Il futuro della cultura sono nomi collettivi

Irene Sanesi analizza due strumenti che potranno essere utili nella gestione del post pandemia: la società benefit e le forme di co-progettazione pubblico/privato.

Bianco-Valente, Nessuno escluso, 2020, Installazione ambientale, lettere in ferro verniciato.
Bianco-Valente, Nessuno escluso, 2020, Installazione ambientale, lettere in ferro verniciato.

Se questa pandemia sta insegnandoci qualcosa, è che “tutto non tornerà come prima” e che piuttosto abbiamo bisogno di immaginare il nuovo, l’inedito.
Per farlo dobbiamo equipaggiarci e accogliere un approccio complesso, olistico, non riduzionista e controllare non solo la temperatura corporea quanto quella intellettiva e interiore. Con quale forma mentis ci poniamo? E nel nostro baule (termine più evocativo rispetto alla cassetta degli attrezzi del manager) quali strumenti abbiamo a disposizione?
Ho provato a immaginarne due, molto tecnici ma anche estremamente visionari e prospettici: la società benefit e le nuove forme di co-progettazione pubblico/privato.

LA SOCIETÀ BENEFIT

Del primo strumento, la società benefit, abbiamo già parlato proprio in questa rubrica: mi limito a ricordarne la valenza strategica, reputazionale e comunicativa; l’alterità rispetto a strumenti sicuramente più conosciuti quali la fondazione ma anche più costosi e probabilmente oggi non sempre attuabili e, il che non guasta, il tax credit del 50% relativo alle spese di costituzione o trasformazione. Diventare, ed essere, imprenditori benefit significa superare la logica del mecenatismo occasionale (quello, per intendersi, delle sponsorizzazioni e delle erogazioni liberali, art bonus in primis) per abbracciare una visione stakeholder oriented e non solo shareholder focused.

Parole come partenariato e co-progettazione nascono plurali (ricordate quando a scuola ci insegnavano in analisi grammaticale i nomi collettivi come folla, gregge, mandria, squadra?): perché non solo ‘tutto non tornerà più come prima’, ma solo ‘insieme andremo più lontano’”.

Vi è poi un altro strumento tutto da sperimentare che possiamo trovare sia nel codice degli appalti ‒ mi riferisco all’art. 151 comma 3 (forme di partenariato pubblico-privato in ambito culturale) ‒ sia nelle varie revisioni dell’art. 48 del Decreto Cura Italia, che possiamo considerare un po’ la madre di tutti i vari decreti successivi in piena pandemia (forme di co-progettazione tra pubblico e privato, con particolare riferimento ai settori sociale e socio-sanitario). Ispirati al principio costituzionale di sussidiarietà, entrambi i riferimenti normativi citati aprono prospettive inedite riguardo ad aspetti che superano la mera gestione, la incompresa valorizzazione, l’onnipresente fruizione e la sempiterna tutela: vi è infatti un’apertura inaspettata (mi riferisco qui all’art 151 comma 3 sopra citato) alla ricerca scientifica e – altra parolina magica – alla semplificazione, in riferimento alle procedure di selezione del partner privato. Come subito noterete, si tratta di poche righe: possiamo immaginare che lo stesso legislatore abbia optato per un percorso di lavoro tutto da scrivere e tracciare; va apprezzato lo sforzo. E soprattutto – amleticamente parlando – i privati (enti, imprese, terzo settore, e chi più ne ha più ne metta) si decidano se sia giunto il tempo di “prender l’armi”, il che tradotto potrebbe essere (o non essere): compiere il primo passo, divenire promotori di sperimentazioni e farsi portatori del coordinamento (quel costo/investimento nascosto, prodromico a qualunque progetto, e troppo spesso negletto o ignorato, non solo nei business plan); coordinamento che difficilmente il pubblico riuscirà a fare (in particolare di questi tempi; qualche sano nostalgico delle province qui direbbe che quello era il loro ruolo, al di là dell’efficacia nella attualizzazione).

PARTENARIATO E CO-PROGETTAZIONE

Parole come partenariato e co-progettazione nascono plurali (ricordate quando a scuola ci insegnavano in analisi grammaticale i nomi collettivi come folla, gregge, mandria, squadra?): perché non solo “tutto non tornerà più come prima”, ma solo “insieme andremo più lontano”. Abbiamo un foglio bianco davanti, per il titolo e lo svolgimento del tema questa volta abbiamo un’occasione unica: li scegliamo noi.

Irene Sanesi

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #57

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Irene Sanesi
Dottore commercialista e revisore legale. Socio fondatore e partner di BBS-pro Ballerini Sanesi professionisti associati e di BBS-Lombard con sedi a Prato e Milano. Opera in particolare nell’ambito dell’economia gestione e fiscalità del Terzo Settore con particolare riferimento alla cultura, settore nel quale pubblica e svolge attività di consulenza, apprendimento organizzativo e formazione per soggetti privati e pubblici. È esperta di fundraising per la cultura per cui cura campagne di raccolta fondi, occupandosi di formazione mentoring e consulenza per imprese culturali e creative ed in particolare per i musei. Fra le sue pubblicazioni: L’economia del museo (Egea, 2002), Creatività cultura creazione di valore. Incanto economy (Franco Angeli, 2011), Il valore del museo (Franco Angeli, 2014), “Il problema delle risorse: incentivi fiscali e fundraising” in Il pubblico ha sempre ragione? Presente e futuro delle politiche culturali (a cura di Filippo Cavazzoni, IBL, ottobre 2018), Buona ventura. Lezioni italiane di storia economica per imprenditori del futuro (Il Mulino, 2018). Su Artribune Magazine è presente la sua rubrica “Gestionalia”. Scrive per Il Giornale delle fondazioni e Arteconomy. Per il CNDCEC (Consiglio Nazionale Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili) è componente del Gruppo di lavoro Economia e Cultura. Dal 2011 al 2018 ha presieduto per l’UNGDCEC (Unione Nazionale Giovani Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili) la commissione Economia della Cultura. Presidente dell’Opera di Santa Croce di Firenze. Presidente della Fondazione per le arti contemporanee in Toscana (il soggetto gestore del Centro per l'arte contemporanea L. Pecci Prato). Dal 2008 al 2016 è stata vice-presidente della Fondazione Istituto Internazionale di Storia Economica F. Datini. Tesoriere economo dell’Accademia delle Arti del Disegno. Economo della Diocesi di Prato. Membro del GAV (Gruppo Auto Valutazione) Università degli Studi di Firenze, Facoltà di Economia.