Tracce nella nebbia

Torino - 30/10/2013 : 22/11/2013

La mostra collettiva "Tracce nella nebbia" propone una geografia artistica che ha come centro il centro mobile delle prospettive contemporanee sul concetto di essere umano.

Informazioni

  • Luogo: GALLERIA OBLOM
  • Indirizzo: Via Giuseppe Baretti 28 (10125) - Torino - Piemonte
  • Quando: dal 30/10/2013 - al 22/11/2013
  • Vernissage: 30/10/2013 ore 18,30
  • Curatori: Fabrizio Bonci
  • Generi: arte contemporanea, collettiva
  • Orari: da martedì a venerdì ore 16-20; sabato su appuntamento

Comunicato stampa

Tracce nella nebbia

Si potrebbe forse dire che una mostra è anche una mappa, il risultato di un'operazione di cartografia attraverso la quale sono stati cercati e individuati percorsi e cammini possibili, magari incerti, non permanenti e non necessariamente visibili da un punto di vista zenitale. La quindicesima mostra della galleria Oblom propone una personale, contingente e obliqua geografia artistica, che ha come centro il centro mobile delle prospettive contemporanee sul concetto di essere umano

I lavori degli artisti della mostra, fannidada, Carlo Gloria, Caterina Scala e Valter Luca Signorile gravitano intorno a questa zona d'ombra e d'indecisione in cui si collocano le domande su che cosa sia e che cosa possa essere l'esistenza umana nel mondo odierno, attraversato dalle fratture di una tettonica wegeneriana della quale è impossibile prevedere le nuove configurazioni. E, in un certo modo, da questo centro vuoto e incerto di intersezione di prospettive diverse, le ricerche dei quattro artisti prendono direzioni che generano uno spazio di riflessioni possibili, orientate secondo vettori divergenti.
Nel lavoro di fannidada, Fanni Iseppon e Davide Giaccone, un'installazione video, che ha come titolo un verso di Neruda, "C'è tanta gente che fa domande dappertutto", osserviamo una successione di volti, moltiplicati sugli schermi del TetraVideo Box, quattro steli di metallo composti di schermi a cristalli liquidi sovrapposti. Le immagini sono state riprese dagli artisti, mediante una telecamera montata su una bicicletta, in una via centrale torinese adibita ad area pedonale. I volti pensierosi e, in alcuni casi, apparentemente sofferenti, della folla in cammino nelle due direzioni della via, sono sospesi nello spazio virtuale di un'immagine formata secondo il metodo, tipico del lavoro dei due video artisti, di rielaborazione analogica dell'immagine video, segnata dall'intervento di fenomeni di disturbo casuali ottenuti mediante la manipolazione di diversi materiali. Il risultato estetico dell'installazione, cupa e quasi, se vogliamo, funeraria nella sua forma che potrebbe alludere ad avveniristiche lapidi cimiteriali, è di grande suggestione. Osservando i volti della folla di via Garibaldi, incerti e inquieti, smarriti nello spazio di un'immagine disturbata e in qualche modo disturbante, ci troviamo ad affrontare un quesito complesso che i due artisti ci pongono, attraverso la loro poetica fatta di trasformazioni casuali di segnali elettronici, sulla nostra natura di incognite individuali inserite in sistemi sempre più complicati, mutevoli e irregolari.
Il problema della natura individuale e della relazione tra l'individuo e la folla, tra l'individuo e la massa, e tra l'individuo e le sue molteplici immagini riflesse nel gioco di specchi della società della comunicazione è presente anche nell'opera di Carlo Gloria, dove tuttavia è declinato in altro modo. Nel corso del suo lavoro di artista, Gloria ha messo in atto, in forme differenti, brillanti sperimentazioni che analizzano e scompongono i meccanismi e i codici che costruiscono la nostra identità, come, ad esempio, nei suoi autoritratti fotografici, dove l'individualità si moltiplica in una ripetizione ironica e felicemente narcisistica, ma dove forse c'è anche il presagio di una crescente predisposizione nella società contemporanea alla moltiplicazione e alla scissione della propria personalità in risposta a esigenze sociali nuove e discordanti, in una dinamica dell'identità che può apparire tanto liberatoria quanto schizofrenica. Nei lavori esposti dall'artista nella presente mostra è raffigurata invece un'umanità indistinta e sfuocata, ottimisticamente disponibile, nella sua natura collettiva e individuale, ad accettare e ad assimilare codici, segni, linguaggi, forme e contenuti diversi, così come a essere intercambiabile nella sua natura di variabile vuota e ricettiva.
Le opere di Caterina Scala e di Valter Luca Signorile ci propongono invece un'esplorazione verticale, anziché orizzontale, di aree differenti della sfera dell'esistenza, intimamente connesse, secondo una certa prospettiva, con l'unicità del singolo essere umano, piuttosto che con la sua pluralità di essere sociale immerso in un insieme di relazioni.
Caterina Scala con il suo lavoro fotografico sui giocattoli scende lungo un suo cammino estremamente originale attraverso i labirinti della memoria verso quella regione sotterranea e fondante dell'essere umano che è l'infanzia. La sua è una discesa onirica e rammemorante, in compagnia di piccoli fantasmi fossili di plastica, inquietanti, divertenti, muti, sospiranti, ironici o paurosamente seri, verso un centro originario e, se vogliamo, divino, atemporale, infelice e singolare, nascosto sotto le sedimentazioni e gli strati minerali del tempo.
Nella serie di lavori, performance e video di Valter Luca Signorile, intitolati "Il velo" con un riferimento al velo posto nel tempio ebraico a separazione del sancta sanctorum dal resto del tempio, troviamo invece la verticalità di una trascendenza che si proietta come una frattura invalicabile sul piano di una ricerca impossibile e negata. E nell'impasse radicale di Signorile, nella possibilità che si rivela impossibile, nel circuito fallimentare di un movimento immobile, scorgiamo accenti kafkiani e l'indicazione di una direzione e di un destino senza coordinate. Così, nell'esordio del romanzo, all'agrimensore K. appare il Castello: "Il villaggio era immerso in una spessa coltre di neve. Non si riusciva a vedere la collina, nebbia e oscurità la circondavano, neanche il più debole bagliore di luce indicava il Castello".
Fabrizio Bonci