A quasi trent’anni dalla storica mostra “Magiciens de la Terre”, si ricomincia a parlare di arte africana. E a fare investimenti in questo senso. Ecco il parere dell’esperto.

Sebbene siano passati quasi trent’anni da Magiciens de la Terre, la mostra curata nel 1989 da Jean-Hubert Martin al Pompidou di Parigi, oggi si parla nuovamente dell’arte contemporanea africana come di una realtà emergente e in potente crescita. Si tratterebbe di un’arte realizzata da artisti attivi a partire dalla fine degli Anni Ottanta, nati nel continente, trasferiti per ragioni di famiglia o di studio in Occidente, oppure occidentali di seconda generazione. Il suo paradigma sarebbe composto da un pentagono concettuale ai cui vertici ci sarebbero questioni sociali, la riflessione sulle dinamiche tra Paese natio e Occidente, una predilezione per il grande formato, l’uso di colorati materiali di riciclo industriale e una certa semplificazione dei linguaggi espressivi di segno primitivista.
Captando questi segnali, alcuni operatori del mercato, tra cui le case d’asta Phillips e Bonhams, stanno orientando la loro strategia di marketing verso un sistema di valorizzazione che trasmette l’idea di una specificità dell’arte africana; in questo insieme confluirebbero anche l’arte “African-American” (vedi i casi Theaster Gates e David Hammons), cioè quella che riflette sull’integrazione tra cultura bianca e nera negli Stati Uniti e in Europa e quella realizzata da artisti magrebini o europei con genitori mediorientali, come Kader Attia, Adel Abdessemed, Youssef Nabil e Ghada Amer. Nel 2015, infine, sono nate alcune fiere dedicate, come 1:54 con le sue edizioni di New York e Londra.

Kader Attia, Le grand miroir du monde, 2017. Courtesy the artist & Galleria Continua, San Gimignano, Beijing, Les Moulins, Habana
Kader Attia, Le grand miroir du monde, 2017. Courtesy the artist & Galleria Continua, San Gimignano, Beijing, Les Moulins, Habana

PASSATO E PRESENTE

Consolidando in un unico sistema queste diverse “anime”, di cui le due appena ricordate sono particolarmente sostenute dal collezionismo occidentale, nelle ultime settimane del 2016 è stato divulgato l’Africa Art Marker Report 2015. Da questo documento emerge che, negli ultimi cinque anni, il totale delle vendite dell’arte contemporanea africana nel primo e secondo mercato potrebbe essere aumentato più del 200%. Julie Mehretu guida la classifica del top seller con il suo record da Christie’s nel 2015 di quasi 3,5 milioni di dollari, piazzandosi prima di William Kentridge (record nel 2013 con 1,5 milioni di dollari) e Marlene Dumas (record nel 2008 con 3,1 milioni di sterline).
Fino a qualche anno fa, l’arte contemporanea africana si vedeva solo nei musei di Londra e New York, e alla biennali internazionali di Kassel, Venezia e Dakar grazie al lavoro di alcuni curatori internazionali come Harald Szeemann, Catherine David, Roger M. Buergel, Carolyn Christov-Bakargiev, Okwui Enwezor e Simon Njami; si comprava nelle grandi gallerie (Goodman, Gladstone, Continua), alle fiere di Basilea e a Frieze e alle aste d’arte contemporanea che assicuravano agli artisti – ma soprattutto ai collezionisti – una piattaforma internazionale che garantiva l’investimento. Questo sistema forniva una selezione relativamente esigua di artisti (si veda l’inchiesta pubblicata su Artribune Magazine #30), campioni portatori di un certo discorso sulla vita e sull’arte, le cui opere molto rapidamente raggiungevano prezzi decisamente alti, come è il caso di Brahim El Anatsui, Wangechi Mutu, Pascale Marthine Tayou e Yinka Shonibare.

Marlene Dumas, Het Kwaad is Banaal, 1984, olieverf op doek, 125,5 x 105,5 cm, collectie Van Abbemuseum, Eindhoven, copyright Marlene Dumas, foto Peter Cox
Marlene Dumas, Het Kwaad is Banaal, 1984, olieverf op doek, 125,5 x 105,5 cm, collectie Van Abbemuseum, Eindhoven, copyright Marlene Dumas, foto Peter Cox

NUOVI ASSETTI

La situazione oggi è cambiata, perché è cambiato il continente e sono emersi nuovi compratori. In Africa è cresciuto il numero di persone con un tenore di vita che rende l’arte contemporanea affordable. Alcuni collezionisti attivi in Africa hanno trasformato la collezione in istituzione, come Sindika Dokolo in Angola; è più ampio il numero dei giovani collezionisti dentro e fuori il continente interessati all’arte africana, e pertanto è cresciuta la domanda di opere d’arte fino a 20mila euro; in Sudafrica sono state aperte Strauss e Arthouse, due nuove case d’asta che si affiancano ai big player; nel 2014 è nato a Johannesburg il BCF – Black Collectors Forum e a novembre del 2016 la città ha ospitato Black Portraiture[s] III: Reinventions: Strains of Histories and Cultures, forum internazionale giunto alla settima edizione. Non potevano mancare nuovi fondi di investimento per l’arte africana, tra cui il First Finance di Abidjan in Costa d’Avorio e la Scheryn Art Collection di Cape Town, città che – insieme a Johannesburg – ha visto nascere nuove fiere.
A una nuova domanda corrisponde una nuova offerta, e così ora sono molto ricercate le opere di Nicholas Hlobo, Barthélémy Toguo, Romuald Hazoumé, Meschac Gaba, Gonçalo Mabunda, Robin Rhode, Nástio Mosquito e Lynette Yiadom-Boakye (nota ai collezionisti anche per l’exploit all’asta dello scorso ottobre di Sotheby’s e in mostra alla Kunsthalle di Basilea fino a febbraio).

Lynette Yiadom-Boakye, Pander To A Prodigy, 2016. Courtesy the artist & Corvi-Mora, Londra & Jack Shainman Gallery, New York
Lynette Yiadom-Boakye, Pander To A Prodigy, 2016. Courtesy the artist & Corvi-Mora, Londra & Jack Shainman Gallery, New York

I RISCHI DELLA SEMPLIFICAZIONE

Il pericolo tuttavia è sempre lo stesso, e cioè che gli artisti giovani africani o della diaspora vengano valutati perché portatori di valori estetici nuovamente di moda, con benefici che si dissolvono in fretta e mediante sistemi di valorizzazione poco sofisticati. Ma al di là delle dinamiche economiche, la nuova tendenza alla semplificazione non rende giustizia della complessità dell’arte contemporanea, tanto meno a quella legata al multiforme ed eccentrico continente africano. Siamo quindi tornati a cent’anni fa? Corriamo il rischio di tornare alla logora dinamica del compratore occidentale attratto dallo stereotipo di un’unica arte africana in grado di innestare nel suo corpo vecchio e stanco quella linfa vitale proveniente dalla terra, primitiva perché non corrotta dalla civilizzazione?

Antonella Crippa

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #35

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Antonella Crippa
Antonella Crippa è una art advisor e vive e lavora a Milano. Da settembre 2017 è la curatrice responsabile della Collezione UBI BANCA. Si forma come storica dell’arte laureandosi in Conservazione dei beni culturali e diplomandosi alla Scuola di specializzazione in storia dell’arte all’Università statale di Milano. Per qualche anno è stata curatrice indipendente (tra gli altri progetti espositivi: 1999-2002, Da Cima a Fondo, Torre del Lebbroso, Aosta; 2004 On Air, Video in Onda dall’Italia, Galleria Civica di Monfalcone; 2007, In Cima alle Stelle, Forte di Bard). Dal novembre 2009 al luglio 2017 è stata responsabile del dipartimento di Art Advisory di Open Care, società della quale era membro del consiglio di amministrazione. Ha collaborato con la Commissione Europea come esperta valutatrice. Insegna “Comunicazione e valorizzazione delle collezioni museali” al postgraduate master Contemporary Art Markets della NABA - Nuova Accademia di Belle Arti di Milano. Giornalista pubblicista, in precedenza ha scritto per diverse testate; per Artribune si occupa di mercato dell’arte.