stefano Monti

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.