La partecipazione museale come co-creazione. Il nuovo incontro del ciclo Open Doors a Brescia

Il museo può aiutarci a imparare a creare insieme, sviluppando la nostra intelligenza collettiva e facendoci prendere confidenza con un potenziale nuovo. Ne abbiamo parlato con il direttore del Museum of Broken Relationships di Zagabria

Il museo come luogo dove fare e creare insieme. Ecco il tema dell’ottavo incontro delle talk Open Doors organizzate da Fondazione Brescia Musei insieme a Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali e al Network of European Museum Organizations. Dedicato a La partecipazione come co-creazione, il talk – che si terrà il 9 novembre alle 16.30 online e all’auditorium Santa Giulia, a Brescia – porrà il focus su come le nuove tecnologie digitali ci permettano di fare e creare in collaborazione gli uni con gli altri, in un processo che ci permette di sviluppare un’intelligenza collettiva e prendere confidenza con un potenziale inespresso. Ne abbiamo parlato con Drazen Grubisic, direttore del Museum of Broken Relationships di Zagabria, e suo co-fondatore insieme a Olinka Vištica. Si tratta di un’istituzione che, sia online sia fisicamente, ha l’unico scopo di fare tesoro e condividere con il pubblico le storie delle relazioni infrante fornite dai visitatori stessi: un’idea che nel 2011 gli ha vinto il premio Kenneth Hudson di Museo più Innovativo d’Europa.

OPEN DOORS: LA PAROLA AL DIRETTORE MUSEALE DRAZEN GRUBISIC

Come funziona il Museum of Broken Relationships? In cosa è diverso da un “museo normale”?

Tutto nasce dal fatto che io e Olinka siamo degli “outsider” del campo museale. Io sono un artista e un avido fruitore di arte, ma non avevo mai lavorato nel campo: questo ha permesso al museo di nascere sotto un auspicio completamente diverso. Tanto per cominciare, non era pensato come tale: quello che abbiamo ideato 16 anni fa era un progetto per una mostra itinerante – cosa che continua ancora oggi, con oltre 60 mostre in cinque continenti –, non di un “museo” nel senso più proprio e serio del termine. Da lì, nell’arco di quattro anni, si è perpetuato da solo: se ci avessimo provato apposta non sarebbe venuto. L’abbiamo chiamato “museo” solo per l’assenza di un altro termine – avevamo pensato ad “archivio” ma temevamo desse un’idea ancora più ristretta – e perché volevamo comunicare la natura di un luogo dove gli oggetti sono curati e conservati, ma anche mostrati a un pubblico.

Il Museum of Broken Relationships è un museo co-creativo per eccellenza: anche altri tipi di collezioni possono aspirare ad essere così collaborative?

Certo, anche se per tutti i progetti “crowd sourced” è impossibile prevedere il risultato finale. La nostra non è una formula che può funzionare per tutti, questo è certo. Però ci sono molti modi in cui un museo può aprirsi alla sua comunità di riferimento: quando ho portato mia figlia 15enne in vacanza, la scorsa estate, siamo stati a vedere Kiefer e Kapoor a Venezia e poi siamo andati alla Alte Pinakothek di Monaco: dato che era molto più difficile, rispetto alle mostre veneziane, farla appassionare al gotico e al primo Rinascimento, le ho posto la sfida di notare tutte le sopracciglia delle donne e dei bambini nelle opere. Si è divertita moltissimo! I musei possono fare così tanto, dire così tanto con le loro collezioni. In termini di cooperazione diretta, però, dipende molto dal tema: se è storia vissuta dai nostri genitori o nonni, come le guerre mondiali, tutti possono contribuire, ma se parliamo delle lettere d’amore di Napoleone è più difficile che si crei una connessione emotiva istantanea. Per ricercare questa connessione, noi abbiamo cercato di ampliare lo spettro il più possibile, cercare qualcosa di universale. E ora siamo il museo più visitato della Croazia.

Destroyed VHS tape of my father's wedding, Museum of Broken Relationships

Destroyed VHS tape of my father’s wedding, Museum of Broken Relationships

I musei sono in grado di stimolare un’intelligenza collettiva?

Credo che degli approcci nuovi siano in grado di cambiare la società, sì. Soprattutto in questi tempi così individualistici: ci siamo dimenticati che cosa significhi appartenere a una comunità. È questo che mi piace del nostro progetto: le storie sono personali, anche se in forma anonima, ma lasciano uno spazio di connessione con i visitatori, che sia attraverso la compassione o attraverso lo humor. Ogni tanto mi siedo nel caffè del museo, per ascoltare i commenti dei turisti: ognuno nota cose diverse, e connette i diversi elementi alla propria vita personale. Anche per questo i bambini non sono un target per noi: non hanno letteralmente abbastanza esperienze di vita per capire quello che conserviamo.

Il Museum of Broken Relationships è sia fisico sia virtuale: come coesistono le due facce? Sono entrambe necessarie?

Il museo doveva essere anche virtuale per un motivo molto semplice: le relazioni delle nuove generazioni spesso non hanno tracce fisiche. Che siano messaggi su Facebook, email, immagini digitali…Noi ci siamo posti come alternativa alla cancellazione permanente per quando, ad esempio, non vuoi più avere un messaggio del tuo ex sul telefono, ma non vuoi neanche che non sia mai esistito. È esattamente come con la memoria fisica. Detto questo, l’esperienza online non rivaleggia neanche lontanamente con quella fisica: quando abbiamo organizzato una mostra in uno spazio molto piccolo, e non ci stava la nostra solita collezione di circa 30 pezzi, li abbiamo alternati a delle foto in alta definizione. Beh, i visitatori saltavano a piè pari le foto per andare a guardare gli oggetti reali. Abbiamo bisogno di questa presenza fisica, altrimenti ogni cosa è una copia di una copia.

Allora queste tracce digitali valgono meno di quelle fisiche?

Io credo che valgano meno, sì. L’ho sperimentato in prima persona: è mia abitudine prendere appunti su dei quadernetti neri, in 20 anni ne ho accumulata una pila. Ho provato a trasferirmi su dispositivi alternativi, ma non è la stessa cosa. La memoria funziona proprio diversamente, e il modo schematico in cui si immagazzinano le informazioni sui device elettronici, come i numeri di telefono, ci priva di quelle connessioni cerebrali che invece si manifestano sulla carta, dove un appunto può avere accanto un disegno. Sappiamo così poco di noi come essere umani – una sensazione che provo particolarmente leggendo le ricerche di Helen Fisher sulla neuroscienza dell’amore –: siamo proprio delle “scimmie con l’elettricità”.

Drazen Grubisic e Olinka Vištica

Drazen Grubisic e Olinka Vištica

Avete creato un museo che permette a tutti di partecipare e vivere la comunità: che piani avete per il futuro? E come vi aspettate che la vostra idea ispiri altri a fare progetti simili?

Noi continueremo a fare mostre itineranti, che ci permettono non solo di esporre ma anche di raccogliere materiale dai luoghi in cui siamo e includere tutto nella collezione. Non siamo mai stati in Italia! Per il resto, sono certo che altre idee nasceranno da questa esperienza: quando apri la scatola, le biglie vanno tutte in giro. Per esempio, noi siamo stati il primo museo privato in Croazia, cosa che non era prevista a livello legale, motivo per cui ci siamo costituiti come compagnia. Ora, grazie a noi, la legge è cambiata e ci sono sei o sette musei privati nella sola Zagabria. Ci saranno copie, ci saranno nuove prospettive, e ci saranno nuove idee: ho conosciuto un uomo che ha avuto l’idea per un museo sui bambini in guerra – cosa di cui la sua città di origine, Sarajevo, ha avuto esperienza diretta – e il progetto che ne è scaturito era incredibilmente potente.

Giulia Giaume

https://brokenships.com/

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Giulia Giaume

Giulia Giaume

Amante della cultura in ogni sua forma, è divoratrice di libri, spettacoli, mostre e balletti. Laureata in Lettere Moderne, con una tesi sul Furioso, e in Scienze Storiche, indirizzo di Storia Contemporanea, ha frequentato l'VIII edizione del master di giornalismo…

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