Cultura e diritto. Le associazioni

In campo culturale, la forma giuridica dell’associazione è uno degli strumenti più usati per avviare un’attività. Ma non è tutto così semplice come sembra. Ecco i dettagli.

Cultura Impresa festival, 2016
Cultura Impresa festival, 2016

Quante volte nel vostro percorso avete incrociato (o costituito) associazioni che operavano di fatto come società di servizi, rivolgendosi al mercato e contando su una parte di contributi pubblici o assimilati tali?
Nello stesso cammino vi sarete imbattuti in un dedalo di scelte (spesso difficili e soprattutto prive di strumenti di preventiva analisi) relativamente agli aspetti fiscali, economici, finanziari, del lavoro ecc. che compromettono la qualità progettuale ed espongono l’impresa (perché di questo si tratta) culturale a un rischio di perenne precariato per sé e per i suoi operatori.
E non si tratta di attribuire colpe a qualcuno, quando in verità è il sistema che non funziona. La forma giuridica dell’associazione rappresenta, da sempre, in ambito culturale, la modalità più semplice e utilizzata per avviare un’attività: facile da costituire (senza l’obbligo di una scrittura autenticata o di un atto notarile), fiscalmente agevolata (nella misura in cui i ricavi istituzionali – non tassati – rappresentano la parte principale delle entrate), medium di comunicazione e attrazione verso i contributi pubblici e delle fondazioni bancarie.
Non è tutto oro quello che luccica, però.

LIMITI E ALTERNATIVE

L’associazione, senza il riconoscimento della personalità giuridica, espone il Consiglio di Amministrazione a una responsabilità patrimoniale piena; le attività della stessa dovrebbero essere rivolte agli associati in via prevalente, lasciando ai margini il mercato e il profilo commerciale; gli associati (e in particolare gli amministratori) che in genere operano (leggi lavorano) per l’associazione, non senza iperboliche soluzioni, hanno la possibilità di vedersi riconosciuto un valore (leggi stipendio) per il proprio lavoro, in un perimetro giuslavoristico che non offre flessibilità né opportunità a un settore ad alta specializzazione quale la cultura.
Allora una s.r.l. (società a responsabilità limitata), magari semplificata, potrebbe essere la soluzione? In realtà, i vantaggi che potrebbero essere acquisiti da una diversa forma giuridica rispetto all’associazione riguarderebbero alcuni aspetti ma non tutti (in primis l’apertura al mercato e alle attività commerciali, insieme alla responsabilità limitata degli amministratori). Probabilmente molte realtà potrebbero trovare legittimazione e consenso con la s.c.r.l., la società cooperativa a responsabilità limitata. Quello che resta centrale è l’istanza imprenditoriale sottesa: anche la cultura è impresa!
Per questo attendiamo fiduciosi la nuova ipotesi giuridica di impresa culturale.

Irene Sanesi

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #35

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Irene Sanesi
Dottore commercialista e revisore legale. Socio fondatore e partner di BBS-pro Ballerini Sanesi professionisti associati e di BBS-Lombard con sedi a Prato e Milano. Opera in particolare nell’ambito dell’economia gestione e fiscalità del Terzo Settore con particolare riferimento alla cultura, settore nel quale pubblica e svolge attività di consulenza, apprendimento organizzativo e formazione per soggetti privati e pubblici. È esperta di fundraising per la cultura per cui cura campagne di raccolta fondi, occupandosi di formazione mentoring e consulenza per imprese culturali e creative ed in particolare per i musei. Fra le sue pubblicazioni: L’economia del museo (Egea, 2002), Creatività cultura creazione di valore. Incanto economy (Franco Angeli, 2011), Il valore del museo (Franco Angeli, 2014), “Il problema delle risorse: incentivi fiscali e fundraising” in Il pubblico ha sempre ragione? Presente e futuro delle politiche culturali (a cura di Filippo Cavazzoni, IBL, ottobre 2018), Buona ventura. Lezioni italiane di storia economica per imprenditori del futuro (Il Mulino, 2018). Su Artribune Magazine è presente la sua rubrica “Gestionalia”. Scrive per Il Giornale delle fondazioni e Arteconomy. Per il CNDCEC (Consiglio Nazionale Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili) è componente del Gruppo di lavoro Economia e Cultura. Dal 2011 al 2018 ha presieduto per l’UNGDCEC (Unione Nazionale Giovani Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili) la commissione Economia della Cultura. Presidente dell’Opera di Santa Croce di Firenze. Presidente della Fondazione per le arti contemporanee in Toscana (il soggetto gestore del Centro per l'arte contemporanea L. Pecci Prato). Dal 2008 al 2016 è stata vice-presidente della Fondazione Istituto Internazionale di Storia Economica F. Datini. Tesoriere economo dell’Accademia delle Arti del Disegno. Economo della Diocesi di Prato. Membro del GAV (Gruppo Auto Valutazione) Università degli Studi di Firenze, Facoltà di Economia.