Secondavera

Spoleto - 22/04/2012 : 03/06/2012

Quattro personali e tre nuovi interventi sulle pareti di Palazzo Collicola. Sette artisti italiani di varie generazioni, diversi per linguaggio e tematiche, ci conducono nella primavera 2012 del museo spoletino.

Informazioni

Comunicato stampa

Quattro personali e tre nuovi interventi sulle pareti di Palazzo Collicola.
Sette artisti italiani di varie generazioni, diversi per linguaggio e tematiche, ci conducono nella primavera 2012 del museo spoletino. Fedele al principio dell’indagine sui nuovi linguaggi e sulle molteplici anomalie iconografiche, il direttore Gianluca Marziani ha ideato un “paesaggio espositivo” che si trasforma da una sala all’altra, passando dal disegno poetico di Walter Gasperoni alla riscoperta di uno sperimentatore eclettico come Carlo Moggia, dalle evoluzioni pittoriche di Fabrizio Campanella alla natura iperpop di EPVS

In parallelo, attraverso il progetto “Collicola on the Wall”, crescono gli interventi sulle pareti del museo, secondo una logica d’acquisizione che privilegia la realizzazione di progetti sui muri disponibili, così da trasformare l’opera da protesi (come avviene per le acquisizioni che si raccolgono nella Collezione Collicola) ad elemento organico lungo le architetture storiche del luogo.

Dice il direttore: “Ci tengo a mantenere certi caratteri portanti nella mia direzione. Voglio creare una dimensione riconoscibile del museo, non seguendo passivamente le tendenze dell’art system ma proponendo figure da sostenere, lanciare o riscoprire, il tutto su una base di maturità e rigore progettuale, che si tratti di giovani autori o di figure con lunghi trascorsi. L’identità di un museo si crea nel dialogo costante tra le esigenze territoriali e la personalità curatoriale, bilanciando la Storia con il coraggio delle scelte, la certezza dei grandi nomi con la scommessa su autori che altri hanno trascurato o non scovato. Crescono a Palazzo Collicola le presenze di giganti internazionali al fianco di giovani proposte: vi basti pensare alla doppia installazione di James Turrell che sarà visitabile per tutto il 2012, alla scultura ambientale di Sol LeWitt che inaugureremo la prossima estate, alla mostra estiva coi libri d’artista di Richard Prince, fino al grande progetto estivo sulla scultura contemporanea”.






iCON Attrazioni fatali tra immagin(ar)i e nuove tecnologie

FABRIZIO CAMPANELLA "VIRTUALISMI"

Primo passaggio: pittura
Secondo passaggio: stampa digitale
Terzo passaggio: pattern murale
Quarto passaggio: sviluppo architettonico
Quinto passaggio: design fuoriserie
Sesto passaggio: scultura ambientale

Fabrizio Campanella dipinge da decenni e continua a farlo con lo stesso rigore degli esordi, coerente con le storie da cui nasce ma curioso e produttivo davanti ai rinnovati confini tecnologici. La pittura ha esigenze impellenti per non perdersi nella citazione passiva; di conseguenza serve una memoria attiva per dare prospettive ai generi e al loro riplasmarsi sul tempo odierno. Campanella quella memoria la frequenta per aprirsi oltre il telaio, verso direzioni rischiose ma produttive. Ha scelto di confrontarsi con avanguardie e individualità, dal Futurismo a Peter Halley, dal Suprematismo al Minimalismo pittorico, e potremmo andare avanti con decine di richiami plausibili. Oggi sta adottando un atteggiamento attivo che non cita il passato ma somma i riferimenti per metabolizzarli dentro un codice “altro”. Ed è qui che inizia il suo approccio tra reale e virtuale. E’ qui che nasce il progetto VIRTUALISMI.






Al principio di ogni sequenza troverete un quadro pittorico, la cosiddetta matrice che permette l’ideazione di ulteriori passaggi dentro un sistema iconografico dalle potenzialità enormi. Il secondo passaggio è una stampa digitale che elabora la matrice quadrata (in questa serie la pittura è sempre sul quadrato, formato ideale per comprimere un elemento figurativo) e ne rende più complessa la trama geometrica. Il terzo passaggio deborda verso la moltiplicazione della matrice, fino a creare pattern che si trasformano in carta da muro, pavimento, superficie abitabile. E qui arriva il quarto passaggio, quello dell’estensione architettonica, il pattern come sistema geometrico per una versione funzionale del materiale pittorico. Ovvio che lo sviluppo del quarto passaggio implichi un approccio per adesso virtuale a cui dovranno seguire, nei casi opportuni, realtà d’investimento ben superiori a quelle dei primi tre passaggi. Ma ciò che conta, come sempre, è la chiave ideativa dietro l’azione, la visione adulta di una teoria che ridefinisce le coordinate dell’immagine, il contenuto iconografico, la sua valenza tra memoria e applicazione al reale.

Abbiamo descritto i quattro passaggi (il sesto riguarda la scultura ambientale) che sviluppano la matrice pittorica. Il quinto passaggio è invece legato alla produzione di oggetti numerati dove la matrice resta quella del quadro, ovulo riproduttivo che fertilizza il sistema e crea l’ampliamento dei passaggi. Ribadiamo l’artigianalità per dare agli oggetti la valenza scultorea che meritano, ancor meglio per definire una pittura volumetrica che si trasforma in tavolo, lampada, tappeto…

La pittura di Campanella parte dalla linea, da un incipit basilare che determina il tappeto ritmico della costruzione. La struttura crea geometrie adiacenti, sovrapposte, combacianti e conflittuali. Tutto ha una sua rigorosa entropia, così come il rapporto tra lontano e vicino si modifica in modi sempre diversi, a seconda dell’impatto ottico di chi guarda. La linea mantiene l’ossatura del quadro, gli angoli sviluppano il sistema muscolare della forma, l’elastica disposizione al respiro geometrico di ogni modulo. Forza centrifuga e gravitazionale spingono gli elementi in dentro o in fuori, a destra o a sinistra, in alto o in basso: un ritmo che nasce dal rapporto automatico tra linee ed angoli, tra la sicurezza della forma (linea) e il passaggio evolutivo, inaspettato, fondamentale (angolo)…



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iCON Attrazioni fatali tra immagin(ar)i e nuove tecnologie

EPVS "PLAY"

L’arte come diario femminile che pesca nelle memorie ludiche
Giochi, luci e colori per un viaggio immersivo nell’opera sensoriale
Un caleidoscopio di linguaggi tra le molteplici facce del gioco

Le molteplici facce del gioco… senza la paura del dialogo aperto tra l’ambito ludico e le grammatiche d’arte. Da sempre EPVS ripensa gli stereotipi del gioco come atto consapevole, scegliendo forme e meccanismi di facile ricezione, così da sviluppare nuove matrici creative su cose che tutti abbiamo vissuto o quantomeno conosciuto. Che si tratti della Barbie o delle biglie da sabbia, dei personaggi manga o degli animaloidi mutanti, dei palloncini gonfiabili o dei travestimenti in parrucca, ogni volta l’occhio di EPVS si posa su fenomeni transgenerazionali, immediati da cogliere, universali per natura. Sono giochi tradizionali che creano interazione fisica, fatti di tangibilità e uso tattile, semplici ed economici, oggetti che appartengono ai ritmi biologici del tempo liberato, frammenti di una visione collettiva in cui ritroviamo memorie, legami umani, brandelli d’infanzia e adolescenza. Quei giochi vengono plasmati da EPVS in un feticcio adulto che mantiene lo spirito originario e inventa una dimensione ulteriore, quasi sempre esasperando la chiave ludica con ingrandimenti (biglie), moltiplicazioni (palloncini), trasformazioni (animaloidi), deformazioni (lenticolari)… varie soluzioni ma il senso non cambia: si tratta di campi energetici ad alto volume figurativo, spostati rispetto all’origine affinché la loro forma si espanda oltre l’archetipo e diventi un ulteriore archetipo dentro quel “gioco” adulto chiamato arte visiva.






L’intero percorso ruota attorno alla natura artificiale. C’è un ricorrere coerente di elementi plastici e gommosi, un filo rosso che indaga gli universi ludici e si espande alle luci notturne che sembrano filamenti cosmici, ai fiori che esasperano le cromie e diventano surreali, alle scritte urbane che pulsano come corpi vivi. EPVS crea un mondo a propria immagine e somiglianza, plasma la normalità del reale con spostamenti vibrati ed elettrificati. Fa scorrere un sangue di natura pop dentro le sue forme elettive, arrivando sempre sul limite esasperato, dove l’esplosione o l’implosione sono il passaggio evitato ma successivo. La sua attitudine pop gioca su esagerazioni sotto controllo, sul forzare il codice naturale per alimentare la natura artificiale fino al punto di massima calibratura. L’eccesso sotto controllo, potremmo dire. Il controllo delle nature eccessive, potremmo aggiungere davanti al lungo percorso dell’artista.

Il percorso di Epvs somiglia al viaggio del corpo femminile dalla pubertà alla vita materna: palloncini gonfi che volano dentro spazi chiusi (come il feto che cresce dentro un ambiente vincolato), cuscini semitrasparenti su cui camminare o sdraiarsi (come la Donna che accoglie e rinnova il movimento della Natura), pigmenti colorati (come le terre per truccarsi). Gli stessi quadri confermano la natura dinamica delle sculture: ecco il ritrattismo modificare l’apparenza dei soggetti coinvolti, giocare con le nature ambigue di ognuno, mascherare per smascherare i codici di gender sociale e culturale. Anche i quadri in apparenza astratti sono, in realtà, una sorta di endoscopia delle epidermidi attorno a noi, un avvicinamento che ingrandisce le molteplici nature della vita.



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DiSegno ConTemporaneo

WALTER GASPERONI "DISEGNI"

Walter Gasperoni presenta a Palazzo Collicola una rigorosa selezione di disegni, lungo la linea temporale che attraversa l’interezza della sua lunga carriera, dal 1960 ad oggi. La sua arte sembra far emergere quanto di fantastico, sognante e fanciullesco si annida nell’animo umano. L’autore di San Marino crea forme che ricordano universi poetici dove l’apparente ingenuità si lega all’infanzia, richiamando sensazioni dimenticate in un percorso fantastico di pura suggestione visiva.

Achille Bonito Oliva: “Gasperoni opera sulla frammentazione visiva, cogliendo l’immagine nella sua componente germinale, quando è ancora legata alla sfera dell’inconscio”.

Lucrezia De Domizio Durini: “Gasperoni è l’artista che ha assunto l’arte quale impegno totale dell’ esistenza e in questo progetto ha posto il suo disegno quale fondamentale rapporto tra vita e arte”.






Gasperoni inizia a dipingere giovanissimo, previlegiando in modo istintivo l'humus popolare, in particolare la favola.
Da subito si lascia accompagnare da due elementi: narrazione e segno.
Il primo lo indaga nei ricordi infantili, nei racconti orali di paese e in tutta quella letteratura rivolta alla favola, facendo uso di una sensibilità che cerca nel proprio territorio la radice antropologica.
Dell'altro se ne appropria dopo una lunga ricerca appassionata e rigorosa sul disegno infantile, in quanto ritiene quest'ultimo denso di quei tratti semiotici essenziali al suo percorso.

Peter Weiermair:
"Le figure sono immediatamente identificabili e riconoscibili come sua invenzione.
Esse sono i sogni elementari che ci portiamo dietro dall'infanzia, i sogni dei voli e delle cadute, la vita con le cose semplici, gli elementi della natura, le condizioni della nostra esistenza...L'impulso narrativo di questi quadri, la dolce morale si rivelano chiaramente quando facciamo coincidere i lavori coi loro titoli.
Allora si scopre che Gasperoni non è un narratore di fiabe persiane ma un artista del 2002 che utilizza i propri mezzi riflessi come arma per l'interpretazione della propria esistenza".

Scrive il curatore della mostra Gianluca Marziani: “E’ un piacere aprire un ciclo espositivo dedicato al disegno con l’universo poetico di Walter Gasperoni. Mi interessano artisti come lui, trasversali e riservati per natura, raffinati e poetici nell’approccio figurativo, capaci di far viaggiare le emozioni con la semplicità del tratto. La selezione per il museo è un viaggio favolistico senza un vero inizio e una vera fine, una specie di tuffo parabolico nelle vertigini del mondo emozionale, tra le alchimie figurative che solo l’infanzia conservata rende una narrazione stupefacente”.



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iCON Attrazioni fatali tra immagin(ar)i e nuove tecnologie

CARLO MOGGIA "[email protected]@FUTURO"

Cinquant’anni di creatività sperimentale e innovativa
Arte e progresso agiscono sulle infinite nature dell’immagine
Molteplici linguaggi dove la Scienza indaga l’Uomo attraverso l’atto creativo

Il corpo diventa una matrice per elaborare riflessioni sulla condizione interiore
La matrice permette utilizzi sempre diversi, a seconda degli strumenti utilizzati
Gli strumenti creativi seguono il progresso tecnologico
L’opera usa la tecnologia in modo funzionale, cercando il contenuto e non la pura forma
Casualità e controllo in una miscela che fonde qualità manuale e controllo strumentale

Palazzo Collicola Arti Visive presenta una grande mostra riepilogativa su Carlo Moggia, artista spezzino che da cinquant’anni sperimenta materiali e tecnologie con ossessiva e talentuosa coerenza. E’ la prima volta che un museo riassume il complesso percorso di quest’artista dalle molteplici nature, impegnato sui confini dilatabili dell’immagine contemporanea. Un viaggio speciale in cui l’arte dialoga da vicino con scienza e tecnologia, lungo operazioni che trasformano la figurazione in un sistema teorico e concettuale.






Da sempre Moggia si applica nella conoscenza dei mezzi tecnologici che occupano un preciso momento storico: ieri erano le fotocopiatrici, le reflex manuali, certe stampanti e tecniche tipografiche a catturarlo nell’uso anomalo del mezzo; oggi è arrivata la cultura digitale ad assorbire la sua analisi strutturale del mezzo, secondo volontà esecutive che spostano le funzioni da una pratica lineare (ciò per cui lo strumento è nato) ad una pratica parabolica (gli usi reinventati dello strumento). Non esiste un confine linguistico al suo onnivoro meccanismo elaborativo, ad unire i vari passaggi sono semmai le immagini che l’artista ha creato ciclo dopo ciclo, figlie di una carica attrattiva per il corpo autografo e l’espansione collettiva del corpo come archetipo.

Collage, xerocopie, olio su acetato, pellicole, pigmenti su plexiglas, elaborazioni digitali, pitture su tela, sculture in stoffa elastica… queste ed altre tecniche per racchiudere un percorso senza dogmatismi linguistici, elastico e curioso per natura, sperimentale come deve essere quando lo spirito veggente intuisce gli spazi del domani.

Al centro prevale l’elemento corporeo, in particolare l’artista stesso che con pazienza si è sezionato, manipolato, trasformato, dissacrato, smontato, rimontato… un lavoro coerente e leonardesco dove Uomo significa materia da plasmare, al centro di una grammatica che sfrutta il corpo come un laboratorio organico che agisce sul contenuto dell’opera stessa. Autoritrarsi in forme eterogenee significa adattarsi alle esigenze dell’idea, rendendo la figura un insieme di segni, materie, gesti, superfici e colori. Altre volte compaiono presenze “estranee” che racchiudono la medesima funzione dell’autoritrarsi, ovvero, un corpo come matrice da comprimere o dilatare, secondo le visioni progettuali e le reazioni provocate dal mezzo tecnico.

Moggia indaga la chimica, la fisica quantistica e l’astronomia con un preciso approccio, ovvero, capire come la Scienza agisce sul moto umano, sulle relazioni tra unità e insieme, sui risvolti individuali che influenzano le dinamiche di gruppo e viceversa. Pensiamo alla serie “Rivelatori” (il “rivelatore rende visibile il passaggio delle particelle negli acceleratori) dove Moggia fa intravedere il possibile collegamento tra ciò che si va scoprendo o ipotizzando nella fisica e talune dinamiche umane nel rapporto tra unità e insieme. Il fondo scuro e uniforme richiama le lastre nucleari su cui vengono visualizzate le “particelle-uomo” con i loro segni, i loro gesti, il loro collocarsi in uno spazio anche interiore, ponendosi sempre al di là di attribuzioni morali e simboliche, così da cogliere sintesi e unità di fondo.



Catalogo monografico in preparazione