Un-Official Stories

Ortisei - 31/05/2017 : 25/07/2017

La mostra presenta al pubblico le opere di sette artisti che con spirito critico guardano, ognuno con il proprio sguardo personale, alle problematiche della nostra società.

Informazioni

Comunicato stampa

La collettiva “UN-OFFICIAL STORIES” presenta al pubblico le opere di sette artisti che con spirito critico guardano, ognuno con il proprio sguardo personale, alle problematiche della nostra società. Le opere in mostra raccontano con grande forza allegorica e trasmutatrice i nostri rapporti con altre culture, indagano verità della storiografia e principi storici, e funzionano per tramite di singole memorie individuali come nuove opportunità di elaborazione storica



Come si può cogliere già dal titolo della mostra, l'attenzione degli artisti non si concentra su verità annunciate ufficialmente attraverso i media e la storiografia, quanto piuttosto su quei racconti sconosciuti, inediti o rimossi che rappresentano spesso l’altra faccia della medaglia.
E proprio all’arte viene attribuito in questo senso un ruolo preminente, ovvero quello di tematizzare la realtà e la sua percezione in modo tale che la complessità del mondo non si dissolva, ma sia resa esperibile. Sottoponendo infatti alla nostra attenzione l’opera d’arte, che parla ai sensi, l'aspetto presumibilmente definitivo di ciò che è reale può infatti assumere una diversa interpretazione, nel momento in cui l’artista formula le proprie idee in modo che suscitino irritazione, risveglino ricordi e tramutino la realtà in poesia.

Gli artisti che partecipano a questa mostra si muovono prevalentemente nell’ambito della scultura, da quella tradizionale all'arte dell’oggetto, dall’installazione alle incursioni performative-oggettuali della video-arte. L'approccio strategico delle singole posizioni, a seconda dell’espressione artistica preferita, emerge dai differenti contesti culturali, personali e tecnici. Ne deriva la scelta di coinvolgere l’osservatore come mezzo per l’interpretazione delle opere, sollecitandolo ad assumere una propria posizione individuale. In quest’ottica la mostra aspira a diventare uno spazio per la condivisione delle proprie esperienze, nel quale vengono offerte molteplici opportunità per osservare e riconoscere il nostro "mondo”.


Sabine Gamper
Curatrice



Artisti in mostra:

La regista afgana Lida Abdul (Kabul, 1973) presenta il suo video In Transit (2008), realizzato in Afghanistan, il cui protagonista è un gruppo di ragazzini locali che cercano di far volare nuovamente un aereo russo abbattuto. Con grande zelo i bambini riempiono i fori dei proiettili presenti sul corpo dell’aereo con fiocchi di cotone e, dopo aver assicurato delle corde alla carcassa, cercano di farla sollevare in aria come fosse un aquilone. Il gioco privo di preconcetti dei ragazzini, come una metamorfosi, si contrappone in modo stridente alla forza distruttrice della guerra e trasmette attraverso immagini poetiche la forza non devastante e profondamente innovativa della speranza in un futuro migliore.

La fragilità del corpo umano e la sua vulnerabilità si manifestano nel gruppo scultoreo L’attimo fuggente di Aron Demetz (Selva Gardena, 1972), un’opera che nasce nel 2010 e appartiene ad una serie di lavori carbonizzati. L'artista interviene qui con la forza del fuoco, distruttrice ma al contempo modellatrice, sulla scultura realizzata inizialmente con le tecniche classiche dell’intagliatore, per cedere poi il processo di creazione della sua opera ad una forza superiore. Un lavoro che acquisisce una potenza sovraordinata in qualità di rappresentazione della sofferenza umana, grazie alla sua vicinanza formale ai cadaveri carbonizzati dell’antica Pompei e al suo collegarsi nel presente ad eventi di guerra, di miseria e di distruzione.

Martin Gostner (Innsbruck, 1957) presenta in mostra una serie di nove lavori in ovatta dentro cubi di plexiglas, dal titolo Ennui - Retter, spiele, Retter (2016), nonché l’opera creata appositamente per la mostra Sem And Ham Dormant (2017). “Ennui” (noia in francese) rimanda al fenomeno della svogliatezza e del tedio diffusi nella società occidentale, che sembra possano essere compensati solo ricorrendo ossessivamente all’intrattenimento e alla distrazione. Questa oscillazione tra depressione e svago caratterizza proprio la generazione dei più giovani, le cui esagerate aspettative nei confronti della vita spesso non trovano più alcun riscontro nella realtà. L’opera Sem And Ham Dormant rinvia invece al racconto biblico dei due figli di Noè come capostipiti dei Semiti e dei Camiti e al perpetuarsi ideologico di questa “guerra privata” in una molteplicità di conflitti etnici fino ai nostri giorni.

Petrit Halilaj (Kosovo, 1986) ha vissuto in prima persona da bambino la guerra nella sua patria e in seguito da adolescente l’esperienza della migrazione. Sono proprio le immagini di questi suoi personalissimi ricordi che l'artista prova a riformulare all’interno le sue opere. In mostra il lavoro PH/I 248, Untitled (Objects) (2009), un insieme composito di tubi, legno, lampade al neon e altri oggetti, visti come momenti frammentari dei ricordi della sua vita da giovanissimo in Kosovo. Si rispecchia in questo lavoro la video-opera They are Lucky to be Bourgeois Hens II, (Kosovo, 2009), che documenta la realizzazione di una struttura in legno a forma di Space Shuttle che Halilaj ha costruito per il pollaio nel giardino della casa dei suoi genitori in Kosovo. Per l’artista il passato non è un concetto irraggiungibile, ma qualcosa che si recupera nel presente sotto forma di surreali seppur poetici interventi e assemblaggi di materiali.

Riccardo Previdi (Milano, 1974) presenta in mostra una nuova versione del suo lavoro OPEN (2017), un’insegna luminosa di grande formato che riceve il visitatore proprio all’ingresso dello spazio espositivo e che è stata ripensata appositamente per questa mostra. L’opera prende spunto dalle tante insegne al neon con la scritta OPEN diffuse in tutto il mondo all’ingresso di negozi, bar, ecc., che vengono usate per segnalare l’apertura e l’operatività di un locale. Utilizzandola come parola chiave contemporanea di una società globalizzata, l’artista concepisce questo “ready-made” di grande formato per segnalare lo scambio a livello globale di merci, messaggi, offerte, forza lavoro, materiali, ed altro ancora. OPEN esprime al contempo un invito e formula una pressante richiesta di reale disponibilità all’apertura di fronte ai movimenti migratori di massa.

Fernando Sánchez Castillo (Madrid, 1970) ha realizzato un nuovo lavoro appositamente per questa mostra: Hidden Liberty, D´après Laboulaye and Bartholdi (2017), una versione in legno della Statua della Libertà statunitense nelle vesti di una donna di colore. Nelle sue opere Sánchez studia attentamente la nascita della memoria culturale e come il potere politico si costituisca per mezzo di racconti e immagini ufficiali. Centrale nella sua produzione è il confronto con tale realtà attraverso la decostruzione di monumenti che l'artista mette in discussione in qualità di strumenti di potere e di autorappresentazione. Simbolo di libertà, indipendenza e in origine anche della fine della schiavitù, la Statua della Libertà è divenuta nel frattempo l’emblema di una “American way of life”. La Liberty dalla pelle scura nell’attuale contesto dell’America di Donald Trump acquisisce significati stratificati, ma mantiene anche un legame con il proprio passato.

Il collettivo Slavs and Tatars (2006) espone qui due lavori dalla serie Reverse Dschihad (2015), due superfici di grande formato a specchio con scritte che riprendono la storia di una particolare relazione politica tra l’imperatore di Germania Guglielmo II e il Sultano ottomano all’inizio del XX secolo. L’imperatore scatenò la prima jihad e fu in questo contesto che fece distribuire nel 1915 a Berlino la rivista propagandistica “El Djihad” , stampata in diverse lingue del Vicino Oriente, a circa 30.000 prigionieri mussulmani in un campo di prigionia locale. Slavs and Tatars vanno spesso alla ricerca di fonti storiche e letterarie come degli archeologi, e con i loro lavori ricchi di humor ma sempre pregnanti si immergono nelle stratificazioni semantiche profonde di religione, potere, lingua e identità.