Serodine nel Ticino

Rancate - 29/05/2015 : 04/10/2015

Il Canton Ticino è il luogo dove si conserva il maggior numero di opere di Giovanni Serodine, uno dei massimi artisti del Seicento europeo, morto intorno ai trent’anni, a Roma il 21 dicembre 1630

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Comunicato stampa

Il Canton Ticino è il luogo dove si conserva il maggior numero di opere di Giovanni Serodine, uno dei massimi artisti del Seicento europeo, morto intorno ai trent’anni, a Roma il 21 dicembre 1630.

Di lui sono sopravvissuti soltanto una quindicina di dipinti: e le terre ticinesi hanno la fortuna di possederne, in sostanza, la metà.
Dopo la morte di Serodine, alcuni quadri raggiungono il Canton Ticino per l’impegno dei famigliari, che spesso ricorrono come modelli nelle opere dell’artista

La parrocchiale di Ascona conserva, tra l’altro, l’ultimo dipinto di Serodine: l’Incoronazione della Vergine, una grandissima tela, dagli incandescenti dettagli, in cui i partigiani dell’artista hanno scorto pericolose anticipazioni della pittura a venire. Lo spostamento di questo capolavoro a Rancate, in concomitanza con i restauri della chiesa di Ascona, è all’origine dell’occasione espositiva nella Pinacoteca che ospita nelle sue collezioni, in permanenza, ben tre opere del pittore.

Appartenente ad una famiglia di Ascona, trasferita a Roma già alla fine del Cinquecento, Giovanni si forma accanto al fratello maggiore Battista, scultore e stuccatore. In poco tempo fa sua – senza i compromessi allora già correnti – la rivoluzione del Caravaggio, comprendendone persino la parte più ardua: la carica morale, non limitata alla semplice riproduzione della realtà o al perseguimento di inediti effetti di luce.
All’artista ticinese, che risulta anche scultore e architetto, toccano occasioni lavorative di rilievo: dalle pale per San Lorenzo fuori le mura, San Pietro in Montorio e San Salvatore in Lauro ai quadri da stanza per il marchese Asdrubale Mattei. Tuttavia la critica del tempo non è tenera nei confronti di Giovanni, “assai bizzarro e fantastico, con poco disegno e con manco decoro”; di qui un precoce oblio.
Bisognerà aspettare Roberto Longhi, il maggiore storico dell’arte del Novecento, perché il pittore conquisti il posto che gli spetta nel diagramma dell’arte italiana, da allora non più messo in discussione: “come una capsula di dinamite gettata in un fornello”.

Non sono mancate, anche in tempi molto recenti e persino alla stessa Pinacoteca Züst, esposizioni dedicate a Giovanni Serodine, in cui si è affrontata la sua breve vicenda, calandola nel contesto romano che ha visto nascere i suoi capolavori, o esplorando possibili ampliamenti del suo ridottissimo catalogo.
L’iniziativa del 2015, accompagnata da un volume con una nuova campagna fotografica di Roberto Pellegrini e da un allestimento dell’architetto Stefano Boeri (che per la prima volta si cimenta in una mostra d’arte antica) con la grafica e l’immagine coordinata di Francesco Dondina, è volta a una presentazione, piana ed elementare, del percorso del naturalista Giovanni Serodine, così da raccontare – attingendo unicamente alle opere ticinesi – la brevissima e bruciante parabola di un artista, eroicamente fedele al Caravaggio, con ben pochi confronti nel panorama europeo del suo tempo, tra Velázquez e Rembrandt.