Sempre più sotto i riflettori, gli artisti provenienti dall’area del Golfo Persico stanno dando vita a un mercato in continua trasformazione. E guadagnano spazio anche nelle grandi rassegne internazionali.

Da dieci anni collezionare artisti del Golfo Persico è diventato più facile: dalla fase più rischiosa, a cavallo del XXI secolo, quando non c’erano network o strutture di mercato sviluppate, si è entrati oggi in un momento più maturo. Il rischio di investire in un mercato ancora acerbo è minore. La Biennale di Sharjah, inaugurata nel 1993 (allora organizzata dal dipartimento della cultura dell’omonimo emirato), di anno in anno si è affermata come dispositivo di promozione e sostegno per artisti in una regione che – per ragioni storiche, politiche e religiose – ne era rimasta pressoché incontaminata fino ad allora.
Quando è stata organizzata la prima edizione della fiera Art Dubai, dieci anni fa, si sentiva nell’aria una certa domanda di opere e nasceva il collezionismo locale. Da quel momento le piattaforme di valorizzazione si sono moltiplicate: l’Abraaj Group Art Prize (2007), la Sharjah Art Fondation (2009), il padiglione degli Emirati alla Biennale (2012) e, più recentemente, una serie di programmi di residenza, come quello di Tashkeel e della Salama Bint Hamdan Foundation.
Se dell’area del Golfo Persico fanno parte, oltre all’Iran che fa storia a sé, anche Iraq, Kuwait, Arabia Saudita, Qatar, Bahrain e Oman, è tuttavia Dubai il cuore della comunità artistica: una città sempre più vivace, multiculturale e poliglotta, che “negli ultimi quindici anni è diventata un nodo per artisti del sud est asiatico, dell’Iran, dell’Asia Centrale, del mondo arabo e oltre”, secondo Antonia Carver, che la zona la conosce bene. Direttrice di Art Dubai dal 2010 al 2016 e ora responsabile del futuro Jameel Art Center che inaugurerà nel 2018, Carver sostiene che “Dubai sia un luogo di incontro. A Dubai, ad esempio, artisti dall’India e dal Pakistan possono esporre insieme per il pubblico di entrambe le comunità”, cosa che nei rispettivi Paesi di origine non è possibile.

APPRODARE A DUBAI

E sembra proprio questa una delle componenti più significative. Oltre agli artisti nati negli Emirati, sono molti quelli che provengono da nazioni dove c’è una limitata libertà di espressione o un mercato dell’arte decisamente sottosviluppato e che, pertanto, trovano a Dubai una situazione più confortevole. Alle gallerie pioniere come Green Art Gallery e Third Line della zona industriale di Al Quoz, se ne sono aggiunte altre come IVDE, Total Arts, intorno ad Alserkal Avenue. “Il trend è collezionare arte contemporanea. I collezionisti che abitano negli Emirati tendono ad acquistare opere dal Medio Oriente o dal sud est asiatico”, prosegue Carver, alimentando pertanto la domanda interna. L’altro pilastro su cui si basa questo mercato in crescita sono le risorse messe a disposizione da chi ha interessi non solo culturali nella regione. Come ha recentemente sottolineato Myriam Ben Salah, la curatrice della prossima edizione dell’Abraaj Group Art Prize, “avere le risorse per la realizzazione delle opere è la pietra miliare per avere una scena artistica rilevante”. In altre parole, le risorse creano prospettive concrete.

Abdullah Al Saadi, Diary Dates from the series Al Saadi’s Diaries, 2016. Courtesy La Biennale di Venezia. Photo Francesco Galli
Abdullah Al Saadi, Diary Dates from the series Al Saadi’s Diaries, 2016. Courtesy La Biennale di Venezia. Photo Francesco Galli

GLI ARTISTI

Quest’anno i radar europei hanno intercettato alcuni artisti interessanti. Ramin Haerizadeh e Rokni Haerizadeh, ad esempio, sono nati a Teheran nel 1975 e nel 1978 e vivono a Dubai; a marzo hanno aperto il loro studio, condiviso con Hesam Rahmanian, ai collezionisti di Art Dubai; sono stati inoltre selezionati da Massimiliano Gioni per La Terra Inquieta alla Triennale di Milano. Realizzano video e collage sovrapponendo immagini che scaricano dalla televisione e da Internet e compongono affreschi con contenuti inquietanti, sarcastici e violenti. Sempre alla Triennale è esposta l’opera di Ahmed Mater, artista saudita nato nel 1979: anche lui lavora con il video, che però utilizza in modo più documentaristico per indagini sulla vita reale dei pellegrini e dei visitatori della Mecca, alla ricerca di una realtà non stereotipata.
Alla Biennale di Venezia curata da Christine Macel, invece, sono esposti i lavori di Abdullah Al Saadi (nato nel 1967 negli Emirati): sono scatole di latta che contengono diari personali con aforismi, progetti, schizzi e incontri, come i rotoli del Mar Morto. L’aspetto di questi oggetti ricorda le tecniche calligrafiche giapponesi (Al Saadi ha vissuto a Tokyo per qualche anno) ma il tema dell’archiviazione della memoria è tipicamente occidentale. Ha una grande visibilità alla Biennale Maha Malluh, anche lei saudita (Riad, 1959). Prima artista a esporre un’opera d’arte pubblica a Gedda, all’Arsenale presenta Food for Thought ‘Amma Baad’ (2016), un enorme mosaico di audiocassette disposte sui vassoi del pane a formare parole come “tentazione”, “proibito”, “sforzo”; sulle cassette sono registrati discorsi destinati a indottrinare le donne, e il lavoro fa riflettere sulla condizione femminile in Arabia Saudita.
Le risorse messe in campo non si limitano a promuovere artisti nati o che risiedono nell’area del Golfo, ma anche chi ha una dimensione internazionale e una ricerca rilevante per quella regione. A documenta 14, ad esempio, è esposto un bellissimo lavoro video di Naeem Mohaiemen (Londra, 1969), Two meetings and a Funeral del 2017, sul tema della storia dei congressi dei Paesi non allineati (NAM) e l’Organizzazione per la cooperazione islamica (OIC); è commissionato dalla Sharjah Art Foundation e da JustFilms/Ford Foundation, ed esprime un punto di vista illuminante sulla storia dei rapporti tra questi Paesi e l’Occidente.

Antonella Crippa

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #38

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Antonella Crippa
Antonella Crippa è una art advisor e vive e lavora a Milano. Da settembre 2017 è la curatrice responsabile della Collezione UBI BANCA. Si forma come storica dell’arte laureandosi in Conservazione dei beni culturali e diplomandosi alla Scuola di specializzazione in storia dell’arte all’Università statale di Milano. Per qualche anno è stata curatrice indipendente (tra gli altri progetti espositivi: 1999-2002, Da Cima a Fondo, Torre del Lebbroso, Aosta; 2004 On Air, Video in Onda dall’Italia, Galleria Civica di Monfalcone; 2007, In Cima alle Stelle, Forte di Bard). Dal novembre 2009 al luglio 2017 è stata responsabile del dipartimento di Art Advisory di Open Care, società della quale era membro del consiglio di amministrazione. Ha collaborato con la Commissione Europea come esperta valutatrice. Insegna “Comunicazione e valorizzazione delle collezioni museali” al postgraduate master Contemporary Art Markets della NABA - Nuova Accademia di Belle Arti di Milano. Giornalista pubblicista, in precedenza ha scritto per diverse testate; per Artribune si occupa di mercato dell’arte.