Un celebre Mao di Warhol torna all’asta con Sotheby’s. Ecco la storia e le previsioni da record

Potrebbe accaparrarselo un super miliardario cinese. Portando così nella terra di Mao quel ritratto del Presidente che i cinesi non vollero mai esporre. Storia e record economici di un dipinto di Andy Warhol. All’asta il prossimo 2 aprile.

Andy Warhol, Mao, 1973, olio su tela, 127 x 106.6 cm
Andy Warhol, Mao, 1973, olio su tela, 127 x 106.6 cm

Andy non era apolitico; era spietato. Quella di Mao è stata una scelta brillante e la tempistica di Andy è stata perfetta. I dipinti di Mao, quando sono stati esposti un anno dopo a New York, Zurigo e Parigi, sono stati accolti con plauso universale. Erano controversi, commerciali e importanti, proprio come l’uomo che ritraevano e come quello che li aveva dipinti. Ed erano tutti incentrati sul potere: il potere di un solo uomo, nella vita di un miliardo di persone”. Così raccontava Bob Colacello, nel suo Holy Terror: Andy Warhol Up Close (1990), a proposito della genesi del celeberrimo ciclo di Andy Warhol dedicato al dittatore Mao Zedong, incarnazione di un rigido marxismo-leninismo in salsa cinese e oggetto di un’idolatria sociale infarcita di propaganda. Tra gli uomini più potenti del Novecento. Ce n’era abbastanza perché Warhol lo scegliesse come soggetto ideale per il suo improvviso ritorno alla pittura.
L’idea gli frullava in testa fin da quando, nel luglio del 1971, la stampa aveva annunciato un’imminente visita di Richard Nixon in Cina: era il primo Presidente USA (anticomunista di ferro) che si misurava – per ragioni tattico-politiche – con un simile gesto.
L’evento, tenutosi nel 1972, fu un grande spettacolo a favore di telecamere, radio, giornali: costruito in ogni dettaglio, orchestrato con enfasi, strombazzato da un capo all’altro del globo. Quello stesso anno l’artista diede il via al suo nuovo ciclo, in cui il ritratto ufficiale di Mao si moltiplicava all’infinito, con variazioni piatte di colore, diventando immagine iconica del potere e feticcio pop.

La storica stretta do mano tra Richard Nixon e Mao, Pechino, 1972. Ph. Wikimedia
La storica stretta do mano tra Richard Nixon e Mao, Pechino, 1972. Ph. Wikimedia

DA LEO CASTELLI A SOTHEBY’S. UNA STORIA DI RECORD

Tra i vari pezzi della serie c’è un olio su tela particolarmente riuscito, realizzato nel ‘73 su grande formato (127 x 106.6 cm), con un’azzeccatissima sintesi di rosso e giallo – una citazione dei colori della Repubblica Popolare Cinese – e un vigore quasi espressionista. Il quadro ha una storia di autorevoli passaggi di proprietà, avendo transitato dalla galleria di Leo Castelli, a Nyc, da quella di Bruno Bischofberger, a Zurigo, e poi da Gian Enzo Sperone a Torino. Fu proprio quest’ultimo a venderlo nel ‘73 a un collezionista, il quale lo cedette a Sotheby’s nel 2000. Da qui passò nelle mani della newyorchese Acquavella Fine Arts, che se lo accaparrò con 421 mila sterline per poi rivenderlo a chi lo rimise sul mercato nel 2014, di nuovo con Sotheby’s. E fu un gran colpo: la tela fu battuta al prezzo record di 7 milioni e 600 mila sterline (circa 9 milioni di euro), un aumento di circa 18 volte rispetto alla vetta di 14 anni prima.

La sala Andy Warhol all'Hamburger Bahnhof di Berlino, con uno dei suoi tanti lavori sul Presidente Mao
La sala Andy Warhol all’Hamburger Bahnhof di Berlino, con uno dei suoi tanti lavori sul Presidente Mao

L’acquirente di allora decide oggi di inseguire l’onda lieta del mercato e lo cede alla piazza di Hong Kong. Il martelletto sarà battuto da Sotheby’s il prossimo 2 aprile e le stime ipotizzano un nuovo record di 12 milioni di sterline.
Chi si porterà a casa il capolavoro warholiano? Assai probabile che un super miliardario cinese possa metterci le mani. Ed è un buffo destino, per una serie che proprio la Cina ha rifiutato di accogliere, in quanto irrispettosa per la storia e le istituzioni della Repubblica: in occasione della grande retrospettiva sul padre della Pop At americana, Andy Warhol: 15 Minutes Eternal, tenutasi a Shanghai e Pechino nel 2013, il ciclo su Mao fu oggetto di censura da parte delle autorità. Il culto della personalità è duro a morire: non c’è mito o mercato dell’arte che tenga.

– Helga Marsala

www.sothebys.com

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Helga Marsala
Helga Marsala è critica d'arte, giornalista, editorialista culturale e curatrice. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove è stata anche responsabile dell'ufficio comunicazione. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatorice dell’Archivio S.A.C.S (Sportello Artisti Contemporanei Siciliani) presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali. Dal 2018 al 2020 ha lavorato come Consulente per la Cultura del Presidente della Regione Siciliana e dell'Assessore dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana.