Una lunga chiacchierata con Antonia Carver, alla guida di Art Jameel, l’organizzazione che sostiene le attività del Jameel Arts Centre, nuovo centro per le arti contemporanee di Dubai, la cui apertura è prevista nella stagione invernale 2018.

Il Jameel Arts Centre Dubai sarà aperto nell’inverno del 2018, ma le azioni che porteranno alla sua realizzazione sono già in piena attività. Il nuovo centro per le arti contemporanee degli Emirati intende giocare un ruolo centrale come motore di sviluppo culturale e pertanto strige relazioni, presenta ricerche e lancia progetti. Il centro è sostenuto da Art Jameel, organizzazione non profit attiva al Cairo, Jeddah e Dubai che promuove le pratiche contemporanee, restaura e valorizza il patrimonio culturale e sostiene le imprese creative in Medio Oriente, nord Africa e Turchia. Dietro c’è la famiglia di Abdul Latif Jameel, che dagli Anni Trenta del Novecento si occupa di infrastrutture operative per il business development. Nato a Jeddah come azienda commerciale, distributore della Toyota nella regione e quindi dotato di una profonda expertise nel settore automotive, il gruppo negli anni ha seguito attività diversificate. L’impegno del gruppo nella regione del MENAT denota un’ampia responsabilità sociale.
L’organizzazione Art Jameel, da qualche mese, è entrata in una nuova fase; a guidarla, dall’agosto del 2016, è Antonia Carver, reduce da Art Dubai di cui è stata direttrice dal 2010 al 2016. Esperta del Golfo, dove risiede dal 2001, Carver è stata anche direttrice di Bidoun e nel comitato del Dubai International Film Festival. Quest’anno, Art Jameel è anche il partner di ricerca del Padiglione degli Emirati alla Biennale di Venezia (istituito nel 2008), dove abbiamo intervistato Antonia Carver.

Che tipo di ricerche avete condotto per il Padiglione degli Emirati?
Principalmente, abbiamo approfondito l’analisi della nascita dell’arte contemporanea negli Emirati e le relazioni tra artisti, scrittori e poeti dagli Anni Ottanta. I materiali prodotti andranno a incrementare il patrimonio a scaffale aperto della Biblioteca del Centro che avrà una dimensione internazionale ma un focus sulle storie dell’arte degli Emirati e dei Paesi del Golfo, perché abbiamo messo a fuoco che c’era una mancanza da colmare nella regione per artisti, scrittori, ricercatori e pubblico.

Come descriverebbe la comunità artistica negli Emirati?
Per un artista vivere negli Emirati comporta delle sfide, le stesse di ogni metropoli più quelle proprie degli Emirati. Anno dopo anno, tuttavia, gli artisti hanno cominciato a trasferirsi qui e a lavorare, condividendo casa con gli artisti locali e così si è formato il cuore della scena artistica.
Dubai va considerata nel contesto dei paesi limitrofi; negli ultimi quindici anni la città è diventata un nodo per artisti del sud est asiatico, dell’Iran, dell’Asia Centrale, del mondo arabo e oltre.
Il ruolo di Dubai come luogo di incontro non deve essere sottostimato. A Dubai, ad esempio, artisti dall’India e dal Pakistan possono esporre insieme per il pubblico di entrambe le comunità. Da qualche tempo, esiste un gruppo rilevante di istituzioni che offrono residenze per artisti, ad esempio Tashkeel, Alserkal Avenue, Salama Bint Hamdan Foundation; noi abbiamo dunque pensato di lanciare un programma di residenza per critici, cosa che coincide con i nostri progetti di ricerca e di pubblicazioni.

Ramin Haerizadeh, Rokni Haerizadeh e Hesam Rahmanian da noi sono diventati noti, soprattutto dopo la mostra La Terra Inquieta di Massimiliano Gioni. Ci potrebbe segnalare altri artisti interessanti oltre a Nujoom Alghanem, Sara Al Haddad, Vikram Divecha, Lantian Xie e Mohamed Yousif, presenti nel Padiglione degli Emirati a Venezia?
Quelli che brillano di più sono Hassan Sharif e Abdullah Al Saadi, che espongono nel Padiglione Centrale di Viva Arte Viva. Hassan è molto riconosciuto a livello internazionale, mentre Abdullah è meno noto ma i suoi diari e i suoi libri esposti nella mostra di Christine Macel lo metteranno di certo in luce. L’artista saudita Maha Malluh ha un ottimo lavoro all’Arsenale, uno dei suoi più rappresentativi con le cassette (su cui sono registrati sermoni) collocate su vecchi vassoi per cuocere il pane. Art Jameel ha commissionato a Maha il suo primo lavoro pubblico importante quest’anno per il Jeddah Sculpture Museum.

Jameel Arts Centre, Dubai. Rendering
Jameel Arts Centre, Dubai. Rendering

Negli ultimi dieci anni la scena artistica degli Emirati si è arricchita di tante organizzazioni, la fiera, i premi, i musei. Quale è l’audience e quale la risposta del pubblico?
Tra le regioni del Golfo, Dubai ha il pubblico locale più incredibilmente entusiasta e multi nazionale, un gruppo in cui le persone nate negli Emirati sono ben rappresentate; l’arte, il design e la cultura giocano un ruolo sempre più centrale per la vita locale e per il governo; alcune istituzioni, gallerie e artisti giocano sul sicuro ma altri sono coraggiosi e sollevano dibattiti… la maggior parte degli eventi sono seguitissimi.

Ci sono molti collezionisti negli Emirati? A cosa sono interessati?
Il trend è collezionare arte contemporanea direi, e i collezionisti tendono ad acquistare opere dal Medio Oriente o dal sud est asiatico. I collezionisti locali frequentano le gallerie tutto l’anno ma l’evento di mercato più significativo è naturalmente la fiera di Dubai. Quest’anno le gallerie presenti provenienti da 40 Paesi hanno dichiarato di aver venduto bene e la fiera è stata in fermento per tutta la settimana. La fiera è ancora giovane, è nata solo undici anni fa, ma la sua crescita è stata fenomenale.

Come sono le galleria di Dubai? Sono aumentate per numero e per qualità della proposta?
Sì, decisamente. Agli inizi del 2000 c’erano la Green Art Gallery e la Third Line, poi sono venute IVDE e le altre. La prima edizione della fiera nel 2007 ha dato un grande impulso. Quando le gallerie hanno cominciato a stabilirsi nell’area industriale di Al Quoz, seguendo il trend iniziato da Total Arts, Alserkal Avenue ha visto l’opportunità di lanciare un art district vicino alle sue fabbriche e officine. La qualità ha fatto decisamente un salto negli ultimi anni, e ora le gallerie più significative partecipano anche ad altre fiere primarie e i loro artisti conquistano un palcoscenico centrale nelle Biennali.

Art Jameel è una non profit che supporta artisti e comunità creative; avete istituzioni che si occupano di patrimonio e restauro, e tante iniziative, anche educative, per tutte le età. Chi sostiene Art Jameel e con quali istituzioni internazionali avete relazioni?
Art Jameel è parte di Community Jameel, organizzazione non profit fondata dalla famiglia Jameel guidata da Mohammed Abdul Latif Jameel. Art Jameel è una fondazione di famiglia; collaboriamo con organizzazioni internazionali e locali; il nostro obiettivo è dare opportunità ad artisti del Medio Oriente a livello internazionale. Recentemente abbiamo iniziato una partnership con il Met di New York, uno dei musei più visitati al mondo, per consentire al museo americano di acquisire opere dal Medio Oriente da allestire nella sua incredibile ed enciclopedica collezione.

Quali sono le istituzioni che si occupano di valorizzazione per Art Jameel? Quali programmi di restauro state seguendo?
Art Jameel ha due istituzioni al Cairo e a Jeddah, con l’obiettivo di formare persone nelle arti tradizionali, dalla geometria islamica alla ceramica alla carpenteria, tutte competenze necessarie per restaurare città antiche, monumenti e oggetti. Per questo collaboriamo con la Princes School of Traditional Arts per una residenza in Scozia. Avremo molti programmi che consentiranno ai diplomati di utilizzare le loro competenze, nel restauro delle città, o nelle altre aree dell’artigianato; tutto questo c’entra sia con il restauro sia con lo sviluppo di attività artigianali indipendenti. Con il Victoria & Albert Museum abbiamo fondato la Jameel Gallery of Islamic Art e gestiamo il Jameel Prize, che premia gli artisti che si riferiscono o che nascono in continuità con l’arte islamica. La prossima edizione del premio sarà aperta a Londra nell’estate del 2018, prima di essere esposta altrove.

Antonia Carver
Antonia Carver

Il Jameel Arts Centre Dubai – 10mila metri quadrati di spazio, tre piani dedicati ad attività multidisciplinari disegnati da Serie Architects, studio che ha sede a Londra – è immaginato come un hub per l’arte, le attività educative e la ricerca. Quale sarà la mission del centro e come si relazionerà con gli obiettivi e gli altri programmi di Art Jameel?
Il Jameel Arts Centre Dubai potenzialmente è un game-changer non solo per noi, ma anche per gli Emirati e tutta la regione del Golfo, una iniziativa per cui siamo entusiasti e che stiamo preparando nel dettaglio. Sarà prima di tutto una istituzione d’arte, con una biblioteca di ricerca che ne costituirà il cuore, e un programma di mostre, alcune delle quali sulla e con la collezione, altre ospitate e con più sedi. Tenderemo a privilegiare artisti di questa regione, ma i nostri temi non avranno un taglio geografico ma concettuale, alla ricerca di confluenze e di punti di incontro; avranno anche un taglio museografico, con artisti che realizzeranno lavori in dialogo con il contesto museale e il display espositivo. È immaginato come un centro civico, un luogo per tutti, quindi le nostre iniziative educative saranno veramente importanti.

Il centro avrà una collezione permanente?
In realtà l’abbiamo già e la stiamo ingrandendo. La collezione sarà il punto di partenza per alcune mostre ogni anno.

La collezione è già visibile? Dove è conservata?
A volte prestiamo lavori della collezione; il prestito più recente, ad esempio, è quello di Lantian Xie, che vive negli Emirati, all’Ullens Centre di Beijing; abbiamo anche una serie di mostre intitolate Collection Focus, dedicate di volta in volta a un lavoro della collezione che esponiamo nel nostro Project Space in Alserkal Avenue, che stiamo usando come spazio temporaneo finché apriremo il centro. Quella di Alserkal Avenue è una sede molto importante dove raggiungere il pubblico e sperimentare diverse tipologie di programmazione. Per dare a tutti il profumo di quello che sta per arrivare.

Antonella Crippa

http://artjameel.org/

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Antonella Crippa
Antonella Crippa è una art advisor e vive e lavora a Milano. Da settembre 2017 è la curatrice responsabile della Collezione UBI BANCA. Si forma come storica dell’arte laureandosi in Conservazione dei beni culturali e diplomandosi alla Scuola di specializzazione in storia dell’arte all’Università statale di Milano. Per qualche anno è stata curatrice indipendente (tra gli altri progetti espositivi: 1999-2002, Da Cima a Fondo, Torre del Lebbroso, Aosta; 2004 On Air, Video in Onda dall’Italia, Galleria Civica di Monfalcone; 2007, In Cima alle Stelle, Forte di Bard). Dal novembre 2009 al luglio 2017 è stata responsabile del dipartimento di Art Advisory di Open Care, società della quale era membro del consiglio di amministrazione. Ha collaborato con la Commissione Europea come esperta valutatrice. Insegna “Comunicazione e valorizzazione delle collezioni museali” al postgraduate master Contemporary Art Markets della NABA - Nuova Accademia di Belle Arti di Milano. Giornalista pubblicista, in precedenza ha scritto per diverse testate; per Artribune si occupa di mercato dell’arte.