Stretching the Body

Torino - 05/11/2021 : 30/01/2022

Stretching the Body riunisce dieci artiste internazionali che riflettono sul tema della figura umana attraverso il medium della pittura.

Informazioni

  • Luogo: FONDAZIONE SANDRETTO RE REBAUDENGO
  • Indirizzo: Via Modane 16 - Torino - Piemonte
  • Quando: dal 05/11/2021 - al 30/01/2022
  • Vernissage: 05/11/2021 ore 18.30
  • Generi: arte contemporanea, collettiva
  • Biglietti: Intero €7 Ridotto €5 Studenti e maggiori di 65 anni Gruppi €6 minimo 10 persone Free Minori di 12 anni Insieme per l’Arte Abbonamento Torino Musei Giornalisti Membri ICOM CONVENZIONI

Comunicato stampa

La mostra collettiva Stretching the Body riunisce un gruppo di artiste internazionali che
riflettono sul genere del ritratto e sul tema della figura umana attraverso il medium della
pittura. Prendendo le distanze dal canone della rappresentazione del corpo femminile
nella tradizione pittorica occidentale, le artiste in mostra, attraverso una molteplicità di
strategie stilistiche, mettono in gioco temi quali la razza, l’identità di genere, le relazioni di
potere, la memoria e la conoscenza che passano attraverso l’esperienza corporea


Allungato o deformato, astratto o costruito geometricamente, il corpo è al centro
dell’indagine artistica e della sperimentazione formale, ed emerge come spazio conteso, di
conflitto tra definizioni e appartenenze, in cui i limiti tra soggetto e oggetto vengono
continuamente rimessi in discussione.
La mostra include opere di dodici artiste di diverse generazioni e provenienze geografiche:
Giulia Andreani (Italia, 1985), Louise Bonnet (Svizzera, 1970), Jaclyn Conley (Canada, )
Celeste Dupuy-Spencer (Stati Uniti, 1979), Jana Euler (Germania, 1982), Mernet Larsen
(Stati Uniti, 1940), Wangari Mathenge (Kenya,1973), Jill Mulleady (Uruguay, 1980),
Christina Quarles (Stati Uniti, 1985), Avery Singer (Stati Uniti, 1987), Anj Smith
(Inghilterra, 1978), Ambera Wellmann (Canada, 1982), Rose Wylie (Inghilterra, 1934).
La condizione femminile, l’oblio di alcune figure all’interno della storia e la funzione politica
delle immagini sono alcuni dei temi al centro della ricerca di Giulia Andreani (Italia, 1985),
le cui opere si offrono allo sguardo come reminiscenze remote e al contempo attuali.
Louise Bonnet (Svizzera, 1970) è nota per la creazione di figure umane dalle fattezze
esagerate, grottesche e fuori scala. I corpi dei suoi personaggi appaiono stirati, e
sembrano riflettere un disagio disturbante, uno stato psicologico inquieto che fa contorcere
le loro membra.
Jaclyn Conley (Canada) produce versioni contemporanee della pittura storica, ritraendo
figure di soggetti ordinari a una scala monumentale. Ispirata da immagini iconiche della
storia dell'arte e della fotografia, Conley riflette sull'esperienza umana e sulla nozione di
progresso sociale.
La vita e le esperienze biografiche sono fondamentali nella produzione di Celeste Dupuy
Spencer (Brooklyn, 1979), che dipinge unendo immagini fotografiche, memoria e
immaginazione, dando vita a un microcosmo in cui storia personale e collettiva si
intrecciano.
La ricerca di Jana Euler (Friedberg, 1982) si focalizza sulle relazioni tra i soggetti e lo
spazio circostante, inteso in senso fisico, sociale ed istituzionale, e indaga come la loro
identità sia strettamente influenzata e formata dal contesto. Le sue opere, che appaiono al
contempo grottesche, immaginifiche e iperrealiste, producono un universo eterogeneo e di
continue connessioni.
Lo stile pittorico di Mernet Larsen (Houghton, 1940) è caratterizzato dalla predilezione per
le linee geometriche sia nella costruzione dei soggetti, da lei chiamati personaggi, sia degli
spazi, caratterizzati da un costrutto prospettico complesso, frutto di molteplici influenze tra
cui Costruttivismo russo, arte orientale e rinascimentale.
La costruzione dell’identità è il soggetto più frequente nella produzione di Wangari
Mathenge (Kenia, 1973). Il desiderio di riappropriarsi della rappresentazione della
condizione afrodiscendente contemporanea, frequentemente collegata al concetto di
migrazione e diaspora, porta l’artista ad infondere nei suoi soggetti dignità, umanità e un
desiderio di riscatto.
I dipinti di Jill Mulleady (Uruguay, 1980) mescolano i registri della bellezza e dell'orrore,
della quiete e della violenza, attraverso scene fantasmatiche, cariche di riferimenti
allegorici e popolate da figure e corpi resi in toni macabri.
La pratica pittorica Christina Quarles (Chicago, 1985) punta a demolire una concezione
fissa e definita di corpo e identità, mostrandoli come molteplici e frammentati. Soggetti
ricorrenti nei suoi dipinti sono corpi spesso non finiti e delimitati da silhouette,
rappresentati in uno stato liminare tra genere e razza, rimandando così alla condizione di
spaesamento e queerness a cui l’artista sente di appartenere.
La relazione tra tecnologia e pittura è al centro della pratica di Avery Singer (New York,
1987). Digitale e analogico vengono uniti nella metodologia dell’artista sia a livello stilistico
sia contenutistico, per dar vita a opere dove la griglia e soggetti costruiti geometricamente
interagiscono con rimandi alle avanguardie storiche e riferimenti a topoi della cultura
artistica e letteraria.
Attraverso molteplici fonti e l’unione di generi differenti, quali il ritratto, la natura morta e il
paesaggio, i dipinti di Anj Smith (Kent, 1978) affrontano tematiche personali ed
esistenziali, in cui la condizione umana contemporanea viene indagata attraverso le paure,
le pulsioni e la finitudine che la caratterizza.
La pratica di Ambera Wellmann (Lunenburg, 1982) è incentrata sulla rappresentazione
del desiderio e dei corpi femminili, visti come soggetto e non come prodotto dell'autorialità
maschile. Fondamentale nel suo lavoro è lo studio e l’appropriazione del nudo nella storia
dell’arte, ora mostrato da una prospettiva femminista e non eteronormativa.
Rose Wylie (Kent, 1934) crea dipinti dal forte aspetto materico in cui pennellate scarne e
veloci si uniscono alla pratica del collage. Elementi stilizzati ma al contempo iconici,
spesso ironici e provocatori, sono il risultato di un processo di appropriazione di diverse
fonti, che dà vita a opere il cui stile ricorda il disegno infantile e l’outsider art.