Stefano Ronci – In latenza
Per l’artista il viaggio coincide con un ritorno a un nucleo personale, a uno spazio interiore in cui l’esperienza viene rielaborata. L’opera nasce da questa risalita e si definisce come processo aperto, capace di conservare al proprio interno una trasformazione ancora possibile.
Comunicato stampa
STEFANO RONCI
IN LATENZA
Cresciuto in una terra in cui l’acqua incontra la solidità della costa, Stefano Ronci ha interiorizzato fin dall’origine una geografia mobile. L’orizzonte — quella linea che separa e insieme congiunge cielo e mare — non è per lui un’immagine da contemplare, ma una condizione percettiva: è un confine che si ridefinisce continuamente.
È in questa esperienza che si forma la sua idea di arte. Per l’artista il viaggio coincide con un ritorno a un nucleo personale, a uno spazio interiore in cui l’esperienza viene rielaborata. L’opera nasce da questa risalita e si definisce come processo aperto, capace di conservare al proprio interno una trasformazione ancora possibile.
Il confine, nella ricerca di Ronci, non è barriera. È una condizione operativa, una modalità attraverso cui diventa percepibile ciò che emerge senza essersi ancora fissato. È uno stato di latenza, una tensione silenziosa che attraversa la materia prima di ogni fissazione definitiva.
Ed è in questa tensione trattenuta che si concentra il nucleo più fertile della sua ricerca.
Nelle grandi superfici estroflesse la pittura abbandona la neutralità del piano per incurvarsi e dilatarsi nello spazio. I cosiddetti Paesaggi molli assumono la condizione instabile del paesaggio senza tradurla in rappresentazione descrittiva. La materia sembra ancora in fase di assestamento, come se l’immagine si stesse formando sotto lo sguardo. Il perimetro orienta l’opera nello spazio e la mette in relazione con l’ambiente, facendo del limite una soglia percettiva.
Una dinamica analoga attraversa le superfici appannate dal vapore nel ciclo di Condense. I segni tracciati con le dita emergono e si dissolvono; l’immagine si forma e si ritrae nello stesso tempo.
Nulla si deposita come definitivo. Il passaggio tra presenza e assenza si configura come processo che si rinnova nell’interazione, facendo emergere l’opera come evento.
In ProPri la riflessione si concentra in un elemento compatto e apparentemente irrevocabile: una tavola in marmo incisa con la scritta “proprietà privata”. La lastra è spezzata; la parola si interrompe e si ricompone nella frattura come “Pro Pri”. La solidità del materiale non garantisce più stabilità semantica. Quel limite che delimita e separa si incrina. La frattura non distrugge: disloca il senso, mostrando la fragilità di ciò che si presenta come definitivo.
Questa incrinatura si estende dal linguaggio al territorio. Nella serie delle Mappe la geografia prende forma attraverso sovrapposizioni, interventi cromatici e applicazioni di foglia d’oro che ne modificano la lettura. L’oro si deposita sulla superficie come una presenza luminosa che interrompe la linearità del tracciato e introduce scarti, deviazioni, aperture. I confini non scompaiono, ma perdono rigidità; il disegno si fa instabile e rivela la natura convenzionale dei confini. La mappa, da strumento di orientamento, diventa così luogo di interpretazione, superficie in cui il territorio resta sospeso, esposto a continue possibilità di ridefinizione.
Una tensione più sottile attraversa Costituzione cromatica, libro dipinto ad aerografo, pagina dopo pagina, e il testo immerso nel colore; il libro giuridico conserva la propria struttura mentre la progressione cromatica si sviluppa senza cesure e la soglia tra un tono e l’altro si configura come passaggio continuo. L’oggetto resta sospeso in una latenza visiva che ne ridisegna la percezione.
Con l’installazione delle bandiere intitolata Maastricht la riflessione prende forma nello spazio. Il titolo richiama una fase storica di ridefinizione dei confini europei e ne traduce il significato in esperienza visiva. I drappi si offrono come superfici mobili: le campiture cromatiche e le variazioni materiche suggeriscono una condizione di trasformazione continua. La bandiera, tradizionalmente legata all’idea di appartenenza territoriale, assume qui la forma di un segno attraversato dal mutamento. Il confine geopolitico si manifesta come processo.
La ricerca può essere letta alla luce della riflessione fenomenologica di Maurice Merleau-Ponty: per il filosofo francese il visibile non è un dato chiuso e oggettivo, ma qualcosa che si costituisce nell’incontro tra corpo e
mondo. La percezione è relazione e ogni apparire implica una dimensione di reversibilità: ciò che si mostra porta con sé una parte non ancora data, un invisibile che lo attraversa. Nelle superfici estroflesse l’immagine
si definisce nel rapporto con lo spazio che la circonda, assumendo una presenza che dipende dalla posizione e dallo sguardo. In Condense Ronci riproduce il gesto di una traccia disegnata sul vapore e ne arresta l’evanescenza. L’opera trattiene l’istante della scomparsa e rende visibile la soglia tra apparizione e dissoluzione. Il confine si configura come luogo di relazione, in cui visibile e invisibile si determinano reciprocamente.
Le opere in mostra condividono una medesima condizione di sospensione attiva. Superfici, fratture, progressioni cromatiche e segni trattenuti nel tempo rendono visibile un momento di equilibrio instabile, in cui ciò che appare conserva ancora la propria apertura.
In questa tensione trattenuta si riconosce la coerenza della ricerca di Ronci: un’indagine che non mira alla definizione conclusiva, ma alla persistenza del possibile. È in questo spazio, in questa latenza operativa, che l’opera trova la propria misura.
Federica Picco