Turning point

Informazioni Evento

Luogo
SPOT HOME GALLERY
via Toledo, 66 , Napoli, Italia
Date
Dal al

dal lunedì al venerdì, dalle 15.30 alle 19.30 o su appuntamento.

Vernissage
18/05/2024
Generi
fotografia, collettiva
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È un’importante collettiva che riunisce per la prima volta insieme dei  lavori molto conosciuti nel mondo della fotografia contemporanea, ma poco dal grande pubblico, che non sono mai stati esposti a Napoli e alcuni neanche mai in altre parti d’Italia.

Comunicato stampa

Spot home gallery presenta la mostra collettiva Turning point, un
approfondimento sul percorso di cinque dei suoi artisti, attraverso una
selezione di cinque lavori che hanno segnato una svolta decisiva nella loro
vita e nella loro carriera artistica.
Per la prima volta insieme, qui a Napoli, End Time City di Michael Ackerman,
Tractor Boys di Martin Bogren, Paradiso di Lorenzo Castore, Pursuit di
Richard Pak e Cafè Lehmitz di Anders Petersen.
Il turning point a cui ci si riferisce non è una svolta determinata dal successo
che questi lavori hanno riscosso nel mondo della fotografia contemporanea
o dagli innumerevoli riconoscimenti ricevuti, bensì dalla consapevolezza
acquisita in quel tempo da ciascun artista sul senso e sul modo del proprio
fare fotografia e di relazionarsi con il mondo.
Pur se in anni ed età diversi, per tutti, quel periodo della vita dedicato alla
realizzazione del proprio progetto è stato una esperienza emotiva fondante,
che ha orientato in maniera decisiva l’approccio fotografico di ciascuno di
loro.
Mossi da un’insaziabile curiosità e da una necessità profonda, senza dover
rispondere ad alcuna richiesta esterna, se non a se stessi, attraverso la
fotografia, hanno esplorato mondi vicini e lontani, cercandovi corrispondenze
con il proprio mondo interiore, con i propri desideri, i propri dubbi, i propri
pensieri, i propri sogni.
Guidati da un’unica bussola interna, quella della fiducia nelle proprie emozioni
e della fedeltà alla propria esperienza, sono andati avanti con coraggio e
tenacia in un viaggio di conoscenza e crescita che si compie attraverso
l’incontro con l’altro.
Diversa è stata la scelta di soggetti e linguaggi, ma comune l’approccio
e l’intento: questi artisti non mettono una distanza tra sé e il mondo, vi si
immergono con occhi e cuore aperti e ne trascrivono la propria visione
soggettiva.
Grazie a loro la storia della fotografia contemporanea si è arricchita di racconti
visivi poetici e universali che indagano il mistero della vita e la complessità
dei sentimenti umani con profondità e sensibilità.
Cristina Ferraiuolo
Michael Ackerman
End Time City
Benares, India, 1993 - 1997
All’età di 25 anni Michael Ackerman scoprì per la prima volta l’India. Accadde
per caso, nel 1993, vi si fermò durante il suo viaggio di ritorno dalle Filippine,
dove era andato a fotografare i riti della settimana santa. Benares rappresentò
per lui un’esperienza fortissima dal punto di vista visivo ed emotivo. Da allora
in poi vi tornò ogni anno fino al 1997. End Time City, pubblicato da Robert
Delpire nel 1999, vinse il Prix Nadar e lo consacrò come uno dei grandi talenti
nel mondo della fotografia contemporanea per il suo approccio innovativo,
radicale, libero. La sua visione allucinata della città sacra di Benares sfugge
ogni sorta di esotismo o qualsiasi tentativo di descrizione aneddotica per
interrogare il tempo e la morte con uno sguardo sempre libero, sempre ai
limiti del possibile, sempre capace di integrare formati diversi, di coltivare
l’oscurità senza mai sprofondare nella disperazione.
Biografia
Nato a Tel Aviv nel 1967, Michael Ackerman trascorre l’infanzia e la gioventù
negli Stati Uniti, dove la sua famiglia emigra nel 1974. Inizia a fotografare
all’età di 18 anni. Nel 1998 riceve il prestigioso Infinity Award for Young
Photographer dall’International Center of Photography di New York. Nel 2009
riceve lo SCAM Roger Pic Award per “Departure, Poland”.
Tutto il lavoro di Ackerman esplora il tempo e l’atemporalità, la storia
personale e la storia dei luoghi, spinto da un’urgenza esistenziale al tempo
stesso disperata e luminosa, violenta e tenera. Le sue immagini appaiono
deteriorate, danneggiate, ma non per una scelta stilistica, bensì come
rimando analogico all’esperienza, che non è mai incontaminata.
Ha pubblicato 5 libri ed esposto in mostre personali e collettive in tutto il
mondo. Le sue opere sono presenti nella collezione permanente del Museum
of Fine Arts, Houston, Museum of Modern Art e Brooklyn Museum, New York,
La M.E.P. e La Biliothèque Nationale, Paris, tra le altre, oltre che in molte
collezioni private. Attualmente vive tra Berlino e New York.
Martin Bogren
Tractor Boys
Skåne, Svezia, 2010 – 2012
Tractor Boys è il ritratto di un gruppo di adolescenti, in una regione rurale
della Svezia meridionale, dove anche Martin Bogren è nato e cresciuto. Di
notte questi ragazzi, come in un rituale, si riuniscono in un grande campo
deserto e si sfidano a tutta velocità alla guida di vecchie macchine convertite
ad uso agricolo, le Epa-traktor, che la legge consente loro di guidare a partire
dai 15 anni. Tra una corsa e l’altra, ridono, parlano, flirtano, si addormentano,
sicuri e isolati nel loro mondo di gioco prima di crescere e affrontare la vita.
Il fotografo viene accolto in un mondo chiaramente vietato agli adulti e vi
si immerge con pudore, con attenzione e sensibilità, con rispetto, senza
giudicare, come un testimone silenzioso. Le sue immagini sgranate in
bianco e nero evocano ricordi ed emozioni universali che risvegliano sogni
dimenticati nel profondo di noi stessi.
Biografia
Fotografo svedese nato nel 1967, vive tra Malmö e Berlino.
Negli anni ‘90 Martin Bogren sviluppa un approccio personale alla fotografia
documentaria, seguendo musicisti svedesi sul palco, in tour e in studio. Il suo
primo libro The Cardigans – Been It, pubblicato all’apice del successo del
gruppo nel 1996, rivela il suo lavoro e lancia la sua carriera. Martin Bogren
punta però ad andare oltre i lavori su commissione e il campo della musica:
si concentra su un lavoro fotografico più personale trovando una sua scrittura
originale. Racconti intimi, incontri di viaggio, la gioia delle prime scoperte o
lo spleen adolescenziale: attraverso i suoi bianchi e neri sgranati e le sue
immagini in scale di grigi, riesce a combinare un approccio documentario con
una sensibile e poetica espressione della sua visione soggettiva.
Vincitore di numerosi grants e premi, tra i quali il Coup de Cœur ai Rencontres
d’Arles in Francia e lo Scanpix Photography Award in Svezia, autore di
numeri libri pluripremiati, ha esposto in mostre personali e collettive in tutto
il mondo. Le sue opere fanno parte di diverse collezioni prestigiose, tra cui
quelle del Fotografiska Museet (Stoccolma), Oregon Art Museum (Portland)
e Bibliothèque nationale de France.
Lorenzo Castore
Paradiso
L’Avana - Città del Messico, 2001 – 2002
Cuba per Lorenzo Castore è un pretesto. Semplicemente
un momento di vita, di felicità, di scoperta, di piacere. Un
momento della sua vita in cui ha deciso di spingere fino al
limite la sua fotografia. Vivere e fotografare, con onestà,
sia verso se stesso sia verso la gente che incontra, con
la quale entra in relazione, alla quale si affeziona. Egli sa
cosa lo anima – i momenti improbabili, le atmosfere nelle
quali riconosce, ritrova, esprime se stesso. E per fare
ciò sceglie il colore, parte attiva dell’immagine, materia e
sostanza di quel che la fotografia è capace di trascrivere,
ben lontano dal colore sfondo decorativo delle classiche
immagini stereotipo di Cuba. Il libro Paradiso ha ricevuto
il prestigioso premio Leica European Publishers Award
nel 2005 ed è stato pubblicato da sei editori in sei paesi
europei.
Biografia
Nato a Firenze nel 1973. Vive a Roma.
La sua opera, radicalmente intrecciata all’esperienza
personale, è caratterizzata da progetti di lungo termine
che hanno come tema principale il quotidiano, la
memoria e la relazione tra le piccole storie individuali, il
presente e la Storia.
Alcuni suoi lavori: Paradiso, 2001-2002, nato da due
lunghi soggiorni a L’Avana e Città del Messico tra il 2001
e 2002; Nero, 2003-2004, un progetto sui minatori del
Sulcis; Ewa & Piotr, 2007-2013, realizzato a Cracovia,
città dove il fotografo ha vissuto; Ultimo domicilio, 2008
-2015; Glitter blues, 2011 -2019, storia di una comunità
queer a Catania; Land, risultato di una lunga residenza
artistica nel 2018, su invito del Museo di Gliwice. Nello
stesso anno inizia a collaborare con Michael Ackerman
a Photo Divine Studio, un nuovo progetto condiviso
che si svolge in India. Nel 2020 invitato come artista
in residenza dal festival Planches Contact di Deauville
realizza il lavoro “Théo et Salomé”. Nel 2023 è artista in
residenza a Sète su invito del festival Images Singulières.
Ha pubblicato undici libri monografici e realizzato tre
film: No peace without war, diretto con Adam Grossman
Cohen (2012), Casarola (2015) and “W” (2022). Le sue
opere fanno parte di molte collezioni pubbliche e private
e sono state esposte in mostre personali e collettive in
numerosi paesi del mondo.
Richard Pak
Pursuit
Stati Uniti, 2003 – 2009
Richard Pak ha viaggiato negli Stati Uniti ogni anno, tra il 2003
e il 2009, per realizzare il suo lavoro Pursuit. Il titolo allude alla
Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti, che menziona
il diritto di tutti alla ‘vita, alla libertà e alla ricerca della felicità’. Ha
scelto di focalizzarsi su due Americhe: quella della classe media,
che vive il “sogno americano”, universalmente accettato, e quella
del “piccolo popolo” ai margini di questo miraggio, che vive nelle
sue case mobili sempre immobili, l’America che popola i racconti di
Raymond Carver. Anche i temi sono in parte ispirati ad una certa
letteratura americana e al cinema della New Hollywood, di cui il
fotografo non nasconde di essere un appassionato. La coppia, la
separazione, la dipendenza sono i leitmotiv di questa narrazione a
più livelli, intessuta di un immaginario che è chiaramente americano
nella sua forma più riconoscibile. Tuttavia il suo obiettivo primario è
l’esperienza dell’incontro e della vicinanza con l’altro, per condurci
nel cuore di una finzione modellata sulla vita reale: una storia la cui
fonte è autobiografica.
Biografia
Artista multidisciplinare nato in Francia nel 1972.
La fotografia è la sua forma espressiva, ma spesso vi affianca video
e scrittura. Che l’approccio sia sperimentale e plastico, classico e
documentaristico, sociologico e narrativo, Richard Pak afferma la
sua libertà di scrittura.
Il filo conduttore della sua ricerca artistica è osservare come vivono i
suoi contemporanei e rappresentarne la “lotta per la vita”.
Negli ultimi anni la sua ricerca si è concentrata anche sul tema del
paesaggio, dando vita a un’antologia sullo spazio insulare. Il primo
capitolo di questo ciclo, Les îles du désir, ci porta a Tristan da Cunha,
nell’Atlantico meridionale (serie The Firm), il territorio abitato più
isolato del mondo, un tentativo di “eutopia” che risale a due secoli fa.
Il secondo capitolo, L’archipel du troisième sexe, prodotto nell’ambito
della “Grande Commande Photographique” del Ministero della
Cultura, guidata dalla Bibliothèque Nationale de France, si svolge
a Tahiti, in Polinesia, dove egli ritrae le rae-rae, che da lungo tempo
trasgrediscono la frontiera biologica tra i sessi. Il terzo capitolo, L’île
naufragée, vincitore del “Prix Photo & Science 2021, è ambientato
sull’isola di Nauru, in Oceania, dove lo sfruttamento di un giacimento
di fosfati, scoperto all’inizio del secolo scorso, ha trasformato l’isola
dal paese più ricco del pianeta negli anni Settanta a uno dei più
poveri oggi; in questa serie l’artista decide di sperimentare l’uso di un
derivato del fosfato per “sacrificare” i suoi negativi come loro hanno
sacrificato la loro isola.
Le sue fotografie sono presenti in collezioni pubbliche e private, tra
cui quelle della Bibliothèque Nationale de France, della Neuflize
OBC, dello Château d’Eau di Toulouse. Ha esposto in numerose
mostre personali e collettive in tutta Europa.
Biografia
Anders Petersen è un fotografo svedese nato a Stoccolma nel 1944.
Dal 1966 al 1968 studia fotografia con Christer Strömholm, diventando non
solo uno dei suoi migliori studenti ma anche uno dei suoi più cari amici e
assorbendo dal grande maestro scandinavo un approccio alla fotografia fatto
di una tensione tra disciplina inflessibile, sincerità assoluta e libertà.
Nel 1967 inizia a fotografare al Café Lehmitz. Il progetto, finito nel 1970, dà
origine a un libro che sarà pubblicato otto anni dopo, nel 1978, da Schirmer /
Mosel in Germania, divenuto uno dei libri più venerati di tutti i tempi. Durante i
dieci anni successivi, Petersen inizia un lavoro a lungo termine in dei contesti
chiusi. Nel 1984 esce il primo libro di questa trilogia, Fängelse, dedicato al
suo progetto in un carcere di massima sicurezza, all’interno del quale vive
per un lungo periodo. Seguiranno le pubblicazioni del suo lavoro all’interno di
una casa di riposo, Rågång till kärleken (1991), e di un ospedale psichiatrico,
Inger har sett allt (1995). Il lavoro successivo di Anders Petersen dagli anni
2000 ad oggi assume sempre più la forma di un diario, basato su incontri
visivi nei diversi luoghi del mondo che esplora, Okinawa, Valparaiso, Soho
a Londra, Sète, Roma, Parigi, Stoccolma, Napoli. Si rafforza la sua visione
personale e intima della fotografia documentaria espressa attraverso l’uso di
un bianco e nero struggente e fortemente contrastato.
Anders Petersen ha pubblicato più di 40 libri e vinto numerosi premi, tra i
quali: The Arles Photographer of the Year Award, 2003, Dr. Erich Salomon
Award of Deutsche Gesellschaft für Photographie, 2008, Paris Photo e
Aperture Foundation Photo Book of the Year Award, 2012, per City Diary, il
Lennart af Petersen’s prize, 2019.
Le sue opere fanno parte delle collezioni di Fotografiska Stockholm, The
Museum of Modern Art, New York, Hasselblad Center, Göteborg, Bibliothèque
Nationale de France, Centre Pompidou e M.E.P., Paris, Museo d’Arte
Contemporanea, Roma, Museum of Fine Arts, Houston, Moderna Museet,
Stockholm, Museum Folkwang, Essen e Fotomuseum Winterthur, tra le altre.
Dal 1969 il suo lavoro è stato esposto regolarmente in mostre personali e
collettive in tutto il mondo.