Una relazione per l’accademia

Roma - 28/03/2019 : 30/03/2019

La storica compagnia teatrale torinese Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa porta per la prima volta a Roma “Una relazione per l’accademia” di Franz Kafka, una performance dal forte impatto emotivo, che negli spazi di Numero Cromatico troverà un luogo ideale.

Informazioni

  • Luogo: NUMERO CROMATICO
  • Indirizzo: 00185, Via degli Ausoni 1 - Roma - Lazio
  • Quando: dal 28/03/2019 - al 30/03/2019
  • Vernissage: 28/03/2019 ore 21
  • Generi: teatro

Comunicato stampa

28-29-30 marzo 2019 - ore 21:00
Numero Cromatico, via degli Ausoni 1 - 00185 Roma

Numero Cromatico presenta i Marcido in:

UNA RELAZIONE PER L'ACCADEMIA di Franz Kafka

con Paolo Oricco, diretto da Marco Isidori
trucco, trucchi e “Sipario delle Metamorfosi” di Daniela Dal Cin
produzione Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa 2017

La storica compagnia teatrale torinese Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa porta per la prima volta a Roma “Una relazione per l’accademia” di Franz Kafka, una performance dal forte impatto emotivo, che negli spazi di Numero Cromatico troverà un luogo ideale


In scena Paolo Oricco, che in una straordinaria prova d’attore diventa dapprima tela pittorica di Daniela Dal Cin e in seguito organismo, voce, movimento della drammaturgia di Marco Isidori.

Spiega proprio Oricco «Quando la Compagnia affronta una nuova opera, ciò che conduce l'interprete Marcido, ogni volta guidato dalla geniale regia di Marco Isidori, all'immedesimazione con il personaggio che deve interpretare è un lavoro estremamente approfondito e puntuale sulle potenzialità ritmico/musicali (oltre che espressive) delle parole del testo. Anche se in questo caso (ed è la prima volta) si è trattato di un animale, la via è stata la stessa: un viaggio impervio ed eccitante alla scoperta della lingua di Kafka, è lei che costruisce il protagonista del monologo.
Per restituire invece la fisicità, chiamiamola scimmiesca, necessaria al compimento di quest'ardita metamorfosi, di grande ispirazione è stato il trucco che Daniela Dal Cin ha studiato per Pietro il Rosso: sono stati lo shock iniziale della visione allo specchio del mio volto trasfigurato e una sua successiva intensa e lunga osservazione, a suggerirmi le espressioni e i movimenti che tanto hanno "impressionato" il pubblico per la verosimiglianza e la naturalezza della mia trasformazione.»

Alla fine dello spettacolo i Marcido incontreranno il pubblico confrontandosi in un dibattito aperto sui temi dello spettacolo e sul loro metodo di lavoro.

NOTE DI REGIA

Kafka: il Kafka speciale della “Relazione per un’Accademia”.
Scegliere un simile testo è già prendere una netta posizione, d'arte certo, ma soprattutto significa, o perlomeno ha significato per noi, voler accoppiare all'indagine scenica, quel preciso “motivo critico” che ha pervaso tutto il pensiero novecentesco con la constatazione “tragica” dell'indispensabile riduzione al grottesco di gran parte dell'istanza umana, onde questa stessa potesse ancora essere, in una qualche disperata misura, oggetto di una possibile “circoscrizione descrittiva”.
E Kafka fu qui il maestro dei maestri.
Tradurlo in teatro, far risuonare la sua scrittura, darle un corpo vivo che ne potenziasse i significati, è stato quanto i Marcido hanno tentato di fare. Paolo Oricco ha aderito con rara sensibilità interpretativa alle linee di una regia che attraverso questa Scimmia umana (e beninteso, anche Uomo scimmiesco) ha voluto “rappresentare” i tratti di una dissoluzione dell'ethos naturale; la superiorità biologica delle forze istintuali che si spappola in caduta libera a contatto con le esigenze preponderanti delle leggi della galoppante “Civiltà”.
Il Teatro è l'esercizio massimo per darci la misura di quanto i nostri equilibri esistenziali si reggano e si dispongano in azione, oltre che ovviamente forzati dalle leggi ineluttabili del nostro stato di natura, anche e forse in modo non troppo secondario, da quell'esigenza di comunicazione interspecifica alla quale il solo linguaggio (eminente frutto della logica), non saprà mai dare una soddisfacente risposta; la Scena, invece, coi suoi presupposti (essa può accogliere persino la “sragione!”), se interrogata a dovere, ci potrà regalare un lampo di “verità”: la domesticazione dell'uomo non è ancora giunta a totale compimento …l'antico
Animale non vuole abdicare del tutto ...la Scimmia che siamo tentenna tra un Cielo dei doveri e un'adesione pacificata all'istintualità più elementare.
Il Personaggio/Scimmia che abbiamo costruito, contiene in sé ogni dinamica umana e nello stesso tempo si “costuma” come un'abitante della giungla nera; e parla e agisce e impreca e piange e soprattutto “finge”, mentre intorno alla sua figura si viene inverando un clima di grande sospensione drammatica; un'atmosfera carica di ambiguità che man mano, durante lo svolgimento dello spettacolo, assume il carattere di una sconcertante dichiarazione di intenti: questa Scimmia che vuol diventare Uomo, è forse già tale! Già possiede in toto ogni carattere della nostra specificità umana, solo le manca quella suprema astuzia con la quale ci si può specchiare nella moltitudine della folla “civilizzata” e ricever così da essa, dalla sua rumorante confusione, una qualche, seppur vaga, rassicurazione intorno al Disagio Generale Perpetuo dell'esser viventi; pian piano, nel corso dell'auto/rappresentazione, il protagonista acquisterà anche quest'ultima consapevolezza e sarà quindi pronto per la sua propria elettiva carriera di saltimbanco; il palcoscenico diviene allora la sua vera, indispensabile dimora: la tana.
L'apologo kafkiano contiene un'abbondante dose di malignità filosofica, il nostro eroe percepisce la condizione umana come “ghiotta”, seducente, estremamente appetibile; ma risuona anche, nel suo capo bestiale, un avvertimento pauroso: agli agi presunti dell'essere, diciamo, senziente, si accompagna con costanza ineludibile il peso quasi insopportabile del “divenire”. Finché si è Scimmia, la temporalità è uno spazio che non si riesce, per fortuna! a determinare, si galleggia sulla propria esistenzialità con troppa coazione istintuale per avere un “tempo” di pensiero, ma quando ci si ritrova umani, è proprio il rapporto che è d'obbligo instaurare col “Tempo” a formare la nostra più intima fibra psichica; e allora i “guai” sono, è il caso di dire, all'ordine del giorno.
Il teatro, la possibilità per noi di “mettere in scena” tramite la realtà della nostra carne (attorale), e la realtà del nostro sudore (attorale), qualche brandello esplicativo di ciò che costituisce i motivi della sofferenza di chi è in vita, è già un soddisfacente momento di rivincita sull'insondabile mistero dell'essere, e questo gli animali non lo possono esperire; magari il Teatro si è sviluppato appunto per regalarci una tale opportunità; vogliamo fortemente crederlo, anzi abbiamo applicato alla nostra “regia” tutti quegli accorgimenti drammatici atti alla formulazione scenica di un simile pensiero.