Il Salvator mundi attribuito a Leonardo non smette di suscitare perplessità. Ma cosa prevede la legge per tutelare acquirenti e venditori che desiderano verificare l’autenticità di un’opera?

Nel 2017, il dipinto Salvator mundi, attribuito a Leonardo da Vinci, ha totalizzato un record mondiale in asta da Christie’s a New York pari a 450 milioni di dollari. L’opera, al centro di un dibattito internazionale tra studiosi, era stata prima attribuita alla scuola di Giovanni Antonio Boltraffio nel 1800, poi promossa a opera di Boltraffio in occasione di una precedente vendita in asta a Londra, nel 1958, per 45 sterline. Rivenduta in Louisiana, nel 2005, per 1175 dollari, è stata successivamente attribuita al Genio leonardesco dal gruppo di ricercatori, tra cui uno dei massimi esperti a livello internazionale, Martin Kemp, su invito del direttore della National Gallery di Londra, Nicholas Penny, che aveva in programma una mostra dedicata a Leonardo da Vinci nel 2011. Oggi, come è noto, l’attribuzione a Leonardo viene nuovamente posta in dubbio a seguito del rinvenimento nel lecchese di un disegno a sanguigna del volto di Cristo da parte di una studiosa di Firenze.
Ma di quali regole, protocolli e procedure si è dotato il mercato per contenere i rischi legali e mantenere integra la fiducia di venditori e acquirenti rispetto a problematiche quali provenienza, autenticità o probabile attribuzione delle opere?

VERIFICA, AUTENTICITÀ E ATTRIBUZIONE

Il tema della verifica della autenticità dell’opera e quello della sua attribuzione a un autore o scuola sono questioni centrali nella ricostruzione storico-artistica, al pari della raccolta delle informazioni sulla provenienza che accompagnano il bene posto in vendita. È per questo che le maggiori case d’asta investono tempo e denaro nella acquisizione e produzione di informazioni sulle opere offerte sul mercato.
Il mercato dell’arte ha un respiro internazionale e le vendite possono coinvolgere più giurisdizioni; le case d’asta conducono opportune due diligence, connotate da profili di multidisciplinarietà (storico-artistica, valutativa e peritale, giuridica e fiscale), sulla provenienza delle opere con riguardo ai diversi ordinamenti coinvolti che disciplinano, in modo talvolta differente, il diritto di proprietà, il possesso, gli effetti della buona fede. La verifica dovrà accertare l’esistenza di un valido titolo d’acquisto in capo al venditore e i vari passaggi antecedenti fino a risalire ove possibile alla prima cessione da parte dell’artista a un mecenate, un collezionista, un gallerista dell’epoca.
Un ulteriore aspetto della due diligence riguarda approfondite indagini sulla autenticità o probabile attribuzione dell’opera. La provenienza teoricamente dovrebbe risolvere la maggior parte dei problemi legati a autenticità e attribuzione; tuttavia, non sempre il venditore dispone di documenti storici, contrattuali e amministrativi che consentano con certezza di confermare l’origine dell’opera soprattutto quando si tratti di opere che risalgono a secoli fa.

L’ANALISI DELL’OPERA DA PARTE DEGLI ESPERTI

L’analisi dell’opera si compie di persona e solo in via preliminare su base fotografica: accanto al parere dei connoisseurs (chi attraverso la propria esperienza e competenza, presa visione diretta dell’opera, è in grado di esprimere un parere sullo stile di un artista o di un periodo tramite il suo “buon occhio”), assumono una rilevanza imprescindibile l’expertise dello storico dell’arte (chi compie le ricerche d’archivio e bibliografiche ed esprime un parere o esegue una perizia) e le analisi scientifiche del conservatore (chi esegue indagini di laboratorio sui materiali di cui si compone l’opera).

Il mercato conosce inoltre il fenomeno degli “sleepers”, opere che sono state dormienti anche per decenni e che vengono riscoperte in asta e riconosciute come opere autografe di grandi Maestri della storia dell’arte.

Tuttavia il mercato è consapevole che anche i più rispettabili connoisseurs ed esperti possono commettere errori nella attribuzione delle opere; le analisi scientifiche possono determinare, con un minore margine di svista, se i materiali utilizzati per la produzione di un’opera sono genuini e coerenti con la data di esecuzione e il periodo storico dell’autore al quale l’opera è attribuita.
Non di rado, gli operatori professionali del settore, come curatori e direttori di musei, accademici, mercanti d’arte e galleristi, studiano i cataloghi e partecipano alle anteprime delle aste al fine di segnalare eventuali incongruenze nelle attribuzioni. Il mercato conosce inoltre il fenomeno degli “sleepers”, opere che sono state dormienti anche per decenni e che vengono riscoperte in asta e riconosciute come opere autografe di grandi Maestri della storia dell’arte.
Gli esperti si confrontano e creano dibattiti che talvolta non trovano consensi unanimi nella attribuzione della paternità delle opere. Ma come spesso accade, le expertise o i pareri degli esperti sono opinioni basate sulla competenza, imparzialità e connoisseurship degli specialisti, ben consapevoli che ulteriori studi potrebbero confermare o disattendere tali pareri con nuove attribuzioni dell’opera.

GLI INDICATORI DELLA CASA D’ASTE

In ogni caso, l’esperto deve evitare di avere potenziali conflitti di interesse e dimostrare di avere adottato metodi analitici e strumenti di accertamento che siano riconosciuti come idonei ai fini dell’attendibilità delle sue conclusioni; ciò al fine di evitare possibili responsabilità nel caso in cui la sua attribuzione sia successivamente smentita.
Per prassi, la casa d’aste quando promuove la vendita di un’opera d’arte, a seconda dei casi, può contraddistinguerla come “autentica”, “attribuita a”, “alla maniera di”, “scuola del”, “seguace di”, “copia”, così determinando una gerarchia che va dall’opera originale fino alla sua dichiarata riproduzione. Tali indicatori costituiscono una opinione della casa d’asta (supportata dalla due diligence, dal parere dell’esperto e dalle analisi scientifiche all’insegna del vecchio adagio secondo cui è meglio prevenire che curare), ma mai una garanzia prestata dalla casa d’aste al potenziale acquirente.
Peraltro, questi indicatori incidono sul valore economico della stessa opera (base d’asta, prezzo di riserva, maggiore o minore commissione pagata dall’acquirente che varia, per le opere d’arte, dal 15% al 30%, a seconda della casa d’aste e del prezzo di aggiudicazione, al netto dell’IVA, ove applicabile).

L’ITER DI VENDITA E ACQUISTO NEL SEGNO DELLA TUTELA

Se, da un lato, il venditore dovrà consegnare tutta la documentazione in suo possesso (certificati di autenticità, valutazioni e perizie degli esperti, fatture d’acquisto e di vendita, registrazioni d’archivio, atti notarili, testamenti, immagini fotografiche, pubblicazioni, analisi scientifiche di laboratorio, attestati di libera circolazione, certificati di avvenuta spedizione/importazione in Italia), dall’altro il potenziale interessato all’acquisto non può prescindere dall’effettuare una verifica preventiva tramite i propri consulenti indipendenti.

I contenziosi sono spesso risolti fuori dalle aule dei tribunali, prediligendo strumenti alternativi alla giustizia ordinaria, come la mediazione e l’arbitrato.

Sebbene esista un chiaro quadro giuridico che consente di evitare rischi e di attivare azioni di tutela, laddove nasca un problema, vi è da dire che case d’aste, musei e collezionisti sono restii a intentare cause per ragioni di riservatezza e reputazionali; i contenziosi sono spesso risolti fuori dalle aule dei tribunali, prediligendo strumenti alternativi alla giustizia ordinaria, come la mediazione e l’arbitrato.
L’efficienza e l’efficacia delle risposte è affidata in questo modo, ancora una volta, come per le regole che governano il mercato, alla governance dei privati che, adeguatamente sostenuta da una due diligence storico-artistica e legale, da comprovate e accreditate expertise e prove scientifiche, possa giungere a soluzioni adeguate e coerenti con il sistema.

‒ Alberto Saravalle, Silvia Stabile, Francesco Sbisà, Manlio Frigo

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AutoreLeonardo da Vinci
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