Segni del Tempo 3

Chieri - 15/10/2016 : 13/11/2016

Rassegna di arte contemporanea "Segni del Tempo 3".

Informazioni

Comunicato stampa

A Chieri, sabato 15 ottobre 2016 dalle 17.00 alle 20,00 si inaugura la rassegna di arte contemporanea "Segni del Tempo 3"

Gli artisti invitati, oltre ad esporre importanti opere della loro produzione, hanno interpretato un simbolo della gastronomia piemontese come il "Grissino Rubatà", elaborando la loro idea sul tubo prodotto in occasione del Bicentenario della nascita di San Giovanni Bosco nel 2015

Sedi espositive : Imbiancheria del Vajro via Imbiancheria 12 (sede principale), Palazzo Opesso via San Giorgio 3, Precettoria di San Leonardo via V. Emanuele ang. via Roma, Bookstore Mondadori via V. Emanuele 42



Curatore : Edoardo Di Mauro

Coordinatrice organizzativa : Beatrice Pirocca

Allestimento : Maurizio Colombo

Laboratori didattici : Istituto Comprensivo Chieri 1

Artisti : Angelo Barile, Enzo Bersezio, Corrado Bonomi, Giovanni Borgarello, Giordana Brucato, Tegi Canfari, Matilde Domestico, Theo Gallino, Elio Garis, Carlo Giuliano, Ezio Gribaudo, Ugo Nespolo, Orma, Guido Persico, Eraldo Taliano, Valeria Vaccaro, Vittorio Valente, Vittorio Varrè, Silvio Vigliaturo, Xel, Claudio Zucca

Patrocinio : Comune di Chieri, Regione Piemonte, Pro Loco Chieri, Città Metropolitana Torino, Turismo Torino e Provincia, Museo d'Arte Urbana Torino, Caffè Vergnano, Tubificio Sant'Anna.

Un’occasione come la terza edizione della rassegna "Segni del Tempo", fortemente voluta da Beatrice Pirocca, prima come Assessore alla Cultura, poi come operatrice culturale e Vice Presidente della Pro Loco di un centro importante della collina piemontese come Chieri, è importante da molteplici punti di vista. Dopo le prime due edizioni, dedicate a personali di significativi autori della scena post moderna piemontese e nazionale come Theo Gallino e Vittorio Valente, questo appuntamento di primo autunno si pone più obiettivi.
Il primo, forse il principale, è quello di porre in relazione i linguaggi dell'arte contemporanea con la storia e la tradizione di un territorio, al fine di dimostrare, una volta di più, come arte e cultura siano volano di sviluppo. Chi scrive è da anni impegnato sul fronte dell'arte pubblica, pratica che, in un'epoca di confusione babelica e di globalizzazione non solo economica, permette all'arte di riscoprire la sua vocazione etica e didattica, a contatto reale con la popolazione.
Chieri è un centro importante, collocato nell'area metropolitana torinese ma in grado di risplendere di luce propria, in virtù di una storia antica, che lo rende luogo urbano costellato di importanti vestigia architettoniche del passato, collocato in una posizione geografica ideale, per la bellezza del paesaggio e la vicinanza alle grandi direttrici di traffico, ma aperto al confronto, sin dagli anni Sessanta, con le emergenze della creatività contemporanea.
Questa rassegna, oltre ad allestire opere significative del mutato e variabile clima dell'arte dal secondo dopoguerra ad oggi, ha una premessa fondamentale di divulgazione della cultura locale, nella circostanza quella legata all'enogastronomia, che tanto lustro ha dato negli ultimi anni al Piemonte, grazie alle intuizioni di Carlo Petrini e di Slow Food, ed al lavoro di molti operatori del settore, meno noti, ma egualmente utili a difendere una tradizione legata alla qualità ed all'artigianalità del fare.
In questo caso la scelta è caduta su un classico come il grissino, invenzione culinaria piemontese di fine '600, privo di mollica e facilmente digeribile, la cui etimologia deriva dal termine"ghersa", pane di forma allungata. Nella variegata offerta spicca in particolare quel "Rubatà" chierese, dalla forma allungata, dai 40 agli 80 cm, e nodosa a causa della lavorazione artigianale a mano.
Il pretesto per un omaggio artistico è nato dalla creazione di un "tubo" per inserire l'alimento confezionato, ideato nel 2015 per i turisti che affluivano in città in gran numero, attratti dalle celebrazioni per il Bicentenario dalla nascita di San Giovanni Bosco, grande santo sociale piemontese, nativo della zona. La forma allungata del cilindro ha attratto sin da subito l'attenzione degli artisti, e con l'impulso di Beatrice Pirocca, si sono realizzati i primi due contenitori ispirati al mito ed all'attualità del Rubatà, con i prototipi di Theo Gallino e Vittorio Valente.
I due artisti hanno peraltro quest'anno riproposto una nuova versione dei "tubi", in coerenza con il loro stile. Gallino è un geniale alchimista dell'immagine, in grado di miscelare con sapienza ingredienti diversi : dalla pittura, all'installazione, fino all'oggettualismo ed alla sperimentazione sui materiali, per creare opere che coniugano la tradizione dell'avanguardia novecentesca alla liquida ed eclettica dimensione dell'attualità, mentre Valente, ispirato dal suo lavoro di ricercatore, e suggestionato dalla evocazione "artistica" dell'universo micro cellulare, lo ha riportato su superfici varie e variabili, adoperando silicone e pigmenti colorati, estendendo poi questa originale tecnica ad altri territori dell'immagine.
Dopo il successo della prima sperimentazione si è pensato, quindi, di estendere l'invito ad un più ampio numero di artisti, che hanno accolto con entusiasmo la proposta, realizzando, con fantasia ed arguzia, dei soggetti in grado di coniugare la loro poetica con l'immaginario di un alimento ormai universalmente noto, ed esiti di notevole originalità, stando a quanto abbiamo già potuto ammirare, essendo la lavorazione, al momento in cui scrivo, ancora in corso d'opera.
Questa idea è stata anche lo spunto per costruire una importante collettiva di arte contemporanea. Come è nello spirito di "Segni del Tempo", ed anche di un'altra ormai consolidata rassegna concepita da Riccardo Ghirardini, da me curata fin dalla prima edizione nel 2004, la BAM Biennale d'Arte Contemporanea del Piemonte, ospitata a Chieri proprio da Beatrice Pirocca, l'intento è quello di promuovere l'arte contemporanea del territorio piemontese, di chi ci è nato o ne ha fatto la sua patria elettiva, in una chiave di risalto delle sue potenzialità internazionali, esigenza ancora più forte nel momento in cui i principali Musei pubblici e privati della regione hanno abdicato a questa fondamentale funzione ormai da molti anni.
Il risultato è uno spaccato esemplare degli stili e delle tendenze che hanno connotato l'arte italiana negli ultimi quarant'anni circa. Ma quali sono state queste linee guida, in estrema sintesi?
Per parlare degli ultimi trent’anni circa di arte italiana non si può non partire da un inequivocabile, quasi scontato dato di fatto, cioè che gli ultimi due movimenti innalzatisi ad un successo internazionale, sono stati l’Arte Povera e la Transavanguardia, con percorsi diversi che di recente si sono intrecciati in una sorta di reciproco riconoscimento, da cui non era difficile prevedere l’ attuazione in una sottile logica di esclusione di quanto sta al di fuori di quel recinto.
La fascia generazionale maggiormente penalizzata da questo stato di cose, che trova solo parziale motivazione nell’indubbia forza espressiva dei movimenti prima citati, è stata quella, di non indifferente qualità, emersa subito dopo la Transavanguardia, tra la metà degli anni ’80 ed i primi anni ’90, periodo nel quale è, tra l’altro, avvenuta la mia formazione critica e da me ben conosciuto. Molti degli artisti presenti in questa rassegna appartengono a questo ambito di storia recente, con l'eccezione di alcuni più giovani, e di tre autori storicizzati ed al di sopra delle parti, come Ezio Gribaudo, Carlo Giuliano ed Ugo Nespolo.
Il fatto di avere sostanzialmente “saltato” una generazione sta all’origine, a mio modo di vedere, della irrisolutezza dell’arte italiana lungo tutto il corso degli anni ’90. Gli autori del decennio precedente si sono giocoforza “riciclati” in quello successivo, facendo saltare qualsiasi paletto divisorio in merito ad un plausibile concetto di “giovane artista”, per di più all’interno di una scena sempre più affollata e confusa, in parte per una occulta volontà ma anche per motivazioni pertinenti l’evoluzione della società post industriale nel suo complesso.
A partire dal 1984 l’arte fa il suo ingresso in una fase dove la prevalenza è, senza dubbio, quella di un eclettismo stilistico in cui non predomina un’opzione ma ne convivono insieme molte, con fasi alterne in cui si avvantaggia un aspetto estetico su di un altro.
Una caratteristica comune, fino ai giorni nostri, è il rapporto di amore – odio che l’arte intrattiene con lo specifico della tecnologia, il cui influsso ormai invasivo ha determinato, con l’avvento della post modernità ed il crollo repentino dei concetti tradizionali di industria e, congiuntamente, di occupazione, l’aumento esponenziale di produzione artistica ed artisticizzante che balza ormai evidente ai nostri occhi, concreta manifestazione di quella società estetica propugnata dalle avanguardie novecentesche.
Nella seconda metà degli anni ’80 le novità principali furono due, una “calda”, l’altra “fredda”. Da un lato una pittura che dal neo espressionismo virava in direzione di uno stile insolito, fortemente caratterizzato da un approccio istintivo con i linguaggi metropolitani come la pubblicità, il fumetto, la moda, dall’altro una linea di “nuova astrazione” geometrizzante, espletata sia bidimensionalmente che a livello installativo, con il risorgere di forme legate alla sperimentazione “moderna” che fecero parlare di una sorta di “ritorno all’ordine”, anche se quelle immagini sapevano adeguarsi alla soffice curvatura dell’elettromagnetismo ed alle tentazioni offerte dai nuovi materiali e ritrovati plastici.
Nel caso della pittura, oltre all’immaginario della musica rock e delle sonorità new wave, nuova frontiera delle giovani generazioni, un’altra fonte di riferimento di cui tenere conto fu quella del fumetto che, in quegli anni, si manifestò con le caratteristiche di una autentica forma d’arte, radunata principalmente attorno alle testate del “Cannibale” prima, di “Frigidaire” poi, con personalità quali Andrea Pazienza, in primo luogo, ma anche Tamburini, Liberatore, Scozzari, Mattioli, ed altri, intenti a narrare l’epopea tragicomica di una generazione, quella cresciuta all’interno dei moti politici del ’77, al bivio tra una giovinezza “eroica” dapprima, disillusa poi, ed un futuro dai non decifrabili contorni. Oltre alla pittura, si sviluppano in parallelo linee di ricerca che si incamminano nella direzione di una rivisitazione delle avanguardie del secondo dopoguerra, in particolare quelle legate all’analisi del rapporto tra oggetto e spazio, con un preciso riferimento ad autori come Gilardi, Pascali, Mondino, Piacentino e Boetti, accanto ad una ripresa convincente ed innovativa del repertorio pop, prodotta attingendo alla fonte del Futurismo, in particolare alla seconda ondata di Balla e Depero, quale fu quella del nucleo originario del “Nuovo Futurismo” di Abate, Lodola, Plumcake, Innocente, Bonfiglio, Postal, Palmieri, senza dimenticare il già citato fenomeno di una “nuova astrazione”, che riprendeva alcune caratteristiche salienti di uno stile che aveva permeato di sé l’intero Novecento, aggiornate in sintonia con la nuova estetica telematica , con una volontà di competere con la griglia “pixellata” del computer. In Italia si era in presenza, sul finire degli anni ’80, di un panorama interessante, originale, competitivo anche in una dimensione internazionale e non troppo esteso quanto a presenze.
Alla fine degli anni ’80, contraltare all’euforia e disinvoltura economica che caratterizzò quel decennio fu una recessione economica di una certa gravità. Tutto venne assorbito con buona rapidità, tuttavia è indubbio che le fortune mercantili di Transavanguardia ed affini vennero determinate dalle speculazioni di alcune multinazionali e, comunque, di soggetti dotati di grande disponibilità economica. La crisi andava ad intaccare i loro investimenti, non certo il potere d’acquisto dei collezionisti piccoli e medi, che costituiscono il vero asse portante del mercato dell’arte, allora come adesso, con la devastante crisi economica iniziata nel 2008 che ancora stenta a riassorbirsi. Quindi quella nuova ondata di arte italiana se le sue quotazioni fossero, come meritava, salite di livello, avrebbe provocato un depauperamento di quelle precedenti molto maggiore rispetto a quanto comunque avvenne.
Lungo il corso degli anni Novanta abbiamo assistito inermi, in quanto i pochi che ebbero l'ardire di opporsi a questo stato di cose vennero messi a tacere con la pavida pratica dell'oscuramento mediatico, al disfacimento del sistema artistico italiano, soprattutto in due ambiti : quello della promozione obiettiva e pluralista dei giovani artisti e della capacità di inserire gli stessi all'interno di un circuito internazionale di suo sempre più inflazionato, e sovradimensionato a livello di quotazioni di mercato, soprattutto a causa dei mutamenti seguiti al crollo del Muro di Berlino, con la globalizzazione finanziaria come conseguenza della "vittoria" del modello capitalista occidentale, al quale si sono prontamente, ma con diversi esiti, allineati quei paesi dell'Asia e dell' Oriente prima estranei allo stesso, soprattutto Russia, Cina, ed in parte India.
A partire dagli anni Novanta siamo entrati in una fase di ancora più accentuato eclettismo stilistico, figlio del relativismo post moderno, della crisi delle ideologie e della difficoltà di proiezione in una dimensione progettuale di futuro.
Non sono mancate, accanto ad opportunismi ed esasperazioni mediatiche, riflessioni interessanti,tra tutte la teoria del "Post Human" introdotta da Jeffrey Deitch nei primi anni di quel decennio, con l'alleanza possibile tra uomo e macchina, tra naturale ed artificiale, visti come inevitabili orizzonti prossimi, sullo sfondo della digitalizzazione, dell'avvento di internet , della simultaneità comunicativa, e delle bio tecnologie, così come alcuni aspetti della teoria e della pratica del realismo estremo, con categorie quali il disgusto e l'abiezione a sostituire il sublime ispirato dalla potenza della Natura di settecentesca memoria, ed ancora una pittura viva e presente sulla scena, in grado di estrapolare il senso ultimo del reale con la sua inarrivabile capacità di tradurlo in simboli.
In Italia siamo stati in presenza di una scena assolutamente in grado di competere alla pari, se non di più, con il resto del mondo. Il problema fu la volontà di non disturbare i manovratori, in relazione a quanto scritto in precedenza. La parte migliore della nostra scena artistica, dotata peraltro di caratteristiche aderenti alla storia della nostra tradizione artistica e culturale, negli ambiti della pittura, dell'installazione dell'oggettualismo, come il gruppo del Concettualismo Ironico, molto apprezzato da musei, collezionisti e gallerie tedesche e nord europee ma ignorato in patria, venne tenuta ai margini per privilegiare un adeguamento ai canoni dell'international style e del neo concettuale più sciatto ed epigono, benchè ben confezionato. Attorno al trio, in ordine di apparizione, Cattelan -Beecroft- Vezzoli, gli unici presenti, soprattutto il primo ed il terzo, nella scena internazionale, sono stati fatti ruotare una serie di epigoni di seconda fascia.
Il risultato, oggi, di questa "lungimirante" strategia, è stata la sparizione dell'arte italiana dell'ultimo quarto di secolo dalle grandi rassegne internazionali, aggravata dall'incapacità, da parte di chi è stato vittima di tutto ciò, di analizzare con obiettività quanto accaduto, attivando una nuova rete di relazioni.
La scena degli anni Zero ed Uno, seguente il crollo delle Torri Gemelle, con l'irruzione devastante del reale in quella che era divenuta la virtualità del quotidiano, ha mantenuto pressochè immutate le coordinate stilistiche proprie della fase precedente.
Alcuni aspetti positivi rispetto al recente passato non sono mancati. Innanzitutto l'avvento di massa della rete, dopo il 2000, ha permesso un fondamentale incremento dell'informazione che, se da un lato può avere generato, soprattutto ai giorni nostri, l'inaffidabilità di diverse notizie, dall'altro ha permesso la neutralizzazione, per il mondo dell'arte fondamentale, dell'oscuramento di iniziative e progetti.
Questo sta determinando, lentamente ma concretamente, una rivalutazione delle esperienze artistiche italiane degli anno Ottanta e Novanta, obiettivo che occorre tenacemente perseguire.
Veniamo ai protagonisti di questa mostra.
Carlo Giuliano è una personalità artisticamente in grado di esprimersi su vari livelli espressivi e formali, tra loro intimamente connessi. Per anni docente e Direttore dell'Accademia Albertina, e capo scenografo al Teatro Stabile, la sua ricerca artistica ha subito l'influenza di rigore abbinato alla creatività tipico degli allestimenti teatrali. Le sue opere sono per certi aspetti ascrivibili al sito del cinetismo, per la volontà di colpire l'attenzione dello spettatore e portarlo ad un rapporto empatico con la superficie della rappresentazione. Superficie bidimensionale realizzata esaltando il valore primario dei materiali plastici e metallici, dove spesso fa il suo ingresso la luce, elemento in grado di smussare ed addolcire volutamente l'estremo rigore compositivo. Ho avuto recentemente l'onore di presentare , presso le sale della Pinacoteca Albertina, una mostra di Ezio Gribaudo, "La figura a nudo", che mostrava per la prima volta al pubblico la sua importante produzione dedicata al nudo femminile. Gribaudo è stato, ed è, un protagonista dell'arte, della cultura e dell'editoria torinese ed internazionale, fin dagli anni del secondo dopoguerra. Personalità controcorrente, la sua arte è stata in grado di gettare un ponte sia tra le principali linee di ricerca degli anni '50 e '60, soprattutto Informale e Pop, con un senso vivo della citazione, che gli ha permesso di accostare , mostrando insospettabili punti di contatto, elementi di cultura arcaica e primaria con le icone della contemporaneità. Proseguendo in questa carrellata di personalità atipiche ed anticonformiste non poteva mancare all'appello Ugo Nespolo. Nespolo esordisce negli anni Sessanta, a contatto ed insieme ai movimenti dell'avanguardia di quegli anni, come Arte Povera e Fluxus, di cui condivide la necessità di rinnovare il linguaggio dell'arte verso un impiego di materiali primari ed un attitudine performativa di apertura al mondo, esigenza in quegli anni giusta e non rinviabile. Il suo interesse sperimentale lo porta a confrontarsi con il linguaggio del cinema d'artista, che lo porterà ad essere uno degli autori maggiormente riconosciuti a livello internazionale. La sua irrequietezza e la capacità di sintonizzarsi con i mutamenti epocali, lo portano ad uscire dalla compagine poverista senza correre il rischio di fossilizzarsi in uno stile, per perseguire una creatività espansa, caratterizzata dai vivaci e colorati acrilici su legno in grado di focalizzare aspetti della cultura e della società tra storia e presente, installazioni, arte applicata ed attenzione ai linguaggi della pubblicità e della musica, in sintonia con lo spirito del Secondo Futurismo, quello di Balla e di Depero. Enzo Bersezio è un autore incamminato sulla strada di una meritata storicizzazione. Nato nel 1943, quindi contiguo alla generazione dell'Arte Povera, che ha conosciuto e frequentato, Bersezio si è sempre distinto per l'impiego di materiali primari, nelle prove giovanili attenti al dialogo con la storia più remota riletta in termini di adesione all'attualità, come nel caso delle "Colonne", presenti in mostra in una versione rivisitata, per poi passare alla creazione di armoniche e svettanti sculture ad incastro, realizzate con l'uso predominante del legno, in cui la forma primaria è stata in grado di sintonizzarsi con le suggestioni estetiche della post modernità, fatto che ha portato Bersezio a confrontarsi positivamente e ad esporre insieme ad autori delle più giovani generazioni. Angelo Barile, nonostante il tardivo esordio attorno al 2000, è stato in grado di bruciare le tappe, riuscendo a farsi conoscere ed apprezzare, in virtù di uno stile personale ed inconfondibile, a livello non solo nazionale. Barile è tra i principali esponenti di quello che viene definito Pop Surrealismo. La sua pittura è un mirabile esempio di come si possa parlare della quotidianità, della difficoltà di vivere in una dimensione sociale bloccata, delle inquietudini adolescenziali, adottando un linguaggio onirico, di grande suggestione visiva, ricorrendo all'immenso patrimonio iconografico dell' immaginario favolistico. Corrado Bonomi è uno degli esponenti più significativi di quello che fu definito, negli anni Novanta in Germania, "Concettualismo ironico italiano". Bonomi è un geniale bricoleur, capace di creare degli assemblaggi oggettuali, sempre supportati dal suo intervento diretto, di manipolatore della materia o pittore, in grado di giocare con gli stereotipi dell'immaginario e della cultura, o con fatti di attualità e di cronaca, demitizzati con arguzia, e con uno stile che diverte e scuote senza ricorrere alla scorciatoia, sempre più praticata negli ultimi anni, di un sensazionalismo contenutistico e formale fine a se stesso. Giovanni Borgarello è un artista che testimonia come il linguaggio della scultura, negli ultimi decenni, sia stato in grado di assorbire la lezione del Novecento, in termini di rigore astratto e di uso di materiali primari, coniugandolo con le declinazioni della contemporaneità, in termini di ritmo e di movimento, nonchè di sfida lanciata al territorio del designi e del funzionalismo. Le sculture di Borgarello riescono ad ottenere risultati importanti, relazionando la loro spazialità sia con la dimensione dell'interno che con quella monumentale dell'arte pubblica. Il lavoro di Giordana Brucato ha come base la comunicazione, la scrittura, la forma evocativa della parola, della lettera e, complessivamente, del linguaggio. Nella poesia visiva degli anni Sessanta il linguaggio veniva gradualmente asciugato ed azzerato fino ad essere ridotto ai suoi elementi base. Viceversa la Brucato parte dalla singola parola, dal segno esclamativo atto ad indicare stupore, dal brano di memoria e di vissuto, per costruire sia l'immagine che la dimensione narrativa. Un lavoro riflessivo e raffinato, che si esprime sia con la tridimensione, nell'ambito dell'enviroment parietale che nel più raccolto e concluso supporto bidimensionale. Uno dei temi del linguaggio dell'avanguardia dagli anni Sessanta, al culmine di un processo iniziato nella seconda metà del Novecento, è stato il fuoriuscire dal sito della bidimensione, per relazionarsi con la realtà mondana, alla ricerca di un rapporto tra artificio e natura. Il lavoro di Tegi Canfari va in questa direzione. Le sue opere si esaltano a contatto con la dimensione ambientale, dove l'autrice è in grado di relazionare i materiali semplici da lei prediletti con la natura, riuscendo nel non facile cimento di armonizzarli. Questa sua vocazione installativa si estende anche alla dimensione parietale, con composizioni rigorose ed aniconiche. Matilde Domestico e apparsa sulla scena artistica nei primi anni Novanta, dimostrandosi subito in grado di imporre il suo lavoro all'attenzione generale, per l'originalità del progetto, e per la sua aderenza alla tradizione culturale italiana, fatta di rispetto per i valori dell'artigianato, e tesa alla valorizzazione della dimensione quotidiana. La Domestico si è fatta conoscere per la riconoscibilità del suo lavoro, centrato su di un oggetto d'uso comune, al punto di andare al di sotto del comune tasso di attenzione percettiva. come la tazza. Con questo elemento l'artista ha creato infiniti assemblaggi, dalla dimensione ridotta fino alla scala monumentale, con sapienza formale, fantasia ed un sottile senso ironico. Nell'ultimo periodo la Domestico ha spostato la sua attenzione verso una dimensione intima e poetica, rivolta alla dimensione privata degli interni e della scrittura. Anche con Elio Garis siamo in presenza di un artista molto noto ed apprezzato a livello territoriale. Le sue opere sono dotate di un linguaggio in grado di coniugare il richiamo, oggi spesso doveroso, all'avanguardia novecentesca, con l'attualità e lo spirito del tempo. Garis si muove anche lui nel versante dell'astrazione, inclinazione formale che, declinata in varie forme, ha rappresentato lo spirito autentico del Novecento. Oltre all'astrazione, ispirata a forme organiciste e biomorfe, come nelle serie delle "Sabbie" e dei "Vetri", l'artista è produttore di sculture in marmo, bronzo e gesso di raffinata fattura e dinamica sintesi . Con Emanuele Mannisi, in arte Orma il Viandante, penetriamo all'interno di un territorio che, oltre alla citata in apertura riscoperta della dimensione etica dell'arte, rappresenta un linguaggio autenticamente innovativo nella ripetitiva scena attuale, caratterizzata dal proliferare del post - neo-concettuale, formula troppo spesso ridotta a stereotipo di se stessa. Orma, esponente del collettivo Patchanka di Chieri, parte dai ricordi di infanzia e dal periodo della sua formazione, per esprimersi con uno stile ricco di citazioni nei confronti dell'immaginario grafico e letterario del viaggio e dell'itineranza, visti come simbolo di un'esistenza tesa alla ricerca del prossimo e frontiera di una creatività espansa, vissuta come unica possibilità di riscatto dalle pastoie del quotidiano. Guido Persico è artista di grande raffinatezza formale, che si esprime con il tramite del disegno, della pittura e dell'installazione, ed uno stato d'animo sensibile e ricettivo agli umori del quotidiano, ai particolari apparentemente secondari che però sono quelli che caratterizzano il nostro agire e la nostra esistenza, e con cui ci confrontiamo, quasi senza farci caso, tutti i giorni. Questi elementi base vengono circoscritti ed evidenziati con uno stile pittorico fatto di colori base e disegni nitidi e sintetici, che amplificano con discrezione queste unità base del linguaggio. Conosco e seguo Eraldo Taliano fin dagli anni Ottanta e di lui ho sempre ammirato il rigore e la coerenza progettuale. Anche per Taliano l'ispirazione di base è prevalentemente l'astrazione, dapprima fondata sull'accostamento e sull'abbinamento di unità base di colore, in seguito mediata dall'immagine. Immagine tratta da un'immensa banca dati che va dall'oggetto vintage, all'antica stampa cinese, alla vecchia coperta, al tavolo di design od alla scodella, impressa bidimensionalmente sulla tela e reiterata serialmente fino ad assumere una valenza straniante e ben diversa dalla funzione originale. La poetica dell'oggetto viene qui adoperata in chiave di fissazione fino a giungere ad una sorta di ipnosi percettiva. Valeria Vaccaro è una giovane ed assai promettente artista proveniente da quel fertile vivaio che è l'Accademia Albertina di Belle Arti. Le sue opere denotano una già raggiunta maturità formale ed originalità compositiva. Il lavoro della Vaccaro , dopo una prima fase segnata dalla produzione di raffinate stampe fotografiche, si fonda sulla compresenza di due elementi : il fuoco visto evocativamente come forza primordiale in grado di manipolare e modificare la materia, il marmo come materiale nobile e di non facile impiego, desacralizzato dalla sua simbologia storica alla dimensione del quotidiano, con la proposta di oggetti d'uso comune, come matite e casse da imballaggio, contestualizzate in una dimensione tale da spiazzare lo spettatore e di andare oltre il semplice aggiornamento al presente dello stereotipo pop. Vittorio Varrè è un artista che sposta la barra dell'astrazione verso visioni che oscillano tra un rinnovato spazialismo, un organicismo vitalista ed una dimensione psichedelica che fa virare l'aniconicità dell'immagine verso l'abbozzo di forme concrete tra l'antropomorfo e l'alieno. I colori vitalisti e l'energia dell'artista lo accomunano alle forme più azzeccate di arte muralista, in uno spirito complessivo estremamente attinente alla dimensione della post modernità. Silvio Vigliaturo ha saputo esaltare il rapporto necessario tra arte ed alto artigianato, nell'accezione etimologica dell'antica definizione di "teknè". Le sue composizioni, in bilico tra figura ed astrazione, esprimono una carica di gioiosa creatività che non è decorazione o disimpegno ma, al contrario, tensione emotiva e spirituale in grado di liberarsi nella dimensione del gesto lirico e spontaneo. L'avere avuto l'intuizione di realizzare le sue composizioni su di una superficie nitida e trasparente come quella del vetro, è stata per Vigliaturo la carta vincente per dare riconoscibilità e meritata notorietà al suo lavoro. Nell'ambito di una ricerca globale sulle esperienze artistiche del territorio in grado di proiettarsi in una dimensione di eccellenza creativa, si inserisce la presenza di Claudio Zucca. Zucca è un autore eclettico nel senso giusto del termine : fotografo di formazione, ed impegnato professionalmente nel cinema e nella pubblicità, coltiva anche una passione per il disegno anatomico. Di rilievo la sua attività di scenografo dove, assistente del grande Eugenio Guglielminetti, alterna esperienze nel teatro e nella lirica, all'attuale impegno nello specifico dell'allestimento museale. Con Alessandro Ussia, in arte Xel, siamo nuovamente nel territorio della street art, sebbene con una declinazione segnica differente rispetto a quella di Orma. Xel nasce nella periferia urbana di Torino, in quella Settimo qualche decennio fa città dormitorio ed ora riscattatasi grazie alla cultura, che ha generato maggior rispetto per la qualità della vita, I primi anni di Xel sono da graffitista puro, clandestino decoratore, con il writing, di aree urbane dismesse od abbandonate all'incuria. Nel corso degli anni lo stile di Xel, senza rinnegare per nulla lo spirito delle origini, ha saputo evolversi nella elaborazione di un impianto visivo altamente riconoscibile e connotante. Tratte dall'immaginario infantile e dalla grafica le opere di Xel, sia quelle di arte pubblica che le tele, denunciano in realtà il disagio giovanile e l'alienazione metropolitana.

Edoardo Di Mauro, agosto - settembre 2016