This is the way Step inside!

Milano - 20/11/2014 : 27/03/2015

L’invito è di guardare queste opere con uno sguardo nuovo, riscoprire in esse quelle qualità estetiche non necessariamente consolanti ma evidentemente importanti per l’artista che le ha formulate.

Informazioni

Comunicato stampa

Che cos’è la paura esattamente?
E’ quel sentimento che ci paralizza e contemporaneamente ci sprona all’azione. E’ quel qualcosa che ci spinge, la domenica, a scorrere con un sottile piacere colpevole i necrologi sul Corriere. Cosa proviamo quando vediamo un dito scorrere sulla pagina di un registro scolastico? E’ strumento di controllo. Sentimento irrazionale e personale per eccellenza, ognuno di noi ha il proprio catalogo di fobie. Sulle prime pagine dei giornali ci viene ricordata quotidianamente la paura della morte, la paura del contagio, la paura della crisi, ecc

Eppure questo sentimento è stato per secoli un combustibile per la nascita di opere d’arte tra le più famose.
La chiese sono stracolme di immagini per incutere il terrore dell’Inferno, esaltando, con l’aiuto dei migliori artisti, un catalogo di atrocità tra i più completi della storia del masochismo. Teste di profeti offerte vengono tranquillamente offerte su piatti d’argento, adolescenti dal volto angelico piantano con la massima naturalezza chiodi nelle tempie di guerrieri addormentati o stendono giganti con una sassata in fronte. Le scene di caccia, le enormi tele con montagne di animali morti o i banchi di macelleria con frattaglie appese e grembiuli insanguinati non ci sono forse familiari?
Questi sono i soggetti che riempiono nella maggior parte dei casi i musei mondiali, per secoli sono stati appesi nelle case, li abbiamo visti a pranzo e cena, affollano le pagine dei romanzi che riempiono gli scaffali delle nostre librerie. Non sono forse stati esibiti con orgoglio? Nella maggior parte dei casi ci si riferisce ad essi con aggettivi al superlativo: Nessuno oggi guardando una Giuditta di Caravaggio oserebbe manifestare il proprio schifo. Eppure l’orrore è chiaramente dipinto sul volto della nutrice che si appresta a raccogliere la testa di Oloferne. Allora perché un’opera contemporanea suscita tanta diffidenza, e soprattutto sembra che sia una gara sfrenata nell’inventare paragoni tra i più dispregiativi? Non siamo più capaci di leggerne i contenuti? Eppure i media ce lo spiegano con dovizia di particolari ogni giorno: tutti i giorni ormai ci capita di imbatterci in tute bianche antisettiche, protocolli di profilassi quindi perché stupirsi di trovare gli stessi su di una tela? Non ne veniamo attratti?

La risposta è semplice: abbiamo paura.

Quindi, come già avevano capito i greci prima di noi, l’unico modo per venirne a capo è dare un nome alle nostre paure, provocare una catarsi e ricominciare ad appendere con orgoglio queste opere in salotto per goderne appieno.
La mostra raccoglie alcune delle opere che negli anni abbiamo esposto o collezionato o prodotto con entusiasmo e che hanno invece suscitato nello spettatore (con nostra costernazione) un sentimento opposto di disagio .
L’invito è di guardare queste opere con uno sguardo nuovo, riscoprire in esse quelle qualità estetiche non necessariamente consolanti ma evidentemente importanti per l’artista che le ha formulate.

THIS IS THE WAY, STEP INSIDE!
Marina Abramovic, Luca de Angelis, Gabriele Arruzzo, Maurizio Cannavacciuolo, Arianna Carossa, Nan Goldin, Fausto Gilberti, Andrea Mastrovito, Michelangelo Pistoletto, Andres Serrano, Andy Warhol.

Opening 20 Novembre 2014 ore 18.00
Via Porro Lambertenghi 3T
lun-ven 14-19 sabato su appuntamento



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PRESS RELEASE




Galleria Giuseppe Pero is pleased to announce the group show

THIS IS THE WAY, STEP INSIDE!
Marina Abramovic, Luca de Angelis, Gabriele Arruzzo, Maurizio Cannavacciuolo, Arianna Carossa, Nan Goldin, Fausto Gilberti, Andrea Mastrovito, Michelangelo Pistoletto, Andres Serrano, Andy Warhol.


Just what exactly is fear?
It is that feeling that paralyzes us, and at the same time urges us to act. That something that prompts us, on Sundays, to browse through the obituaries in the local newspaper, with subtle guilt-ridden satisfaction. What do we feel when we see a finger trail its way down a list of names on a school register? We sense an instrument of control. An irrational, personal sensation par excellence, one of the possible entries in the catalogue of phobias of each of us. The front pages of newspapers remind us every day of the fear of death, of contagious disease, of economic disaster, etc. Yet this emotion, for centuries, has fueled the creation of some of the most famous artworks.
Churches are packed with images designed to evoke the terror of hell, displaying – with the help of the finest artists – a catalogue of atrocities, among the most complete in the history of masochism. Heads of prophets are nonchalantly offered on silver platters, angel-faced teenagers suavely drive nails into the temples of drowsing warriors, or knock giants to the ground with a stone to the brow. Aren’t hunting scenes, enormous canvases showing mountains of dead animals, or butcher shops with dangling innards and blood-stained aprons, all familiar sights?
These subjects abound, in most cases, in the world’s museums; for centuries they have hung on the walls of homes. We have seen them at lunch and at dinner. They return again and again on the pages of the novels lined up on the shelves of our bookcases. Are they not, perhaps, displayed with pride? We generally refer to them using superlative adjectives: looking at a Judith by Caravaggio, no one would dare to display revulsion today. Yet the horror is clearly depicted on the face of the widow as she prepares to cut off the head of Holofernes. So why should a contemporary work on such a theme provoke such disdain, such a contest to come up with the most disparaging comparisons? Are we no longer able to interpret its content? The mass media painstakingly explain it all in detail, every day: every day we are confronted with antiseptic overalls, protocols of prevention. So why should we be amazed if we see then on canvas? Do they not attract us?

The answer is simple: we are afraid.

Therefore, as the Greeks already understood long before us, the only way to get to the bottom of this is to give a name to our fears, to bring about a catharsis and to proudly display these works in the parlor, to enjoy them to the fullest.
The exhibition gathers together some of the works we have enthusiastically shown or collected or produced over the years, works that have triggered an opposite reaction of dismay in the viewer, to our great consternation.
What we urge is to look at these works with a new gaze, to rediscover those not necessarily comforting aesthetic qualities that were clearly important for the artists who made them.