The Track of the Current Flow

Città della Pieve - 21/12/2014 : 17/01/2015

Quattro artisti e tecniche diverse: Bellavista, Amato, Pettit e Schoneveld, non nuovi ad una stretta collaborazione fra loro.

Informazioni

Comunicato stampa

Quattro artisti e tecniche diverse: Bellavista, Amato, Pettit e Schoneveld, non nuovi ad una
stretta collaborazione fra loro.
La mostra è un racconto scandito nei tempi, nel ritmo e nelle sequenze numeriche delle
opere.
Dalle immagini di Amato, in “accordo” ai tratti dei dipinti di Pettit, dove segni o microsolchi
sonori producono un’eco biologico, fino alle tracce di Schoneveld che ripercorrono
un’iconografia classica da “Viaggio in Italia”, fino ai filmati di Veronique Bellavista, dove eventi
Pievesi sono rivisitati in chiave poetica


The Track of the Current Flow
La traccia del flusso corrente
Four artists and four techniques: Bellavista, Amato, Pettit, and Schoneveld, not new to artistic
collaboration. In past exhibits they have held a dialogue of time, in rhythms, and in the
numerical sequences of the works.From the images of Amato, in accord with the marks in
Pettit’s paintings, where signs and microtracks of sound produce a biological eco; to the trails
of Schoneveld that trace the classical iconography of the “Grand Tour,” to the videos of
Veronique Bellavista, where events of Città della Pieve are poetically revisited.

Tanja Lelgemann
Da quale flusso corrente sono uniti i quattro artisti presentati da questa mostra, le cui
origini e interessi sono quanto mai diversificati? E quali tracce lasciano o seguono in
questa occasione a Palazzo della Corgna?
A scene notturne di violenza e guerra dalle identità volutamente non definite, estratte
dalla cronaca di cui i mass media ci inondano quotidianamente, Veronique Bellavista
contrappone immagini paesaggistiche infinitamente poetiche nella loro semplicità: pochi
uccelli si stagliano su un cielo dalle formazioni di nuvole sempre diverse. Le variazioni
minime di un paesaggio celeste che muta, da un’immagine all’altra, ogni tanto con
qualche chioma di albero colto come un elemento casuale, ci rivelano la bellezza del
momento. La minuziosa osservazione del mondo circostante è propria di tutto il lavoro
dell’artista svizzera che basa la sua riflessione sull’immigrazione intesa come condizione
costante della maggior parte dell’umanità, tema che nel passato ha trattato più
esplicitamente. La dialettica di queste immagini è priva di implicazioni politiche. Per
Veronique Bellavista l’arte offre conforto nella bellezza, non solo in senso estetico ma
anche antropologico. Le sue fotografie come i suoi video, mezzo che utilizza da pochi
anni, diventano così poesie dell’umanità.
Se Veronique Bellavista ci riconduce con discrezione a realtà facilmente dimenticabili, Serafino Amato, con la sua passione per l’impercettibile, ci mette a confronto con un
mondo nel quale siamo sommersi da immagini dei generi più svariati. Nelle radici
fotografate dall’artista 10 anni fa in un bosco del Trentino, con il suo obiettivo sempre
alla ricerca di una poetica dell’invisibile, ritroviamo gesti ancora più minimali di quelli
osservati nelle immagini della Bellavista.. Settantacinque radici di alberi che diventano
simbolo di 75 anni di vita di un uomo, l’albero con i suoi cerchi di anni vissuti come
metafora per eccellenza del tempo della vita, del tempo che passa. Nell’incessante
esplorazione dell’universo sia fisico che mentale, Serafino Amato cattura dettagli minimi
che suscitano riflessioni essenziali, spesso sintetizzate in parole e abbinate alle immagini
in forma di note di diario lapidarie sottilmente ironiche.
Il legame stretto con la parola accomuna il lavoro di Serafino Amato che fonda le sue
origini professionali nell’arte drammatica, con quello dell’artista americano William
Pettit, allo stesso tempo poeta, pittore, scultore, musicista, fotografo e videoartista.
Dall’ossessiva ripetizione di linee verticali scaturisce un ritmo molto incisivo ed energico
da ricondurre alla sua passione per la musica e che contemporaneamente rappresenta un
segno archetipico primordiale. Il gusto per l’arcaico è accentuato dalla tecnica usata:
l’inchiostro nero di seppia a colatura, un procedimento nato 3000 anni fa. L’elemento
arcaico è presente nella sua intera ricerca artistica che include anche diverse tecniche
tradizionali come l’affresco e il disegno accademico. La sua visione anarchica del mondo
evidenzia che la differenziazione tra astratto e figurativo nonché tra generi e tecniche è
inesistente. Attualmente residente nei Monti della Sabina, l’artista ha sviluppato il suo
approccio artistico a stretto contatto con la natura, un aspetto questo che accomuna i
quattro artisti di questa mostra.
Gli scatti di Jochem Schoneveld raffigurano infatti dettagli di sottobosco della Tuscia.
Lavorando in Italia da 10 anni, il fotografo olandese si iscrive nella tradizione dei suoi
predecessori nordeuropei e del loro “Grand Tour”, cioè il viaggio di studio in Italia
durante il quale nascevano, oltre a copie dei capolavori dei maestri classici, disegni e dipinti dei paesaggi che il nostro artista ha ricomposto nel loro aspetto odierno.
Schoneveld si interessa a come i paesaggi sono stati alterati dall’uomo nei secoli, e con
sguardo analitico scova i residui della storia creando immagini dalla forte identità. Le
immagini oggettive, dall’atmosfera nitida, quasi fredda, rivelano il suo spirito di
esploratore minuzioso che arriva dal Nord Europa, che esamina e allo stesso tempo resta
affascinato dal mondo mediterraneo e dalla sua storia.
L’esplorazione della natura intesa non come interesse puramente estetico ma come base
di un’indagine antropologica unita a un senso minimalista, è al centro della ricerca dei
quattro artisti presenti in questa mostra che non per caso è stata allestita in uno dei
paesaggi più suggestivi e pittoreschi d’Italia. Gli artisti, sia pure solitari e autonomi nel
loro lavoro, sedotti da un luogo particolarmente congeniale alle loro tematiche e interessi,
si incontrano qui nella necessità di confrontare e condividere le loro esperienze.