Two films on

Pescara - 28/06/2013 : 29/06/2013

Un ciclo di proiezioni di quattro suoi artisti. Attraverso testimonianze, interviste e filmati, quattro rappresentanti dell’arte contemporanea raccontano loro stessi ed il proprio lavoro, il proprio modo di vedere, ma anche di specchiarsi nel mondo, di sentire e di pensare la vita.

Informazioni

  • Luogo: VISTAMARE
  • Indirizzo: Largo Dei Frentani 13 - Pescara - Abruzzo
  • Quando: dal 28/06/2013 - al 29/06/2013
  • Vernissage: 28/06/2013 ore 18
  • Generi: serata – evento, cinema

Comunicato stampa

La Galleria Vistamare è lieta di presentare venerdì 28 e sabato 29 Giugno, presso la sua sede in Largo dei Frentani 13 di Pescara, un ciclo di proiezioni di quattro suoi artisti: Pavel Büchler, Joseph Kosuth, Mimmo Jodice ed Ettore Spalletti.
Attraverso testimonianze, interviste e filmati, quattro rappresentanti dell’arte contemporanea raccontano loro stessi ed il proprio lavoro, il proprio modo di vedere, ma anche di specchiarsi nel mondo, di sentire e di pensare la vita.
Gli artisti saranno presenti all’evento.

Pavel Büchler (1952, vive e lavora a Manchester) è artista, docente e scrittore

Riassumendo la sua pratica come "fare accadere il nulla", il suo lavoro si concentra sulla natura catalitica dell’arte e sulla sua capacità di attirare l’attenzione sull’ovvio rivelandolo, in ultima analisi, come inaspettato.
Il film proposto ‘Making nothing happen’ presenta il lavoro, esposto a livello internazionale, dell’artista ceco combinando documentazione audio, installazioni ed anche un commento critico del Professor Craig Dworkin (Università dello Utah).

In un dialogo diretto con l’autore del film, Simon Morris, Buchler ci parla delle sue maggiori influenze in campo artistico e di come autori quali Beckett, Kafka, Cage e Warhol hanno incontrato il suo lavoro, con il tipico stile umoristico concettuale che lo caratterizza.

Vengono discusse ed approfondite alcune sue opere tra cui: ‘You don’t love me, 2007’, ‘Il Castello’, ‘Nodds, 2006’ (quest’ultima precedentemente esposta nella Galleria Vistamare per la mostra ‘A text is a thing’ nel 2011).



Joseph Kosuth (1945, vive e lavora tra Londra e New York) è una figura chiave nella ridefinizione dell’oggetto d’arte, avvenuta durante gli anni sessanta e settanta con la formulazione dell’arte concettuale, la quale mette in discussione le tradizionali forme e pratiche dell’arte nonché le teorie connesse. Per fare questo, Kosuth è stato tra i primi ad adoperare strategie di appropriazione, testi, fotografie, istallazioni e l’uso dei mezzi mediatici. In Kosuth l’arte stessa è fondamentalmente un processo di interrogazione. Di conseguenza, tutti gli aspetti dell’attività artistica sono riconsiderati, dalla funzione degli oggetti al ruolo della mostra stessa e del suo allestimento.

Nel documentario ‘Three Interviews 1975-2008’ , che raccoglie due interviste dell’artista ed una sua conversazione, rilasciate in periodi diversi della sua carriera, Joseph Kosuth parla della sua visione dell’arte contemporanea e della relazione con artisti e filosofi che hanno in qualche modo incontrato il suo lavoro nel corso degli anni, del significato dell’arte, ma anche della responsabilità dell’artista, di come uno spazio, pratico e teorico, deve strutturarsi per creare la realtà e dell “idea” nel suo essere opera d’arte.


Mimmo Jodice vive a Napoli dove è nato nel 1934. Dal 1970 al 1994 è stato docente di Fotografia all'Accademia di Belle Arti di Napoli. Fotografo di avanguardia fin dagli anni Sessanta, attento alle sperimentazioni e alle possibilità espressive del linguaggio fotografico, è stato protagonista instancabile nel dibattito culturale che ha portato alla crescita e successivamente all’affermazione della fotografia italiana anche in campo internazionale. Il suo lavoro gioca sul dualismo tra realtà e immaginazione.
In questo film ‘Fotografia Italiana’, Jodice racconta se stesso e il proprio lavoro, cercando nei luoghi più suggestivi della sua Napoli le origini della civiltà mediterranea. Il tempo che non esiste più, i resti archeologici, gli antichi volti scolpiti nella pietra e il mare, soggetti che da sempre ispirano le sue immagini, vengono analizzati e discussi dall’artista.

Ettore Spalletti (1940, vive e lavora a Cappelle sul Tavo) a partire dalla metà degli anni settanta, ha creato un linguaggio sospeso tra pittura e scultura, in una attenzione rivolta alla luce ed allo spazio, ricordando tanto l’astrazione moderna, quanto le geometrie della pittura rinascimentale. Le sue campiture cromatiche ricoprono forme essenziali che, nell’apparente contenimento entro i propri contorni geometrici, diventano evocative grazie alla qualità della pittura che le informa. I colori che caratterizzano il lavoro di Spalletti sono tenui, sempre attraversati dal bianco del gesso che impedisce loro di bloccarsi in un assetto definitivo, restituendo alle superfici un respiro che rimanda alla vita e alla sua figuratività
Nel film proposto ‘Lo spazio che raccoglie lo sguardo’ (RAI Educational, 2013), di Raffaele Simongini e la regia di Christian Angeli, l’artista, assieme alla moglie e alle sue assistenti, racconta davanti alle telecamere la propria arte, il difficile atto creativo e la sua passione per la pittura. Osservando un quadro di Ettore Spalletti si ha come l'impressione che la sua arte sia vigorosamente declinata al tempo presente e che esprima al meglio la contemporaneità. Ad una attenta lettura del testo visivo, però, si prende coscienza che la forza di Spalletti risiede anche nel fatto che il suo lavoro nasce dall'arte del passato e dalla percezione del paesaggio italiano. Le opere di Spalletti danno l'opportunità di capire come l'arte contemporanea sia una sintesi di tutta l'arte del passato a cui aggiungere le tensioni e le contraddizioni del nostro tempo. Le alchimie cromatiche di Spalletti individuano quattro colori fondamentali del suo universo pittorico ma anche della nostra dimensione esistenziale: l'azzurro dell'atmosfera, in cui viviamo e respiriamo; il rosa incarnato del nostro corpo; il grigio come sintesi cromatica della percezione e infine il bianco, struttura primaria su cui costruire l'opera.
Infine Spalletti insegue da sempre un'utopia: restituire l'essenza del colore nel colore per farlo percepire nell'aria come se ci si trovasse a galleggiare in una dimensione cromatica pura. In sintesi muoversi liberamente dentro un acquario atmosferico costituito da luce e colore.