Art Basel: ecco come è andata la prima grande fiera del 2021

Il ritorno in presenza di Art Basel dopo le cancellazioni di giugno 2020 e 2021. Aspettative, investimenti e ritorni per la cinquantunesima edizione della fiera più importante per il mondo dell’arte

Art Basel
Art Basel

A chi dopo 18 mesi ha finalmente rimesso piede a Basilea per la riapertura di Art Basel, non può essere sfuggita la sensazione di una fiera, e per certi versi anche di una città, leggermente sottotono e con qualche rallentamento. Ma questo tipo di feedback potrebbe aver risentito, in modo del tutto soggettivo forse, anche del nostro modo di tornare a essere nel mondo, di un tempo necessario a riabituarci all’improvviso a un’enorme quantità di stimoli e sollecitazioni a cui rispondere. Una certa dose di smarrimento, dunque, che va messa in conto, e che è stata accentuata anche dal passaggio necessario per la tensostruttura del Covid-19 Certification center, allestito proprio di fronte ai padiglioni, e che ha segnato per tutti un momento di avvio inedito e non dei più sereni, per quanto gestito con innegabile efficienza. Detto questo, e riconosciuta quindi un’energia generale meno trascinante rispetto a quanto abbiamo conosciuto, l’appuntamento svizzero conferma la propria capacità unica di offrire uno spaccato sulla contemporaneità imprescindibile per operatori e osservatori del settore, oltre che per un pubblico rimasto a lungo a digiuno di eventi di pari scala a cui partecipare fisicamente.

LE VENDITE DI ART BASEL

Sin dal primo giorno e ora, dopo la chiusura di questa domenica, tutti gli osservatori sono sembrati concordare sulla presenza evidente e imponente di moltissime opere di pittura, di grande qualità e formato. Di certo, in risposta a una contingenza ancora caratterizzata da incertezze e incognite sulla risposta del mercato, le gallerie di tutto il mondo hanno scelto di giocare sul sicuro, privilegiando una selezione di opere prudente, rassicurante, in una certa misura, guidata da nomi più che consolidati e immediatamente riconoscibili. Senza per questo rinunciare a un livello qualitativo di respiro museale, in molti casi, seppure in forme e media accoglienti, “conservativi”, nel loro tradizionalismo. Ma andiamo ancora oltre e arriviamo al nocciolo della questione, al motivo, prioritario anche se non esclusivo, per cui gli oltre 270 espositori scalpitavano per tornare a essere ad Art Basel, ovvero le vendite. Secondo quanto dichiarato da quasi tutti gli operatori, le vendite sono state in questa edizione sicuramente più lente e dilazionate nel tempo, ma ci sono state, e sono state di peso. Così come è stato importantissimo, anche su questo concordano tutti, il poter tornare a riattivare e ricucire la rete di contatti e promozione che, lo sappiamo bene, si nutre di prossimità e incontri in presenza. E anche in una ormai assodata ibridazione phygital, che si avvantaggia quindi di un mix di strumenti digitali ed elementi fisici insieme, e grazie alla quale molti lavori sono arrivati in fiera già opzionati, il ritorno alla Messe Basel è stata, come dicevamo, un’opportunità strategica formidabile per ristabilire i contatti personali con buyer di prestigio, con significative presenze anche di soggetti istituzionali, e soprattutto europei.

IL RITORNO DELLA PITTURA

L’altra caratteristica evidente di questa edizione è stata infatti, insieme al peso della pittura, la presenza ridottissima o meglio la mancanza di collezionisti americani e asiatici, scoraggiati dagli avvisi di allerta e gli inviti a non viaggiare in alcune destinazioni oltreoceano diramati dagli USA, ma soprattutto dalla stretta svizzera sulle misure anti-covid previste per l’entrata nel Paese e in fiera. Annunciati peraltro in modo inaspettatamente pasticciato, con dichiarazioni a ridosso delle prenotazioni e ritrattazioni all’ultimo secondo, la prospettiva di ripetuti tamponi obbligatori e il rischio di una quarantena non hanno di certo incoraggiato le trasferte del pubblico più lontano dal cuore dell’Europa. E il risultato è stato evidente sin dall’inizio della fiera. Corridoi dunque meno affollati, ma con la possibilità, in cambio, di visite più distese e concrete. “Negli anni passati, c’erano così tanti ‘first choice’ VIP qui da creare un senso di affollamento artificiale e da spingerti a comprare più in fretta”, ha notato Alan Servais, “ora ci sono solo le persone realmente interessate”. E se infatti, “nelle prime ore si avvertiva l’assenza dei collezionisti americani”, come segnalato, tra gli altri, da Glenn Scott Wright, co-direttore di Victoria Miro, questo non ha impedito di concludere trattative di rilievo. Conferma a riguardo arriva anche dagli espositori italiani. La Galleria Massimo Minini, per fare solo un esempio, appariva molto soddisfatta già dopo il primo giorno di apertura, proprio grazie a un ottimo riscontro di collezionisti europei e alla possibilità di nuovi incontri e contatti.

ART BASEL: LE VENDITE

I collezionisti europei hanno acquistato da Pace più di 20 opere nelle prime tre ore di apertura e sono stati protagonisti anche da Kamel Mennour, con il suo roster di pregio, da Alicja Kwade a Camille Henrot, da Yves Klein a Zao Wou-Ki, e prezzi tra i 200,000 e i 5 milioni di euro. Alla fine del primo giorno Lehmann Maupin aveva addirittura tutto già sold out. Mentre da Victoria Miro, appunto, Alice Neel, sotto i riflettori oltreoceano con una mostra in corso al Metropolitan e iper-presente a Basilea sia in mostre istituzionali (Fondazione Beyeler) che nei booth della fiera (sue opere erano disponibili da David Zwirner, Cheim & Read, Xavier Hufkens) ha attirato l’attenzione di molti collezionisti e la galleria ha registrato un buon numero di vendite il primo giorno della fiera, con range di prezzo dai 200,000 dollari fino a oltre un milione. Gladstone ha venduto un dipinto di Keith Haring per oltre 5 milioni, mentre da Hauser & Wirth Philip Guston ha superato quota 6 milioni e il Robert Rauschenberg presentato a Unlimited da Thaddaeus Ropac è entrato nelle collezioni di un museo europeo per 4,5 milioni. Ottima accoglienza anche per le opere presentate dalla londinese Alison Jacques, con una selezione al femminile che ha visto acquisizioni di Sheila Hicks per $ 600,000 e di un dipinto straordinario di Dorothea Tanning, Project for a Fainting (1979), per $ 350,000. E se nel primo pomeriggio Perrotin aveva già trovato acquirenti per la maggior parte degli artisti presentati, tra cui Maurizio Cattelan, non sono stati da meno i riscontri per lo stesso artista registrati da Massimo De Carlo. La galleria italiana, che divideva infatti con Perrotin e con Marianne Goodman“Smoke”, sorta di mostra “diffusa” tra i tre booth delle opere del nostro, torna in Italia senza Year Night, di Maurizio Cattelan, venduta a 1,200,000 €. E il piacere di fare esperienza dell’arte “nella vita reale, e non attraverso la mediazione di uno schermo”, come ha detto alla fiera Massimo De Carlo, “Siamo tornati ad avere una relazione diretta con le persone. E non c’è niente di meglio. La fiera è stata un successo per la galleria e ora aspettiamo che arrivi l’accelerazione del mercato che è nell’aria per questa stagione.”

IL REPORT DALLA FIERA LISTE

Se molti sono stati gli espositori, anche italiani, che hanno potuto riallestire quasi interamente i propri stand, in virtù delle ottime vendite realizzate già nelle prime ore di preview VIP, è ipotizzabile che questo possa non aver riguardato gallerie meno strutturate, per le quali tuttavia la fiera aveva già annunciato la previsione di un “one-time solidarity fund” di 1,5 milioni di franchi svizzeri, a cui, chi dovesse aver risentito maggiormente di un pubblico meno nutrito, potrà attingere per ottenere un 10% di riduzione sul prezzo del booth. Uno strumento non così dirimente, si potrebbe pensare, ma una misura apprezzata dai partecipanti, come confermato da Vanessa Carlos, della londinese Carlos/Ishikawa. Diamo, in conclusione, uno sguardo anche a Liste. La fiera, che nasce come satellite di Art Basel e che negli anni è diventata un’istituzione in sé, per la capacità di conquistare e avvicinare i collezionisti internazionali alle gallerie emergenti, ha fatto i conti quest’anno con la rinuncia obbligata alla sua sede caratteristica dell’ex-birrificio Warteck, in favore di un più convenzionale, ma sicuro e praticabile, allestimento nella Hall 1.1 della Messe Basel. Una nuova location, quindi, che è stata in grado di ospitare il gran numero di visitatori che si è visto in preview. Tra gli espositori italiani, ottime le vendite da Laveronica che presentava il lavoro di Daniela Ortiz, così come di grande impatto le opere di Benni Bosetto per la romana Galleria Ada, al suo debutto alla fiera svizzera, e di Ode de Kort da SpazioA, Pistoia. Tra le italiane, oltre a Frutta con Gabriele De Santis, grande attenzione per Fanta-MLN con un solo show netto e forte di Margherita Raso e per Monique Mouton da Veda.

– Cristina Masturzo

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Cristina Masturzo
Cristina Masturzo è storica e critica d’arte, esperta di mercato dell’arte contemporanea, art writer e docente. Dal 2017 insegna Economia e Mercato dell'Arte e Comunicazione e Valorizzazione delle Collezioni al Master in Contemporary Art Markets di NABA, Nuova Accademia di Belle Arti a Milano. È responsabile e contributor dell’area di mercato dell’arte di Artribune Magazine. Nel 2020 è stata tra i coordinatori del Forum dell'arte contemporanea italiana. Collabora con il Dipartimento di Arti Visive di NABA (Milano, Roma) e con FM Centro per l’Arte Contemporanea (Milano) e segue come freelance progetti di ricerca sul sistema dell’arte e progetti editoriali indipendenti. Suoi testi sono stati pubblicati in magazine e cataloghi.