Signs/Words

Lugano - 24/05/2013 : 13/07/2013

L’esposizione indaga la relazione fra parola e arte attraverso la selezione di opere di diciotto artisti appartenenti ad un arco temporale che dagli anni Sessanta abbraccia la contemporaneità.

Informazioni

Comunicato stampa

VERBA VOLANT, SCRIPTA MANENT
Sperone Westwater inaugura venerdì 24 maggio 2013 la mostra Signs/Words. L’esposizione indaga la relazione fra parola e arte attraverso la selezione di opere di diciotto artisti appartenenti ad un arco temporale che dagli anni Sessanta abbraccia la contemporaneità.
Con l’invenzione della stampa a caratteri mobili di Gutenberg, la scrittura divenne protagonista della vita dell’uomo. Nella società si passò dalla predominanza dell’oralità a quella della scrittura. Nell’arte la scrittura ha attraversato tutto il XX secolo e ancora oggi il rapporto arte/parola è al centro dell’interesse dei giovani artisti


Le radici dell’indagine sulla relazione tra parola e immagine sono da ricercare nelle avanguardie storiche: dal Futurismo al Dadaismo, dal Surrealismo a Fluxus, fino a epifanizzarsi esplicitamente con l’Arte Concettuale dove less is more iniziò ad essere applicato all’intervento artistico attraverso la riduzione del concetto affidandosi alle parole per definire le cose, come si può evincere nell’opera esposta In the Above Representation di Douglas Huebler, esempio di espressione tautologica fondata sulla parola che funge da sostituto del segno visivo. Altro esempio di espressione tautologica, che sembra fare il verso alle tautologie di Joseph Kosuth, Two Text Pages Describing Our Position del duo Gilbert & George, dove alla descrizione personale dei due artisti segue un’immagine che ritrae entrambi immersi nella campagna e le loro firme come certificazione di esistenza. Joseph Kosuth in Frammenti di Rossini #25 (Che ho da dire…) del 1999 ha contaminato la grafia con la tecnologia del neon presentando un pentagramma e note legate all’opera di Gioacchino Rossini insieme alla frase che ho da di_re? che ho da far? I can’t think of what to do. Purezza e minimalismo traspaiono invece nei due lavori di Carl Andre, dei primi anni Sessanta, affidati alla sequenza dei caratteri tipografici battuti a macchina come tributo alla rivoluzione gutenberghiana. Nell’opera I’ve seen the Future and I am not going del 2004 di McDermott & McGough, i caratteri tipografici si elettrizzano, si colorano, assumendo un’eleganza barocca e una tridimensionalità tattile. Il marmo bianco è utilizzato in Marble Word List dall’artista concettuale Robert Barry, portavoce del rigore espressivo, che contrasta chiaramente con il colore e il virtuosismo della grafia a mano di Francesco Clemente e di Julian Schnabel, entrambi esposti. Artigianalità e stimolazione sinaptica si palesano invece nel meraviglioso arazzo del 1988 di Alighiero Boetti dove, iscritto nella croce centrale, si può leggere un messaggio lasciato dall’artista che si attiva nella mente dell’osservatore attraverso una decostruzione e ricostruzione del linguaggio. Poesia e materiale aulico sono i due elementi che caratterizzano l’opera King Heroin del 2011 di Tom Sachs; riallacciandosi alla tradizione dei fondi oro del Tre e Quattrocento, Tom Sachs ha impresso a fuoco sulla superficie, interamente in foglie d’oro, il testo della canzone di James Brown, che tradusse in musica una poesia scritta da una madre che perse la figlia a causa di un’overdose.

In mostra sono presenti inoltre opere di Andy Warhol, Richard Long, Guillermo Kuitca, Mario Dellavedova, Tania Pistone, Frank Moore, Not Vital, William Wegman.