Da welfare aziendale a welfare culturale

Con la leva fiscale che prevede la detassazione di alcuni benefit a favore dei dipendenti aziendali e la trasformazione dei premi produttivi in servizi, anche la cultura può entrare a far parte di questi ultimi. Aprendo una serie di ottime possibilità per le imprese culturali.

Giano bifronte
Giano bifronte

Finalmente anche in Italia è stata introdotta una leva fiscale che prevede la detassazione di una serie di benefit a favore dei dipendenti delle aziende, prevedendo anche la conversione del premio di produttività in servizi. In prospettiva, dunque, non saranno solo le grandi multinazionali straniere ad adottare questo meccanismo incentivante, ma tutti i datori di lavoro del settore privato potranno applicarlo, e persino gli enti pubblici economici, le associazioni e fondazioni culturali, politiche o di volontariato, gli studi professionali, i consorzi e gli enti ecclesiastici.
Lo stipendio base e i tradizionali sistemi di incentivazione vengono integrati con flexible benefit la cui gamma si sta ampliando, per rispondere alle esigenze e alle aspettative dei lavoratori, secondo tipologie che possono assumere natura volontaria o contrattata. L’intento della norma è quello di superare la componente monetaria del reddito, rispondendo al soddisfacimento di altri bisogni, afferenti la sfera personale, familiare, ambientale. Gli esiti andranno misurati in progress, e sarà centrale nell’ambito del piano di welfare che ciascuna impresa riesca a individuare con efficacia e coerenza i propri obiettivi e quelli del proprio staff. Il rischio è infatti sempre di standardizzare e omologare entrambi.

LE IMPRESE CULTURALI

In questo contesto, come si stanno muovendo le imprese culturali? Naturalmente per quanto attiene la possibilità di essere datori di lavoro, ma non solo. Al momento, infatti, nel carnet dei servizi che i dipendenti hanno ritenuto più interessanti ci sono le agevolazioni commerciali e i buoni spesa, l’orario di lavoro flessibile, la copertura sanitaria estesa anche ai familiari, l’acquisto dei libri e il pagamento delle rette scolastiche, l’assistenza ai familiari anziani e non autosufficienti. Insomma, la cultura è (ancora una volta) la grande assente.
L’impresa culturale, se lo vuole, ha molto da fare. Come un Giano bifronte: nella direzione di progettare e attuare un piano di welfare per i propri lavoratori, perché se questo vale in generale, assume un valore ancora più ampio nelle realtà ad alta (a volte altissima) specializzazione, come nel mondo dell’arte, della musica, del teatro, della ricerca; e verso l’introduzione di servizi culturali nel carnet da cui attingere.

L’intento della norma è quello di superare la componente monetaria del reddito, rispondendo al soddisfacimento di altri bisogni, afferenti la sfera personale, familiare, ambientale”.

Non pare riduttivo pensare che spostare l’asse dagli “ad personam” del passato a un programma che coltivi un modus operandi fondato sul merito, sullo sviluppo organizzativo e sulla propensione al cambiamento possa condurre l’impresa culturale a una crescita reale, creando valore per la comunità. Anche perché il piano di welfare dovrà prevedere non solo il “cosa” ma anche il “come”, dimostrando ad esempio l’aumento della produttività (fatturato / avanzo di gestione / riduzione di costi), la corporate identity (allineamento del personale alla missione), la motivazione (trattenimento e fidelizzazione delle risorse migliori). È fin troppo ovvio, ma lo sottolineiamo, che il sindacato giocherà un ruolo importante.
A ciascuno il suo cambiamento.

Irene Sanesi

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #38

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Irene Sanesi
Dottore commercialista e revisore legale. Socio fondatore e partner di BBS-pro Ballerini Sanesi professionisti associati e di BBS-Lombard con sedi a Prato e Milano. Opera in particolare nell’ambito dell’economia gestione e fiscalità del Terzo Settore con particolare riferimento alla cultura, settore nel quale pubblica e svolge attività di consulenza, apprendimento organizzativo e formazione per soggetti privati e pubblici. È esperta di fundraising per la cultura per cui cura campagne di raccolta fondi, occupandosi di formazione mentoring e consulenza per imprese culturali e creative ed in particolare per i musei. Fra le sue pubblicazioni: L’economia del museo (Egea, 2002), Creatività cultura creazione di valore. Incanto economy (Franco Angeli, 2011), Il valore del museo (Franco Angeli, 2014), “Il problema delle risorse: incentivi fiscali e fundraising” in Il pubblico ha sempre ragione? Presente e futuro delle politiche culturali (a cura di Filippo Cavazzoni, IBL, ottobre 2018), Buona ventura. Lezioni italiane di storia economica per imprenditori del futuro (Il Mulino, 2018). Su Artribune Magazine è presente la sua rubrica “Gestionalia”. Scrive per Il Giornale delle fondazioni e Arteconomy. Per il CNDCEC (Consiglio Nazionale Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili) è componente del Gruppo di lavoro Economia e Cultura. Dal 2011 al 2018 ha presieduto per l’UNGDCEC (Unione Nazionale Giovani Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili) la commissione Economia della Cultura. Presidente dell’Opera di Santa Croce di Firenze. Presidente della Fondazione per le arti contemporanee in Toscana (il soggetto gestore del Centro per l'arte contemporanea L. Pecci Prato). Dal 2008 al 2016 è stata vice-presidente della Fondazione Istituto Internazionale di Storia Economica F. Datini. Tesoriere economo dell’Accademia delle Arti del Disegno. Economo della Diocesi di Prato. Membro del GAV (Gruppo Auto Valutazione) Università degli Studi di Firenze, Facoltà di Economia.