Shilpa Gupta / On Another Scale / Jorge Macchi

San Gimignano - 20/09/2014 : 20/10/2014

Personale dell'artista indiana Shilpa Gupta, personale dell'artista argentino Jorge Macchi e una collettiva, On Another Scale.

Informazioni

Comunicato stampa

SHILPA GUPTA

Inaugurazione sabato 20 settembre 2014 via del Castello 11, 18.00-24.00
da lunedì a sabato, 14.00-19.00



Galleria Continua è lieta di ospitare nuovamente nei suoi spazi espostivi una mostra personale di Shilpa Gupta. Formatasi come scultrice, l’artista indiana inizia molto presto a lavorare sperimentando un ampio ventaglio di media: video, fotografia, installazioni interattive multimediali; all’inizio del 2000 Shilpa Gupta occupa già una posizione di rilevo sulla scena artistica internazionale

La mostra che l’artista realizza per l’ex cinema teatro di San Gimignano include un ampio numero di opere appositamente realizzate per l’occasione, oggetti, immagini, un’installazione sonora interattiva ed alcune opere recenti.

Per Shilpa Gupta la tecnologia è una sorta di prolungamento della realtà quotidiana, è un dispositivo narrativo ma anche soggetto/oggetto d’indagine. L’artista è interessata alla percezione umana, a come l’informazione, visibile o invisibile, è trasmessa ed interiorizzata nella vita quotidiana. Costantemente attratta dalla definizione degli oggetti e dai meccanismi d’identificazione di luoghi, di persone e di esperienze, Gupta esplora le zone in cui queste definizioni acquistano forma, che si tratti di confini, etichette o idee di censura o di sicurezza. Il suo lavoro coinvolge lo spettatore creando intimità e stabilendo un dialogo emotivo intenso e mai didascalico.

Shilpa Gupta chiede ad un centinaio di persone di disegnare a memoria la mappa del luogo dove vivono. Nasce così 100 Hand Drawn Maps, un’opera dai tratti intimi e delicati che riflette sul tema dell’appartenenza, sulla complessità del concetto di frontiera, reale, immaginaria, politica, geografica ma anche sul potere che le forze istituzionali esercitano attraverso la cartografia. Il tema del confine si declina in molti altri lavori in mostra come in Untitled 2014, sei fogli di stoffa tessuta a mano le cui misure vanno da un A0 a un A5. “Uso misure incrementali, spiega l’artista, perché ci circondiamo di misure, a partire da un semplice foglio di carta A4 che mettiamo nella stampante”. La linea ricamata su ciascun foglio rappresenta una pozione della “zero line” la barriera in filo spinato lunga circa 150 Km che l’India sta costruendo lungo il confine con il Bangladesh e che, una volta terminata, sarà una delle barriere più lunghe al mondo. Recinzione e misurazione tornano anche in 1:1132755, l’asta in ottone (materiale utilizzato nei musei per l’archiviazione di dati storici) dagli estremi appuntiti installata tra parete e pavimento della galleria come a definire un non-spazio L’asta riporta incisa la scritta “2762.11 Kms of Fenced Border – East. Data Update - March 31, 2013”. Dati fattuali precisi, rapporti proporzionali si accompagnano nell’opera di Shilpa Gupta a nozioni volutamente oscurate – i nomi delle due nazioni in questo caso - a monito che il trascorrere del tempo così come gli spostamenti delle persone rendono vano ogni tentativo di schematizzare o etichettare. L’installazione sonora Speaking Wall parla di un confine disegnato sulla sabbia che vento e pioggia spostano continuamente. Ascoltatore e voce narrante entrano in contatto attraverso un monologo poetico sui confini, non solo geopolitici ma anche strettamente inerenti allo spazio dell’installazione, attivando una serie di riflessioni sul senso di distanza, sulla sorveglianza e sulla burocrazia.

Shilpa Gupta racconta la storia di un mondo alla continua ricerca d’identità e in costante trasformazione. L’artista raccoglie storie di persone che per paura di persecuzioni politiche, per pregiudizi sociali, per desiderio personale o imbarazzo decidono, ad un certo punto della loro vita, di cambiare cognome. Inizialmente la ricerca si limita alla cerchia di parenti e amici, col tempo si estende anche ad ambiti che l’artista non conosce, fino a trovare più di cento storie di cognomi modificati. Formalizzati come una sorta di archivio, questi frammenti di storie coprono una traiettoria che va dalla sfera personale a quella collettiva. “Quando riempi un modulo, la prima cosa che ti viene richiesta è il cognome”, chiosa Gupta. Commozione, intensità emotiva, senso corale del dolore sono temi che si ritrovano anche in un’altra delle opere che l’artista concepisce per questa mostra: un basamento dove è incisa la frase “Upon this stone many have wept”. La funzione originaria dell’oggetto che Shilpa Gupta utilizza per l’installazione 24:00:01 è quella di trasmettere informazioni sugli orari di arrivo e partenza. Collocato in un luogo dove il nostro soggiorno è di fatto temporaneo, lo schermo comunica in automatico un senso di transitorietà che si amplifica con la lettura del testo, intenzionalmente frammentario, che l’artista compone per l’opera e che fa scorre sul display. Scritto in prima persona, si sviluppa come un monologo meditativo costellato di errori ortografici e omissioni che s’interroga su questioni come la fragilità, la migrazione, il ruolo dei media.


Shilpa Gupta nasce nel 1976 in India, a Mumbai, città dove vive e lavora. L’artista ha realizzato mostre personali in Asia, Europa e Stati Uniti, tra quelle degli ultimi anni ricordiamo: Kunstnernes Hus di Oslo, MO Mucsarnok Kunsthalle di Budapest, MAAP Space di Brisbane, Contemporary Art Center di Cincinnati, Museum voor Moderne Kunst di Arnhem, Arnolfini di Bristol, Castello di Blandy in Francia, OK Center for Contemporary Art di Linz. Gupta ha preso parte alla Triennale Younger Than Jesus, New Museum, New York; Biennale di Lione a cura di Hou Hanru; Biennale di Gwangju diretta da Okwui Enwezor e curata da Ranjit Hoskote; Triennale di Yokohama curata da Hans Ulrich Obrist; Biennale di Liverpool curata da Gerardo Mosquera e Biennali di Auckland, Seul, L'Avana, Sydney e Shanghai; nel 2013 ha partecipato alla Biennale di Sharjah curata da Yuko Hasegawa, nel 2014 alla 8° Biennale di Berlino curata da J.A. Gaitan e al Dhaka Art Summit Festival. Il suo lavoro è stato esposto in prestigiose istituzioni internazionali Tate Modern, Serpentine Gallery, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Daimler Chrysler Contemporary, Mori Museum, New Museum, Chicago Cultural Center, Centre Pompidou, Louisiana Museum e Devi Art Foundation a Gurgaon e, solo nell’arco del 2014, Guggenheim-USB in collaborazione con Singapore’s Centre for Contemporary Art, City Art Centre di Edimburgo, OCT Contemporary Art Terminal di Shanghai, Museum of Fine Arts di Houston, Faurschou Foundation di Copenhagen, National Museum of Modern and Contemporary Art di Seoul.

On Another Scale
A cura di Ricardo Sardenberg
Inaugurazione sabato 20 settembre 2014 via del Castello 11, 18.00-24.00
da lunedì a sabato, 14.00-19.00



On Another Scale è il titolo della mostra collettiva a cura di Ricardo Sardenberg che Galleria Continua ospita nella platea dell’ex cinema teatro di San Gimignano.

L’esposizione si compone di un nutrito numero di opere di artisti internazionali tra cui Carl Andre, Lucas Arruda, Gianni Colombo, Marcel Duchamp, Willys de Castro, Iran do Espirito Santo, León Ferrari, Luigi Ghirri, Antony Gormley, Mona Hatoum, José Antonio Suárez Londoño, Patricia Leite, Cildo Meireles, Ernesto Neto, Rivane Neuenschwander, Mira Schendel e Ian Wilson.

La riflessione del curatore parte da una constatazione: l’uomo si rapporta al mondo attraverso una serie di parametri dimensionali; usiamo il concetto di scala in geometria, in economia, in musica, fisica, sociologia. É attraverso misure e proporzioni che determiniamo la nostra relazione spaziale e mentale con la realtà. In controtendenza rispetto al sistema dell’arte contemporanea, esponenzialmente propenso all’espansione, On Another Scale, riporta l’attenzione verso il singolo oggetto e il suo valore poetico e simbolico. “La mostra -spiega Sardenberg- indaga i possibili mezzi di concentrazione e condensazione poetica in un unico oggetto, questo non significa che ci sia necessariamente una relazione con la sua dimensione. La scelta di realizzare un’ampia mostra che enfatizzi oggetti d’arte di piccole dimensioni, ha l’intento sottolineare come un significato simbolico possa essere condensato o concentrato in sé”.

La Boîte-en-valise di Duchamp si presenta come il cuore della mostra. Quest’opera è infatti una sorta di catalogo dei lavori dell’artista: una valigetta al cui interno si trova una scatola che racchiude le miniature delle sue opere fondamentali. Duchamp inventa così un museo personale portatile, un solo “oggetto” nel quale poter concentrare circa sessanta riproduzioni di opere realizzate nell’arco di tutto il suo percorso artistico. Ispirato dal grande artista francese, Ricardo Sardenberg pensa ad una mostra che possa stare in valigia.

Lo spazio che ospita On Another Scale diviene a sua volta un elemento fondamentale di riflessione per il curatore: “Come un incidente poetico, è parte integrante dello spettacolo il fatto che la mostra accada proprio a Galleria Continua nello spazio di San Gimignano, che nel passato era un cinema.
Il cinema è infatti lo spazio in cui il concetto di scala è trasformato nel suo livello più profondo. Qui, le persone sono più grandi rispetto alla realtà, qui la proporzione si fa tempo e spazio. In qualche modo credo che il cinema sia stato il più grande strumento con cui, nel XX secolo, abbiamo sperimentato il concetto di scala, così come oggi potrebbe esserlo l’attuale mondo del web”.


Ricardo Sardenberg nasce a New York e cresce a Brasilia, attualmente vive e lavora tra Rio de Janeiro e San Paolo. Curatore, editore e critico d'arte è stato curatore e produttore esecutivo di mostre presso la Pinacoteca do Estado de São Paulo. Nel 2001 si trasferisce a Belo Horizonte per curare e sviluppare la raccolta ed il programma di Inhotim, probabilmente la più grande collezione privata in America Latina, vi lavora fino al 2006 quando la collezione apre al pubblico. Nel 2007 si trasferisce a Rio de Janeiro dove fonda Cobogó, una casa editrice dedicata all'arte e alla cultura. Tra i libri pubblicati: Hans Ulrich Obrist Interviews, The philosophy of Andy Warhol e le monografie su Adriana Varejão, Nuno Ramos, Rivane Neuenschwander (con il New Museum, NY), Efrain Almeida. Nel 2011 scrive e pubblica il libro XXI century art – 10 Brazilian artists in the international art system. Sardenberg è stato anche produttore associato di Hans Ulrich Obrist nella mostra “The insides are on the outside” presso la Casa de Vidro di Lina Bo Bardi a San Paolo e SESC Pompéia, San Paolo. Ha inoltre pubblicato il catalogo della mostra “Cantos Cuentos Colombianos” per Casa Daros a Rio de Janeiro.

JORGE MACCHI



Inaugurazione: sabato 20 settembre 2014, Arco dei Becci 1, ore 18-24
da lunedì a sabato 10-13 / 14-19




Galleria Continua è lieta di ospitare nei suoi spazi espositivi la nuova mostra personale di uno degli artisti di maggior rilievo del panorama artistico latino americano, Jorge Macchi.

L’opera di Macchi nasce dall’aneddoto, dal caso, dalla vita di tutti i giorni, si carat¬ter¬izza per un’attenzione all’inaspettato, allo sve¬la¬mento strat¬i¬fi¬cato del quotidiano e dei suoi diversi livelli di sig¬ni¬fi¬cato attra¬verso un profondo senso di straniamento. Per accrescere la tensione tra la nostra comprensione logica del mondo e l’esperienza emotiva e sensoriale che abbiamo di esso, l’artista utilizza un’ampia gamma di media. La specificità del supporto ha un’importanza centrale nella sua pratica artistica. In questa mostra l’attenzione di Macchi si concentra sulla pittura.

Il percorso espositivo si compone di grandi dipinti ad olio su tela, immagini interrotte dove figure geometriche competono con uno sfondo che rimane sempre indecifrabile e frammentario. Realizzati dall’artista nel corso del 2013, queste opere formano un complesso sistema di ostacoli e deviazioni mettendo in gioco la contraddizione dell’esperienza sensoriale che offrono e le aspettative della cultura visiva. Una cifra pittorica quella di Jorge Macchi – parsimoniosa e a tratti anti-iconica – attraverso la quale l’artista argentino ci consegna una propria ‘visione del mondo’. Cerchi, rettangoli, triangoli, superfici, nicchie, frammenti e ritagli catturano il nostro sguardo. In questi quadri l’oggetto indefinito viene attentamente elaborato e sviluppato. Gli elementi che compongono i dipinti di Jorge Macchi si riferiscono a una modalità visiva storicamente ereditata dalla storia della pittura, tuttavia è impossibile trovare continuità nel contenuto tecnico e iconografico, tant’è che il loro significato è in qualche modo celato.

Macchi realizza motivi visivi difficili da classificare che sospendono la rappresentazione allo scopo di creare una nuova forma di relazione con lo spettatore. L’artista insiste su una visione della pittura come destinataria di una difficoltà che non si risolve con la semplice interpretazione dei segni. Macchi traccia un percorso fatto di deviazioni e negazioni e l’interlocutore è chiamato a giocare un ruolo attivo perché la comprensione dell’opera può avvenire solo attraverso il tempo, la riflessione e la contemplazione dell’immagine.






Jorge Macchi nasce a Buenos Aires nel 1963, città dove vive e lavora. E’ uno degli artisti argentini più in vista tra quelli venuti alla ribalta nel corso degli anni ’90. Nel 2001 riceve il premio John Simon Guggenheim Memorial Foundation Fellowship. Tra le mostre personali ricordiamo: Prestidigitador, curata da Cuauhtémoc Medina, Contemporary Art University Museum (MUAC), Messico (2014); Container, Kunstmuseum di Lucerna, Svizzera (2013); Music Stand Still, SMAK di Gent, Belgio (2011); The Anathomy of Melancholy, Santander Cultural, Porto Alegre, Brasile, Blanton Museum, Austin, USA (2007) e Centro de Arte Contemporanea Galego (CGAC), Santiago de Compostela, Spagna (2008); Light Music, University of Essex Gallery, U.K. (2006); Jorge Macchi, Le 10Neuf, Centre Régional d’Art Contemporain, Monbéliard, Francia (2001); The Wandering Golfer, Museum of Contemporary Art Antwerp (MUHKA), Belgio (1998). L’artista ha partecipato a mostre collettive presso Hammer Museum di Los Angeles, USA (2011); Kunsthalle di Mulhouse, Francia (2010); Museu de Arte Moderna, San Paolo, Brasile (2009); Daros Collections, Zurigo, Svizzera (2008); Walker Art Center, Minneapolis, USA (2007); The Drawing Center, New York, USA (2001) così come a diverse Biennali: Liverpool (2012), Lione (2011), Auckland (2010), Yokohama (2008), Porto Alegre (2007), San Paolo (2004), Istanbul (2003), Avana (2000). Nel 2005 ha rappresentato l’Argentina alla 51° Biennale di Venezia. Ha partecipato a residenze d’artista in Germania, negli Stati Uniti, in Francia, in Italia, in Olanda e in Inghilterra.