Testimonianze dalla Cina: parla Chen Baiqi, curatore del museo OCAT di Shenzhen

All’alba della riapertura delle istituzioni culturali in Italia, condividiamo alcune le testimonianze di musei e gallerie cinesi, raccontando della pandemia che ha lasciato ovunque dei segni tangibili. Intervista a Chen Baiqi, curatore del museo OCAT di Shenzhen.

OCAT shenzhen
OCAT shenzhen

Se c’è qualcosa che ci ha insegnato la pandemia, è che il contagio non conosce bandiera né alcun tipo di distinzione. Questo riguarda anche l’impatto economico sulle società costrette a interrompere le attività produttive per un lungo periodo. E a proposito del sistema dell’arte, anche in Cina stanno affrontando criticità molto simili a quelle del nostro paese, dovute a un drastico calo di pubblico, alla riprogrammazione delle mostre, all’impossibilità di accogliere artisti e opere dall’estero e, infine, all’incertezza che impedisce di stimare per quanto tempo ancora saremo costretti a convivere con questo virus. Oggi parliamo con Chen Baiqi, curatore di OCAT a Shenzhen: una realtà fondata nel 2005 e diventata nel 2012 un’organizzazione no profit, gettando le basi per una rapida espansione.

OCAT Shenzhen inner view
OCAT Shenzhen inner view

IL MUSEO OCAT A SHENZHEN

Sponsorizzato dall’impresa statale OCT Group, oggi OCAT è composto da musei di arte contemporanea sparsi per tutta la Cina, come OCAT Shenzhen, OCT Art & Design Gallery (Shenzhen), OCAT Shanghai, OCAT Xi’an, OCAT Institute (Pechino), OCAT Wuhan e OCAT Nanjing. La sede operativa si trova a Shenzhen, in cui viene svolto un lavoro di ricerca nel campo dell’arte contemporanea e teoria sia all’interno della Cina che in ambito internazionale. I suoi programmi si focalizzano su ricerca, pubblicazione e presentazione di artisti individuali e mostre collettive. Da qui, la firma del museo viene apposta come un “brand” su tutte le sue produzioni: OCAT Exhibitions, OCAT Performs, OCAT Screens, OCAT Residency, OCAT Library, OCAT Publish e, infine, i programmi annuali OCAT Youth Project.

Come avete gestito il periodo di chiusura del museo?
A ridosso del capodanno lunare, ci siamo resi conto che il museo avrebbe potuto restare chiuso per un lasso di tempo indeterminato a causa dell’epidemia, quindi abbiamo posticipato oppure annullato tutti i piani espositivi per la prima metà del 2020. In realtà, anche i progetti espositivi per la seconda metà dell’anno sono in uno stato di incertezza. Dato che la produzione di contenuti è rimasta ferma per un po’, durante il periodo di chiusura al pubblico, il nostro team ha trovato nello studio e nella lettura un plusvalore.

Avete svolto delle attività alternative durante questo periodo?
Il dipartimento di didattica al pubblico ha avviato una serie di discussioni online, invitando professionisti del mondo dell’arte a partecipare a diverse conversazioni organizzate senza una scadenza fissa. Il risultato è stato sorprendente per il numero senza precedenti di partecipanti alla discussione.

Come mai, secondo lei?
Quando ci si trova in chat, tutti sono più interessati a parlare della propria vita e del proprio stato lavorativo, persino dei piccoli cambiamenti psicologici intercorsi durante l’epidemia.

Com’è andata la riapertura del museo?
Abbiamo riaperto i battenti il 27 marzo con la stessa mostra che avevamo prima dello scoppio dell’epidemia. Tuttavia, il numero di visitatori è diminuito in modo significativo.

Quali sono ora le modalità di accesso?
Prima di entrare nella sala espositiva, tutti devono misurare la febbre e disinfettarsi. Al personale di sicurezza è anche capitato di negare l’ingresso al pubblico tornato di recente dall’estero.

E per quanto riguarda le modalità di lavoro dello staff interno?
In questo momento, il dipartimento curatoriale sta lavorando duramente per reimpostare il piano di lavoro per la seconda metà di quest’anno e anche per la prima metà del prossimo anno; il lavoro relativo alle pubblicazioni del dipartimento di ricerca, invece, non ha risentito di questa situazione in modo significativo. Abbiamo ridotto molte riunioni faccia a faccia e adottato il metodo della videoconferenza. Per sopperire all’impossibilità di artisti e curatori stranieri inclusi nei progetti espositivi programmati prima della pandemia di arrivare in Cina entro quest’anno, la nostra dirigenza sta interagendo con varie istituzioni e artisti cinesi.

Quali sono state per voi le difficoltà maggiori in tutto questo arco temporale, dallo scoppio del virus al suo contenimento?
Penso che l’aspetto più difficile sia senza dubbio relativo ai progetti di lavoro interrotti bruscamente dall’epidemia. Molti progetti erano stati avviati parecchio tempo prima dello scoppio del contagio; molti scambi di idee erano intercorsi con artisti, curatori e sponsor, ma la diffusione globale dell’epidemia ha interrotto tutto.

Ci dica di più.
Di fronte a questa crisi, il governo cinese ha speso ingenti somme di denaro e stimiamo che anche il fondo culturale del governo, di cui potevamo solitamente beneficiare due volte l’anno, ne risentirà. Fino ad ora, non abbiamo ancora notizie in merito alle sponsorizzazioni le cui domande sono state presentate a gennaio. Un’altra criticità è che nessuno può sapere quanto durerà l’epidemia. Inoltre, ammesso che un progetto potrà essere realizzato nuovamente con le dovute modifiche, nessuno dei partecipanti al progetto vorrà essere parte di una mostra o di un seminario privi di pubblico.

A seguito di questa esperienza, pensa che l’arte possa avere un ruolo all’interno di questo fenomeno della pandemia?
Negli ultimi tre mesi mi sono concentrato maggiormente sulla ricerca sul campo, sulla lettura e sulla scrittura. Sebbene molti progetti siano stati presentati attraverso piattaforme online, io sono tuttora del parere che la presenza fisica del pubblico sia l’aspetto più importante di una mostra e che le interazioni e le discussioni avviate dal nostro lavoro curatoriale siano il significato primario di una mostra.

Quali sono dunque le conseguenze, e le possibili soluzioni?
Su questa base ho deciso di cancellare tutti i miei piani espositivi per il 2020 con la speranza di essere in grado, dopo l’epidemia, di presentare soluzioni più adeguate e interessanti agli occhi del pubblico. Inoltre, sto incoraggiando alcuni amici a utilizzare la scrittura e la condivisione per la produzione di nuova conoscenza. Se si dovrà lavorare online, spero almeno che le informazioni condivise siano il più leggibili, possibili e più facili da diffondere rispetto a una mostra in digitale.

Si ringrazia Manuela Lietti per la traduzione dal cinese.

-Giulia Ronchi

www.ocat.org.cn

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Giulia Ronchi
Giulia Ronchi è nata a Pesaro nel 1991. È laureata in Scienze dei Beni Culturali all’Università Cattolica di Milano e in Visual Cultures e Pratiche curatoriali presso l’Accademia di Brera. È stata tra i fondatori del gruppo curatoriale OUT44, organizzando mostre e workshop con artisti emergenti del panorama milanese. Ha curato il progetto Dissuasori Mobili, presso il festival di video arte “XXXFuoriFestival” di Pesaro. Ha collaborato con le riviste Exibart e Artslife, recensendo mostre e intervistando personalità di spicco dell’arte. Attualmente collabora con le testate femminili Elle, Elle Decor, Marie Claire e il maschile Esquire scrivendo di arte, cultura, lifestyle, femminismo e storie di donne. Cura la rubrica “Le curatrici donne più influenti nel mondo” per Marie Claire e “Storie d’amore nella storia dell’arte” per Elle.