Walter Moroder / Isabella Kohlhuber/Esther Stocker

Ortisei - 23/07/2015 : 20/09/2015

La galleria Doris Ghetta inaugura due mostre in parallelo. La prima mostra personale in galleria dell’ artista altoadesino Walter Moroder (1963, ita), in presenza dell'artista e la seconda mostra della serie "encounters" concepita dalla curatrice Victoria Dejaco con l'artista altodadesina, che vive a Vienna, Esther Stocker (1974, ita) e la giovane, molto promettente l'artista austriaca Isabella Kohlhuber (1982, aut).

Informazioni

Comunicato stampa

Isabella Kohlhuber, Esther Stocker
Encounters

Vernissage 23.07.2015, 19h
24.07. – 20.09.2015



Progetto e testo: Victoria Dejaco




I rapporti diretti fra curatore, artisti e fruitori sono al centro della serie di esposizioni concepita per la galleria di Doris Ghetta. Lo stesso titolo, Encounters, suggerisce d'altronde l'intento di mettere insieme diverse figure che finora non si sono mai impegnate in progetti comuni e che tuttavia hanno avuto modo di intrattenere scambi di idee o di seguire l'opera degli altri

Ogni mostra è frutto di una stretta collaborazione con gli artisti e di un lungo periodo di incubazione in cui essi hanno avuto modo di trovare uno spazio di confronto e di scambio e di farne nascere un'esposizione.

Nel mio lavoro di curatrice ho sempre tenuto in grande considerazione l'importanza di rallentare i ritmi, di creare uno spazio per le idee e per il vuoto, di consentire all'osservatore di costruire un rapporto personale con l'opera d'arte. Sulla scorta di queste convinzioni, condivise anche dagli artisti con cui lavoro, all'interno della mostra Encounters di quest'anno, come già nella precedente, al centro dello spazio si trova una possibilità per sedersi. Questo espediente che segue l'esempio dei grandi musei, consente al visitatore di soffermarsi più a lungo ad osservare le opere in esposizione. Questa volta si tratta di uno dei elementi progettati dal architetto Igor Comploi per la galleria Doris Ghetta. Gli ospiti abutuali della galleria conoscono questi elementi modulari già in varie posizioni, in piedi o per terra, dipinti di bianco o nero. Nel loro carattere si avvicinano abbastanza alle idee con le quali lavorano le artiste.

Se è vero che Isabella Kohlhuber e Esther Stocker esprimono la propria creatività attraverso canali differenti, affrontano tuttavia diverse tematiche che le accomunano. Le due artiste si incontrano per la prima volta nel 2005 in occasione di un discorso tenuto da Esther Stocker e trovano da subito dei punti di contatto teorico confrontandosi sulla teoria dei segni e dei sistemi. Questi lavori aprono a nuove prospettive di comprensione, sia esplicitamente attraverso la qualità della tessitura che caratterizza il lavoro di entrambe le artiste, ma anche a livelli di complessità maggiori. Cos'hanno a che fare il tubo di Isabella che troviamo all'inizio dell'esposizione con le griglie di Esther? Possiamo dire che in entrambi i lavori ci troviamo di fronte ad un sistema di componenti che si moltiplicano all'infinito?

Esther Stocker col suo lavoro ha sviluppato una firma inconfondibile. Le sue griglie irregolari, illusorie e irritanti sfidano la percezione sollevando importanti questioni: che cos'è il motivo? Che cosa il principio? Cosa sono ordine e disordine? Su quali basi possono essere definiti? A questo proposito l'artista dichiara: „Ripongo molta fiducia in queste forme che mostrano un paradosso formale che il linguaggio può forse esprimere solo approssimativamente“.

Questo senso di diffidenza nei confronti del linguaggio è il tratto che la accomuna ad Isabella Kohlhuber. Il nostro alfabeto si compone di un numero relativamente piccolo di segni. Da quando abbiamo imparato a decifrare questi segni, possiamo confidare nella sicurezza di saperli leggere. Tuttavia il linguaggio si presta ad un'interpretazione meno univoca rispetto alle immagini. La parola lingua, per esempio, se estrapolata dal contesto possiede due significati diversi. I deboli legami posti per convenzione tra il mondo degli oggetti e il sistema che li rappresenta vengono chiamati „Bastards“ nel font di Isabella in cui parti di lettere si fondono in nuove lettere. In questa concezione, al sistema fisso, rigido dell'alfabeto ne viene contrapposto uno instabile, soggetto ad un continuo cambiamento il quale, in quanto sistema aperto, permette di rappresentare il linguaggio in maniera più adeguata rispetto all'alfabeto tradizionale.
Non a caso, la citazione che compare sulla parete è un passo che riguarda „le cose“, tratto da un libro che Esther consigliò ad Isabella molti anni fa.

Al centro dei lavori di Isabella è l'analisi dei sistemi, delle regole che li fondano, delle fonti di errore e delle carenze. Nel caso dei disegni lineari, ogni irregolarità che nasce da un pensiero o anche solo da un respiro, si iscrive nel motivo originale e ha un impatto alla sua continuazione. Il risultato finale è un tappeto di linee indistinguibili che l'occhio non riesce quasi più a percepire singolarmente. Questo giocare con la percezione viene portato alle estreme conseguenze dal lavoro Sehen als (vedere come) (2000)di Esther Stocker. In questo fermoimmagine tratto da un video vediamo l'artista che con una eye-liner disegna la sua griglia direttamente sull'occhio. Lo schema non viene dunque applicato ad un oggetto, o utilizzato come supporto per costruire una prospettiva su una superficie, ma viene applicato direttamente all'organo visivo. In questo modo, la griglia viene trasformata radicalmente in un a priori andando a modificare alla base i parametri della percezione.

I movimenti automatizzati, soggetto del video di Isabella, Ohne Titel (Robot) (2015) si avvicinano al disegno lineare. Il braccio del robot si muove flessuosamente su delle sfere, che inizialmente sono disposte in modo compatto come a formare un tappeto. Il loro intreccio viene allentato lentamente dal braccio del robot che le raccoglie finché solo poche sfere rimangono alla sua portata e viene svelato lo schema su cui si muove il suo braccio. Analogamente a quanto fatto da Esther nelle sue varianti di schemi lineari in bianco e nero, qui le limitate e prestabilite possibilità di movimento danno vita a un'infinità di coreografie del robot che riesce a creare un ordine.





Victoria Dejaco

Walter Moroder
Listening

Vernissage 23.07.2015, 19h
24.07. – 20.09.2015


Testo: Denis Isaia







La Galleria Doris Ghetta è lieta di presentare la prima mostra personale presso i suoi spazi di Walter Moroder. Listening, questo il nome del progetto, è dedicato alla produzione recente dell’artista. Al visitatore, la mostra si presenta con due movimenti espositivi contigui, frutto di una ricerca concentrata sulle sue complesse radici emotive. Due figure femminili, presentate in una inedita messa in scena del primo piano della Galleria, legano il progetto all’iconografia che ha reso noto l’artista gardenese e mettono in luce le potenzialità di un nucleo di ricerca ancora non risolto.
Il confronto con l'opera di Walter Moroder appare infatti mai manierista, sempre impari. L'affascinante problematicità dell’opera di Walter Moroder è infatti generata dal tentativo di definizione di una domanda primigenia, che allontana dalla scena del possibile persino la possibilità della risposta, spalancando la strada alla contemplazione. La lingua che ruota attorno a tale domanda si articola in una serie di stratagemmi espressivi. Intanto il soggetto, che resta, come in Morandi – un altro scienziato della forma – quasi sempre lo stesso: donne che nulla svelano di ciò che le ha mosse se non le tracce dello scalpello che le ha plasmate. La ripetizione nella diversità è una strategia replicata, sia nella macro scala di figure che si inseguono sempre uguali e sempre diverse, sia nella micro scala della forme che le delimitano, ed in cui il buon esito della fattura cela i poteri dell’asimmetria. Una cosmografia di dettagli stilistici, curve strette, mani lunghe, compostezza, colori pastello, scala ridotta, immobilismo, fissità, primitivismo, strabismo, eleganza… che accompagnano lo sguardo chi guarda ad un esercizio di astrazione. ll patto figurativo fra le opere e lo spettatore prevede che l’accesso al significato sia quieto. Ogni eccesso espressivo è mitigato per evitare alleanze troppo strette con la quotidianità, ovvero con l'elemento che incastra il tempo nella storia e priva l’arte delle ragioni più profonde. Le mie figure sono vasi, dice l’artista. Contenitori di accessi impervi, scorte per percorsi di esperienza interiore.
Il secondo movimento della mostra, è dedicato ai lavori più recenti. Alcuni già esposti in importanti istituzioni del territorio, essi parlano delle derive che sembrano accompagnare la ricerca più prossima di Walter Moroder, facendola sporgere su dirupi sempre più ripidi, sia dal punto di vista formale che concettuale. Si tratta di sculture, quattro grandi stampe di recente produzione e una serie di lastre di cera, che dichiarano palesemente la propria incompiutezza, desiderandola, come nei migliori destini della contemporaneità. Se nelle figure che fanno ormai parte dell’iconografia classica legata all’artista la domanda è custodita all’interno, nei corpi ricuciti, ricomposti dai resti o dimezzati, la domanda sembra impadronirsi della stessa tecnica: il legno è scavato all’interno e pazientemente ricucito; dai suoi resti è nato un simulacro; al centro il corpo dell’artista appare sezionato in prospettiva, tutt’attorno le figure sono annebbiate nella cera. Il risultato è una spinta verso estremità sinora appena accennate. Come racconta il grande autoritratto - che della mostra può essere considerato il manifesto - l’artista e il suo doppio

frammentato, il demiurgo e il suo prodotto ambiguo, si lasciano ora cadere insieme e insieme cercano la via per il racconto. Ancora una volta della narrazione non si conosce la trama, ma si intravede chiara la porta di accesso. Nella nuova produzione lo spazio della metafisica si carica di un vorticismo surreale. Se prima il tempo veniva fermato sino a risultare quasi congelato, qua viene inglobato, compresso e dilatato. La ripetizione è diventata una lama tagliente, ha preso il soggetto e il suo doppio femminile, che finalmente ha il volto dell’artista, e l'ha spinto attraverso un’ulteriore moltiplicazione, svelando i confini di una ricerca gestita interamente sulla propria pelle e da lungo tempo in ascolto.
Denis Isaia